Amo il mare, tutto il mare ma soprattutto quello di casa mia, della mia Sardegna che frequento dai primi mesi della mia vita.

L’ho vissuto da bagnante, l’ho vissuto da pescatore a bolentino dalla spiaggia e dalla barca ma soprattutto subacqueo, l’ho vissuto da scarso windsurfista e surfista, l’ho vissuto ultimamente da velista e snorkelista.

Erano anni nei quali al Poetto di Cagliari raccoglievi cannolicchi e telline, pescavi grandi mormore, sogliole e cefali, pescavi a poche centinaia di metri dalla riva varietà di piccola pesca per fritture memorabili, polpi e calamari, murene e gronghi e nelle mareggiate i grandi pesci come ricciole, spigole e orate.

Questo era il passato, perché è almeno 15 anni che non è più così.

Da venticinque anni frequento il nord ovest e ho visto ad esempio in alcune zone di Alghero le stesse dinamiche, con la razzia dei fondali rocciosi di ricci, murici, patelle e tutte le specie di piccola pesca che non fanno in tempo a diventare adulti e riprodursi.

In tutti questi anni ho visto quindi i fondali cambiare e letteralmente desertificarsi perdendo la gran parte delle specie marine che era facile trovare soprattutto nei bassi fondali ma anche nel deserto profondo aggredito da una pesca sempre più aggressiva e continua.

Perché accade tutto questo?

Perché sempre più piace mangiare pesce, attività meno apparentemente cruenta che mangiare carne, più apparentemente sostenibile degli allevamenti di carne, e soprattutto più cool e instagrammabile nelle narrazioni sul cibo che diventano motore di emulazione sociale e potente innesco economico.

Ed ecco che il gambero rosso lo dobbiamo avere tutto l’anno, così come il tentacolo di polpo, il filetto di San Pietro o la polpa di ricci in un effetto pecora (ops, direi più effetto gambero) devastante.

Tutta questa richiesta innesca processi economici e di sfruttamento sempre più intensivi e spesso anche illegali che di fatto stanno distruggendo i nostri mari.

E arriviamo oggi al granchio blu che (sorpresa!) sta invadendo i nostri mari e come specie aliena sta distruggendo le autoctone.

Senza predatori le specie aliene (ma anche quelle stanziali) fanno il loro mestiere ed è curioso che ci accorgiamo di questi problemi solo quando non c’è praticamente nulla da fare.

Ma cosa possiamo fare in concreto per porre rimedio?

Sicuramente essere consumatori più consapevoli e non pretendere di avere qualunque specie di pesce, crostacei e prodotti del mare (abitanti del mare, sarebbe più corretto) in ogni periodo dell’anno, lasciando alla stagionalità e i cicli riproduttivi il loro lavoro in serenità.

Consumare meno, consumare meglio, quindi.

Poi smettere di permettere la pesca a chiunque senza regole e controllo (vero): non è la prima volta che immagino una Sardegna area marina protetta non per vietare qualunque attività ma disciplinarla secondo regole precise.

Ad esempio la pesca subacquea vietata se non per i professionisti (che di pescatori dilettanti che pescano pesci sotto taglia ce ne sono abbastanza), pesca permessa solo ad amo in determinati periodi e con limiti di quantità e per le reti una disciplina rigorosa e inderogabile.

Un parco marino innesca altre attività economiche (prima fra tutte il turismo di immersioni, pesca e snorkeling, Maldive e Mar Rosso insegnano) e il bilancio delle economie è sempre in positivo.

Un nuovo modello di sviluppo dove l’ambiente marino abbia tutele che non sono solo non permettere l’edificazione sulla costa ma evitare di cambiare per sempre il delicato ecosistema che poi è impossibile recuperare.

Oppure possiamo invece pensare che la soluzione sia cucinare le specie aliene che sono anche buone e abbondanti, beata ingenuità.

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insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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