La risposta è molto più inquietante di un film di fantascienza alla Terminator perché non riguarda robot assassini ma la costruzione metodica di un feudalesimo digitale da cui sarà impossibile uscire.
Il problema non è la tecnologia ma la genetica del suo addestramento perché se togliamo il velo del marketing e guardiamo in faccia chi sta scrivendo il codice del nostro domani, non vediamo un consesso di scienziati imparziali. Vediamo un cartello di poteri forti con agende molto precise, dove le psicopatologie personali (sì, parlo anche di Musk) diventano architettura globale.
In prima fila ci sono i profeti dell’Ego: Musk, Zuckerberg, Altman. Per loro l’IA non è uno strumento neutro, ma un’estensione della loro visione del mondo. Quando Musk addestra i suoi modelli per combattere il “virus woke” o Altman si atteggia a salvatore dell’umanità senza mandato elettivo, stanno proiettando le loro ossessioni personali su scala planetaria. Rischiamo di vivere in una realtà dove la “verità” è semplicemente ciò che l’algoritmo, plasmato dai bias di un singolo miliardario, decide di premiare.
Ma se i profeti fanno rumore, sono i burocrati a costruire la gabbia. Satya Nadella e Tim Cook stanno operando una normalizzazione silenziosa e letale. Microsoft sta integrando l’IA in ogni cellula del lavoro d’ufficio, standardizzando il pensiero umano verso una mediocrità efficiente e priva di sfumature. Apple, dal canto suo, sta trasformando la privacy in un bene di lusso: un recinto dorato dove sei protetto solo se puoi permetterti il biglietto d’ingresso, creando una casta digitale divisa tra utenti premium e “dati da mungere”.
E poi, nel sottosuolo, ci sono i padroni del ferro e della guerra. Jensen Huang di NVIDIA, che ha in mano il rubinetto della potenza di calcolo e può decidere la geopolitica di intere nazioni semplicemente rallentando le forniture di chip. O Peter Thiel e Larry Ellison, che con Palantir e Oracle non giocano a fare i poeti, ma militarizzano l’algoritmo per la sorveglianza predittiva e il controllo sociale.
Mettendo insieme i pezzi, il quadro è terrificante. Non stiamo creando un’intelligenza collettiva. Stiamo costruendo un sistema dove la verità è curata, il lavoro è standardizzato e il dissenso è previsto e neutralizzato prima ancora che nasca. In questo scenario, l’essere umano smette di essere il fine ultimo e diventa una inefficienza biologica da gestire o correggere.
Non stiamo costruendo un Dio benevolo ma un CEO perfetto: onnisciente, immortale, capace di sorvegliare tutto e, soprattutto, totalmente privo di rimorsi.
La domanda è: come ne usciamo?

Z= (X – μ)/σ
Facciamo un gioco.
Consideriamo:
X = variabile Personalità (*) [possiamo considerarla come la Σ dei valori osservati delle caratteristiche individuali di ogni essere umano: storia personale, cultura, gusti, desideri, intelligenza]
μ = media delle diverse Personalità
σ = standard deviation tra le diverse Personalità
Z = punteggio
I soliti personaggi non fanno altro che standardizzare, trasformando la variabile Personalità in una con μ = 0 e σ = 1.
È semplice, infatti, “indirizzare” le scelte di un gruppo in cui non esistono outlier.
Soluzione?
Ci servono outlier.
Persone carismatiche, magnetiche, intellettualmente vivaci, in grado di contrastare l’appiattimento che, da anni, prospera allegramente. Persone capaci di aprire le menti offuscate dagli anni di continua standardizzazione messa in atto, per ovvi motivi di interesse e di ricerca del potere, dai soliti personaggi citati.
Ok. Mi sono dilungata.
Chiedo venia e saluto.
(* Ricorda un po’ le teorie asimoviane del buon Prof. Hari Seldon. Lo so. Ma è originale, giuro. 😁)