Ho iniziato a giocare a basket alle scuole elementari, in campo all’aperto nel cortile della scuola dove ogni caduta erano centimetri di pelle e dolore. Il minibasket e poi le giovanili, nel campo della Società Polisportiva Genneruxi ospitato nella parrocchia del SS. Crocefisso a Cagliari, grazie a un sacerdote amante del basket e della felicità dei ragazzi e della comunità.

Una foto recente del campo della Polisportiva Genneruxi, Cagliari.

Erano gli anni del basket difficile da trovare in tv e difficile da vedere ad altissimi livelli nella nostra isola. Erano gli anni della rivista Superbasket letta fino a saperla a memoria e dell’NBA raccontata da Dan Peterson il pomeriggio del sabato. Armati di VHS si registravano highlights e movimenti, tiri e passaggi per imitarli nei playground subito dopo la messa in onda.

Ore a giocare ai playground in cemento sotto il caldo feroce dell’estate sarda, imitando i ganci cielo di Kareem, i passaggi no look di Magic, le schiacciate del primo Jordan, Dominique Wilkins ma anche del piccolo Spud Webb, in tre contro tre fino al tramonto dove milioni di zanzare non ci scoraggiavano nel continuare a giocare sotto la luce dei lampioni o in alternativa corrompevamo il custode con una birra per tenerci i fari accesi.

Passavano le stagioni, negli inverni rigidi con il maestrale a tagliare a fette il viso che neanche avevamo la barba, a provare tiri, a migliorare la tecnica, a crescere mentalmente e fisicamente.

Ma soprattutto stavamo insieme, si giocava per mettersi alla prova, con regole e rispetto, uguali per tutti. Ed emergeva certo chi aveva più talento ma chi si impegnava poteva arrivare a un livello tale da poter giocare e migliorando essere felice di competere insieme agli altri.

Ore a provare il tiro da tre, i tiri liberi, i tiri cadendo all’indietro, rovesciati.

Ricordo una estate che tirai solo di sinistro perché l’allenatore mi disse che non sarei mai diventato un buon giocatore senza quello.

Ecco, direte. Cosa c’entra tutto questo con Kobe Bryant.

Ricordo quando arrivò dopo Jordan, il dio del basket. Sempre a dimostrare di essere all’altezza, il sentirsi dire “bravo, ma Jordan era altro livello”.

Ma lui si allenava duramente e continuamente, senza sosta. Per migliorare ogni minimo aspetto del suo talento già impressionante. E ogni partita, ogni tiro, ogni difesa migliorava. Costantemente sempre meglio.

Impegnarsi seriamente, dentro e fuori dal campo, lo portò rapidamente a essere un grandissimo campione ma soprattutto un enorme esempio e ispirazione.

Devo molto al basket e a tanti campioni ma soprattutto devo tanto a Kobe per l’esempio.

Il basket è sport di squadra dove anche il più grande talento senza l’aiuto dei compagni è inutile, dove lottare per un obbiettivo insieme è motivazione per scalare risultati impossibili.

Ma il basket è anche una ispirazione di vita, un metodo che mi ha dato strumenti importanti per affrontarla più di tanti insegnamenti avuti nei vari percorsi di studi.

Mai ringrazierò abbastanza quel giorno nel quale iniziai a giocare in quel campo dove lasciai cm di pelle, litri di sudore ma anche divertimento assoluto e amicizie importanti.

Mai ringrazierò abbastanza Kobe per avermi fatto capire che la vita è fatta di impegno, fatica, regole, rispetto, amore, passione, divertimento: un maestro ed esempio in una delle materie più importanti, la vita.

La vita è come il basket, per viverla completamente devi impegnarti duramente con il sorriso insieme agli altri, rispettando gli avversari e rimanendo te stesso. Non sono diventato un gran giocatore ma mi sono divertito e continuo a farlo nel canestro che ho montato nel giardino di casa e nonostante un ginocchio esploso per questa sana e insana passione.

Ma anche per questo ti ringrazio, Kobe. Anche per aver ispirato la vita di un giocatore di basket abbastanza scarso che è diventato l’uomo che è anche grazie a te.

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insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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