Turismo culturale o di massa, questo è il dilemma.

La Pelosa, Stintino, Sardegna. (http://www.roccarujavip.com/)

Interessante articolo sul valore del turismo culturale nella strategia turistica italiana che vi invito a leggere: “IL PATRIMONIO CULTURALE È DAVVERO COSÌ IMPORTANTE PER I TURISTI? NO.” di Antonio Pezzano.

Tendenzialmente abbastanza d’accordo perché credo che gestire questa fase di programmazione dello sviluppo di un modello che si vorrebbe “educativo” del turista è forse un azzardo. Il turista vuole territorio, ambiente, servizi, un buon compromesso tra qualità e economicità. Lo vuole adesso, lo vuole disponibile, se non lo trova da noi lo cerca da altre parti. In questo la cultura è sub prodotto collaterale e spesso elemento utile per limitare i sensi di colpa di un viaggio “senza neanche un museo o quel monumento imperdibile”.

Esistono mandrie di turisti che collezionano luoghi come cartoline da allegare al loro curriculum che seguono spesso l’effetto pecora più che il passaparola o l’ispirazione. Spesso scelgono la destinazione per il costo o la disponibilità di un volo low cost anziché la scelta ponderata in base a una curiosità, passione personale o al consiglio articolato di un amico. Il turista moderno, quello che porta i grandi numeri a media e bassa redditività pro capite, è quello che va dove gli conviene e dove trova un prodotto che gli permette di rientrare a casa con una collezione di ricordi in media accettabili. Quelli che invece cercano l’esperienza, l’immersione nei luoghi e nella cultura del posto, l’empatia profonda e speciale sono una drammatica minoranza e sono quelli che rientrano a casa avendo davvero conosciuto l’essenza della destinazione.

Educare alla scelta della destinazione culturale può essere una visione interessante ma non redditizia nell’immediato. Parlando di Sardegna e vedendo il livello di accoglienza legato anche al costo e alla motivazione di viaggio trovo molto ottimistico puntare nell’immediato su cultura, tradizioni ed enogastronomia come attrattori principali al di fuori del marino-balneare se non, come osservato, per un turismo di lusso che però necessità di servizi adeguati.

Il turista medio ama la Sardegna degli stereotipi: ama l’Ichnusa, il “porceddu” e il pane guttiau che sono prodotti semi industriali ormai brand riconosciuti. Ama il mare, ama gli aperitivi al tramonto o il trekking in posti cartolina. Ama che al suo rientro (ma anche durante grazie ai social) possa condividere luoghi e elementi inequivocabilmente riconoscibili come meravigliosamente sardi.

Il turista attento alla cultura, alla bellezza dell’interno, all’offerta enogastronomica di qualità cerca una esperienza, vuole vivere e farsi segnare profondamente da un luogo vivendo una esclusività che è disposto a pagare a caro prezzo per riportarsi indietro (o durante sui social) un’istantanea irripetibile di Sardegna.

Due tipi di turismi (e turisti) profondamente diversi che convivono con difficoltà e ragionano su due piani paralleli.

Creare una strategia di sviluppo che privilegi ad esempio l’aspetto monumentale, archeologico e culturale è sicuramente un modello più sostenibile dal punto di vista della redditività e della conservazione della risorsa ambiente (materiale e immateriale) ma necessità di lunghi tempi di organizzazione del prodotto, di posizionamento sui mercati, di creazione di attrattività e flussi stabili e infine di accessibilità.

Sarei infatti curioso di sapere quanti turisti arrivano in Sardegna con la motivazione di andare a vedere i Giganti di Monte Prama, i nuraghi o il villaggio di Tiscali e quelli che arrivano in Sardegna per andare al mare, bere una birra Ichnusa e ballare al Billionaire.

Certo, seguire invece il turista di massa rimane la scelta più comoda e facile, redditizia nell’immediato a scapito della creazione di un modello che possa avere un futuro slegato dai flussi, dai vettori e dal prezzo al ribasso.

Lavorare su un modello che metta in risalto le peculiarità e unicità dei territori elevando sempre di più la qualità dell’offerta e aggiungendo gli elementi culturali di contorno per farli diventare sempre più rilevanti potrebbe essere un accettabile compromesso. L’unica attenzione deve essere verso il turista che non è più quello che arriva in una destinazione e accetta passivo il prodotto che gli viene fornito. Deve essere accompagnato nella conoscenza di altri elementi che lo porteranno ad apprezzare, fruire e consigliare la destinazione in maniera sempre più completa e consapevole.

Deve poter essere accolto all’altezza delle aspettative e disponibilità integrando una offerta low cost a una di lusso che possa armonizzare gli investimenti per la valorizzazione e il recupero del patrimonio culturale, ambientale e artistico (materiale e immateriale) per farlo diventare parte dell’offerta o offerta autonoma e distinta.

Investire nei borghi, nei paesi interni, nei piccoli musei e monumenti ha senso se serve a creare un prodotto che coinvolge in un percorso di accompagnamento anche il turismo di massa. Pensare di intercettare solo un turismo “di qualità” interessato solo al turismo culturale lo trovo un azzardo pericoloso e costoso. La sostenibilità e il turismo devono trovare una chiave economica di sviluppo altrimenti rimangono solo visioni utopiche buone solo a creare stupendi presepi terribilmente deserti e destinati inevitabilmente a creare le condizioni di un lento e inesorabile spopolamento.

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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