La vicenda della modifica del disciplinare del Pecorino Romano ( aprendo a razze ovine ad alta produzione, come Assaf e Lacaune, razze selezionate per fare molto latte in stalla, con alimentazione concentrata e cicli produttivi intensivi, molto diverse dalle razze autoctone come la Sarda, adattate al pascolo e al territorio )non riguarda solo un formaggio ma palesa il futuro che rischiamo di costruire per la Sardegna.

Quando si rompe il legame tra prodotto e territorio, quando il pascolo diventa un optional e il disciplinare si piega alla logica industriale, non stiamo solo cambiando un regolamento tecnico; stiamo riscrivendo il ruolo dell’isola nel mondo, riportandola in una posizione che conosciamo fin troppo bene: fornitrice di materia prima a basso valore aggiunto e luogo “bello da usare” per chi viene da fuori.

Il punto è che il futuro della Sardegna non può reggersi su agricoltura industriale e (anche) sul turismo di massa, perché entrambe queste strade ci riportano allo stesso schema: qualcuno altrove decide strategie e prezzi, noi forniamo terra, acqua, braccia, paesaggio.

Diventiamo di nuovo granaio, cava, deposito, parco giochi stagionale, senza alcun vero controllo sulle leve economiche. È la versione contemporanea del “granaio di Roma”: ieri grano, oggi latte standardizzato, energia, servizi turistici a costo compressi. Domani magari dati e suolo trasformati in asset finanziari.

Un’agricoltura non industriale non significa nostalgia folkloristicarifiuto della tecnologia. Significa riconoscere che la competitività dell’isola non sta nei volumi, ma nella diversità: di razze, di sementi, di tecniche agronomiche, di paesaggi agricoli. Un territorio che mantiene varietà locali, pascoli veri e rapporti diretti tra allevatori, trasformatori e comunità ha più forza contrattuale, più capacità di negoziare prezzi, più possibilità di resistere a shock esterni, dalle crisi energetiche alle siccità. Al contrario, un modello basato su razze intensive, mangimi importati e filiere dominate da pochi soggetti rende tutti più fragili e sostituibili.

La stessa logica va rovesciata nel turismo. Se la Sardegna accetta di diventare solo un enorme resort per “indigeni di passaggio”, come se i residenti fossero comparse in un set vacanziero, allora ogni stagione buona accentua la dipendenza e ogni stagione cattiva diventa un disastro. Il turismo può generare valore solo se entra in dialogo con l’agricoltura e con le comunità, se sostiene filiere locali invece di consumarle, se riconosce che l’isola non è una quinta scenica ma un luogo abitato che ha bisogno di scuole, ospedali, servizi, reddito distribuito durante tutto l’anno.

Agricoltura non industriale e turismo non predatorio non sono due comparti separati: sono i due lati di un modello territoriale che sceglie di puntare sul valore anziché sulla quantità.

Un formaggio prodotto da latte di pascolo, con razze autoctone e filiere trasparenti, non è solo un bene alimentare; è una promessa di paesaggio curato, di suolo che non viene abbandonato, di giovani che possono immaginare un mestiere dignitoso senza dover partire.

Allo stesso modo, un’ospitalità che mette al centro i prodotti della terra, le storie dei luoghi, le competenze artigiane, genera esperienze che valgono di più e che non possono essere replicate in qualunque luogo a caso.

Per evitare di tornare a essere il granaio di qualcuno o il resort di chiunque, la Sardegna ha bisogno di una strategia che saldi alcune scelte cardine: tutela dell’acqua e del suolo come infrastrutture vitali, sostegno a filiere agricole e pastorali orientate alla qualità, controllo maggiore sulla trasformazione e sulla distribuzione, politiche turistiche che premino chi integra agricoltura, cultura, paesaggio, invece di chi consuma territorio e forza lavoro stagionale.

Significa investire in ricerca sulle varietà locali, in formazione tecnica per gli allevatori, in strumenti di cooperazione che permettano ai produttori di contrattare da protagonisti.

La vera innovazione, per l’isola, non è sostituire la pecora al software o viceversa, ma capire che senza cibo e acqua governati in modo giusto non c’è futuro (anologico o digitale che sia) che tenga. L’intelligenza artificiale potrà aiutare a gestire i dati climatici, programmare irrigazioni, ottimizzare logistica, però non potrà mai rimpiazzare il valore di un terreno custodito bene, di una razza locale adattata al clima, di una comunità che decide come usare il proprio paesaggio. Se lasciamo queste scelte alle logiche industriali, avremo sistemi efficienti ma sradicati, redditività concentrata e periferie destinate a svuotarsi e nessuna tecnologia potrà rimpiazzare quella comunità e storia andata perduta per sempre.

Estendere il ragionamento sul Pecorino Romano significa quindi dirsi con onestà che siamo davanti a un bivio più grande: o accettiamo che la Sardegna torni a essere fornitore di materie prime e di emozioni mordi e fuggi per altri, oppure costruiamo un progetto in cui l’agricoltura non industriale, la diversità biologica e culturale, la capacità di decidere sulle nostre filiere diventano la base di un’economia diversa. Non si tratta di difendere solo un formaggio o una razza, ma il diritto dell’isola a non essere ridotta a scenografia o magazzino.

Se il futuro del mondo passa sempre più da cibo e acqua, la Sardegna ha una possibilità concreta di essere laboratorio di equilibrio tra produzione e tutela e tra innovazione e memoria. Però questa possibilità esiste solo se smettiamo di delegare il nostro destino a chi vede nell’isola un grande perimetro da sfruttare e iniziamo a ragionare come comunità che sceglie cosa vuole essere nei prossimi decenni. Non è una battaglia romantica: è una questione di sopravvivenza economica, sociale, culturale. Comprometterli entrambi, condannandoci a una dipendenza che non possiamo accettare.

Se vogliamo un domani dignitoso, serve recuperare il controllo delle filiere, difendere il valore dei pascoli e delle terre, sostenere chi custodisce le razze locali e costruire alternative che mettano al centro qualità, territorio e autonomia.

Il futuro non si eredita: si difende.

E noi non possiamo permetterci di perderlo.

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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