L’italia che vorrei.

Periodo strano, questo. La voglia di capire meglio il mondo cozza con un rumore di fondo che mi sfinisce, conversazioni urlate e senza spessore, perdite di tempo in parole scritte, campionati di ego a squadre senza classifiche e regole, irritazione, qualunquismo e frustrazione.

Difficile trovare in questo rave di parole stimoli ed elementi di crescita tangibili: alla fine della giornata mi ritrovo inzaccherato di schizzi di discussioni che alla fine lasciano poco o niente come fossero un qualunque talk show televisivo. Una doccia di sonno e l’indomani di nuovo nel circuito a girare e inzaccherarsi di nuovo, in un loop demenziale.

Il contesto politico non aiuta di certo: l’ondata populista che non nasce con questo governo ma ha radici ben più antiche e responsabili trasversali, soprattutto nel mondo culturale distratto nella sua costante e vacua ricerca della vanità privilegiata, trasforma la quotidianità in una cagnara senza costrutto dove qualunque concetto viene banalizzato e dove le competenze sono una vergogna da nascondere come una malattia venerea.

La mediocrità assurta a valore, la prevaricazione verbale ululata a canini esposti, la decadente pratica dell’ascolto irrisa come inutile, la comunicazione creata per attirare l’attenzione sulla forma e non sul contenuto come prostitute digitali in vetrina in una qualunque Amsterdam-social: questo siamo diventati.

In mezzo le persone che non vogliono rassegnarsi travolte da ondate di melma maleodorante organizzate in hashtag, piani editoriali politici che aizzano folle digitali in un “post e circenses” ormai collaudato, travolte da altre persone ignare e divertite in un’arena, che pensano di assistere allo spettacolo ma che in fondo ne sono i tragici protagonisti.

Persone che vogliono confrontarsi ma che non riescono a sostenere un confronto civile, parafulmini di frustrazioni e limiti concettuali, si ritirano sempre più in luoghi meno ostili e meno stimolanti rinunciando di fatto a uno strumento di conoscenza ormai snaturato e inutile.

Ecco, questa è la cosa più grave. Aver messo ai margini la parte educata, attenta, curiosa e pregiata per una pratica quotidiana deprimente e inutile di parole fini a se stesse e agli evidenti scopi di condizionamento delle masse.

Coscienze critiche obbligate a stare a guardare questo circo nel quale le bestie sono tutti e il sangue non è lo scopo ma il mezzo per il cospicuo incasso.

Ecco, io sarei stanco di alimentare questa inutile rappresentazione tragicomica della nazione, vorrei ritornare a confrontarmi senza essere insultato, vorrei provare a immaginare un futuro senza essere preso per rosicone, invidioso, radical chic, gufo e via banalizzando.

Vorrei che il merito ritornasse ad essere un valore e non una romantica idea per fessi.

Vorrei che lo studio, la fatica, la pratica, l’esperienza e la cultura tornassero ad essere la naturale strada per qualunque attività e l’ignoranza un disvalore da combattere.

Vorrei un’Italia gentile e rispettosa, educata e bella, onesta e sincera.

L’Italia è una nazione straordinaria e bellissima, di eccellenze assolute e riconosciute: curioso che non riusciamo ad esserlo anche come persone.

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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