Il Turismo non è un diritto.

Due considerazioni sull’overtourism nate su ispirazione di questo post di Roberta Milano, (esperta di turismo, docente e ex Direttore Marketing e Comunicazione di ENIT – Agenzia Nazionale del Turismo).

Fare i turisti sembra sia diventato un diritto: scelgo una destinazione, prenoto un aereo e un albergo, godo della mia vacanza. Io e migliaia di persone in quella destinazione, sempre di più, sempre più attirate anche dall’effetto pecora, sempre più a consumare quel prodotto che per forza di cose più sarà oggetto di visite di massa più sarà difficilmente gestibile.

Le regole sono di mobilità, di budget, di periodo: la destinazione è sempre a disposizione per chiunque.

È solo una questione di disponibilità e di prezzo.

Sempre più non siamo noi destinazione a scegliere che tipologia di turista vogliamo ma lo “subiamo” su dinamiche per lo più economiche (disponibilità di collegamenti a prezzo contenuto, ad esempio) o su dinamiche estemporanee (crisi politiche, mode, eventi).

E subire il turista significa non renderlo consapevole che non tutte le destinazioni sono uguali e non possono essere quindi trattate con lo stesso approccio da turista. Non parlo solo di regole di rispetto ma anche di quanto la scelta sia consapevole e quindi sostenibile. Di quanto ad esempio accogliere i turisti crei nelle città d’arte quartieri di ristorazione diffusa e a basso prezzo difficilmente distinguibile tra una città e l’altra avallando quel modello di gastro anonimato (cit. Alessandra Guigoni) che rende tutto uguale in ogni luogo svilendo luoghi e specialità culturali. Oppure della saturazione dei punti di interesse che rende l’esperienza sgradevole per sovraffolamento.

Il turismo non è un diritto: nessuno può pretendere di avere un posto in spiaggia ad agosto alla Pelosa di Stintino perché oltre un certo numero di turisti la spiaggia viene inevitabilmente e irreversibilmente danneggiata.

Il turismo è una filosofia, non un mercato.

Una filosofia che ha sempre avuto la vocazione a migliorare l’uomo nel portarlo a conoscenza di luoghi, culture, tradizioni e popoli differenti per diventare uomini migliori.

Mi chiedo quanto si diventi uomini migliori nel vivere una esperienza dove si combatte per ritagliarsi un brandello di ricordo in una lotta all’ultimo asciugamano, biglietto del museo, tavolo libero.

Educare il turista affinché capisca l’importanza di essere turista e educare la destinazione all’avere il turista è una possibile strada.

In questo contesto sono molto preoccupato per la Sardegna: il saturare sempre di più la stagione balneare, il volere aumentare ancora la capacità di ricezione sulla costa senza ripensare a un modello che allarghi alle stagioni di spalla (almeno) se non addirittura a intercettare un turismo alternativo ci sta portando a consumare il prodotto e a renderlo uguale a mille altre destinazioni.

Ricavare micro-prodotti di qualità, per intercettare mercati attenti alla specialità della destinazione per il turista che viene in Sardegna e che dovrebbe trovare soprattutto il senso di aver speso di più per una destinazione esclusiva o quantomeno diversa. Questo adesso non accade: tolto il mare davvero speciale mancano spesso tutti i servizi all’altezza di un prezzo oggettivamente più alto di destinazioni simili.

Come si può?

Creando reti di prodotto su un progetto di visione strategico, un progetto di formazione e consapevolezza diffusa, un processo culturale prima e imprenditoriale poi.

Avere un forte attrattore per ora è stata una fortuna ma continuare a investire nello sfruttamento di questo fino alla saturazione e inevitabilmente al consumo è un suicidio turistico.

Cambiare il modello comporta tempi lunghi. Perché di fatto significa rendere la destinazione meno appetibile per il turismo a bassa redditività/grandi numeri e puntare sul target turista consapevole, attento al contesto e con capacità di spesa medio alta. Turista che cerca un prodotto esclusivo e non di massa, che cerca una esperienza in base a suggestioni e non sul prezzo più basso. Un modello che deve coinvolgere tutta la filiera e non solo la ricezione.

Creare un prodotto, cercare mercati di qualità, avere pazienza.

È su queste questioni che si gioca il nostro futuro per non correre il rischio di diventare come l’Italia ricostruita nelle pacchiane e tarocche ricostruzioni dei casinò di Los Angeles.

Nel locale Italia quindi urgente gestire i flussi facendo selezione all’ingresso e non invece come farebbe un buttafuori antipatico che sceglie chi, tra i presenti, far entrare e chi invece no.

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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