Mangiare per sfamarsi, che volgarità.

Ricordo i romantici tempi in cui cibarsi era legato al nutrirsi con gusto, partendo quindi dal sedare quella che volgarmente veniva usualmente e semplicisticamente chiamata “fame”.

Oggi avere fame è diventata questione di cui vergognarsi, quasi. Passati da una cultura del dopoguerra nella quale la quantità era sinonimo di benessere e bontà passando per gli anni della rivoluzione dei fast food, del cibo da asporto fino alla nouvelle cuisine e alla possente invasione degli chef siamo arrivati ai giorni nostri dove il cibo non è più appunto riempire uno stomaco ma vivere un’esperienza riempendo prima il cervello e poi dopo, nel caso ma sempre più raramente, anche lo stomaco.

Un cibarsi quasi ascetico, un’esperienza mistica in cui gli ingredienti sono parte di un rito laico che celebra matrimoni complessi tra ingredienti in cui il cibo è più parola e suggestione, più sentore che sostanza.

La globalizzazione che ha portato ingredienti, cucine e ibridi culturali mai visti prima nella storia dell’umanità crea il terreno fertile per esperimenti, azzardi, contaminazioni.

Ho sempre amato la cucina, anche noi sperimentiamo spesso ma senza perdere di vista ciò che è il compromesso tra la ricerca del gusto perfetto e la contemporanea soddisfazione del corpo.

Vedo invece che è diventata norma assistere a menù scritti da cuochi D’annunzio dove una carota bollita diventa l’oggetto di liriche che Shakespeare non avrebbe osato mai scrivere neanche per una donna.

Chef alla ricerca dell’ingrediente o della lavorazione per stupire più che per soddisfare, in un contesto di fruitori che vogliono un racconto più che ascoltare ciò che il cibo ha da dire.

Una deriva meravigliosa in cui da una parte c’è la ricerca di ingredienti sempre più “veri” ed esclusivi cucinati con tecniche da alchimisti e servite più che con presentazioni con allestimenti da galleria d’arte, dall’altra chi seduto al tavolo si sente al centro di un trattamento personale come in un beauty food center, coccolato, massaggiato, talvolta incidentalmente anche sfamato.

Si assiste quindi a un mercato in cui trovare un piatto semplice è solo per carbonari (al mercato nero delle trattorie e a prezzi da, appunto, mercato nero) mentre per contro la proliferazione di ristorazione gourmet infesta le tavole di prodotti dalle provenienze fantasiose ed esclusive a prezzi da rene giovane.

Mi sto convincendo, mentre cerco disperatamente degli spaghetti alla bottarga cucinati bene o cerco di capire il senso di mangiare del pane con del carbone o ancora tento di comprendere il perché scrivere “caviale di pompelmo”, che forse lo storytelling del cibo ci stia un po’ sfuggendo di mano.

Che forse la ricerca dello stupore gastronomico ci porterà alla perfezione dell’inedia, che l’ossessione per il piatto perfetto da ostentare sui social come un bracciale di Cartier ci porterà solo al dimenticarci del senso profondo del cibo.  

Che forse mangiare bene è anche mangiare, non solo apprezzare un’opera d’arte.

E che forse, a furia di parlarne, mi è venuta fame. 🙂

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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