Viviamo in un tempo in cui i nostri occhi hanno smesso di essere testimoni affidabili. Ogni giorno scorriamo feed infiniti popolati da volti che non esistono ma ci sorridono, guardiamo video di eventi mai accaduti che però ci indignano, e compriamo compulsivamente prodotti spinti da algoritmi che sembrano conoscerci meglio di noi stessi. Consumiamo informazioni e merci con la stessa voracità acritica, ingurgitando tutto senza masticare, senza filtri, senza fermarci mai a chiedere: “È vero? Mi serve? Ha senso?”.
È proprio dentro questa saturazione del reale che, se uniamo i puntini tra l’analisi spietata di Mary Harrington sul New York Times e le evidenze che ho raccolto in Restare Umani, il quadro che emerge diventa abbastanza nitido e sicuramente spaventoso. Non stiamo parlando di semplice evoluzione tecnologica, ma di una nuova, brutale forma di povertà antropologica.
La Harrington ci avverte: pensare sta diventando un bene di lusso.
Esattamente come il cibo non processato e biologico è ormai appannaggio esclusivo di chi ha tempo e denaro per procurarselo, il “pensiero non processato” – quello che nasce dalla fatica, dalla lettura profonda, dal silenzio e dalla noia – sta diventando un privilegio di classe. L’élite paga per disconnettersi e mandare i figli in scuole senza schermi, mentre la massa viene lasciata connessa a un flusso continuo di surrogati.
Viviamo in una società che ha trasformato l’attenzione in merce di scambio. Per anni, i social media hanno preparato il terreno: hanno eroso la nostra capacità critica e ci hanno nutriti con una dieta di “junk food cognitivo”, fatta di stimoli brevi, dopamina facile e indignazione algoritmica. Ci hanno resi obesi di informazioni ma denutriti di senso, incapaci di sostenere la complessità per più di pochi secondi.
Ma ora, come scrivo in “Restare Umani”, siamo passati dalla fase della semplice distrazione a quella, ben più pericolosa, della sostituzione.
L’Intelligenza Artificiale non è solo un altro tipo di intrattenimento; si propone come un vero e proprio sistema digestivo esterno. L’algoritmo non si limita più a offrirci svago, ma tenta di surrogare l’intimità stessa del nostro processo mentale, insinuandosi lì dove dovremmo costruire la nostra comprensione del mondo. Si offre di pre-masticare la realtà affinché noi possiamo ingoiarla senza sforzo.
“L’intelligenza artificiale non ci sostituisce perché è più forte, ma ci sposta lentamente perché è più comoda. E nel tempo, ci abituiamo a fare un passo indietro.” — Restare Umani, cap. 010
Il pericolo mortale è l’atrofia della volontà. Ci stiamo abituando pericolosamente alla “verosimiglianza“, quella zona grigia dove la verità non conta più. Accettiamo risposte che “sembrano” giuste solo perché sono plausibili, testi che “suonano” umani ma sono privi di vissuto, relazioni che “simulano” empatia senza alcun rischio emotivo. E in questo accontentarci del surrogato comodo, perdiamo il contatto con la realtà ruvida, quella che fa male e che ci costringe a cambiare idea e a crescere.
La domanda da farci è quindi chi vogliamo diventare.
Se abdichiamo alla fatica del pensare, se lasciamo che l’algoritmo riempia i nostri vuoti di senso con contenuti sintetici, rischiamo di diventare spettatori passivi di un’esistenza generata altrove. Rischiamo di trasformarci in “utenti” della nostra stessa vita, scorrendo giorni ottimizzati da qualcun altro.
La salvezza sta nel recuperare il lusso dell’inefficienza. Oggi dobbiamo rivendicare la dignità della fatica. Sta nel dire: “Non voglio la sintesi di questo articolo, voglio il tempo di leggerlo tutto e di non capire subito”. Sta nel difendere lo spazio dell’errore e del dubbio, scegliendo consapevolmente la “lentezza necessaria per guardare, esserci, ascoltare”.
Sì, pensare è un lusso. Ma è l’unico lusso che, se smettiamo di praticare, ci trasforma inesorabilmente da soggetti a oggetti. La vera resistenza oggi non è buttare lo smartphone in un gesto luddista, ma avere il coraggio di usarlo per farsi domande difficili e poi avere la pazienza, ormai rara, di cercare le risposte dentro di noi.
E non chiedendolo in un prompt.


A me tutto ciò sta rendendo difficile il rapportarmi (e spesso comunicare) con le persone.
È un grande e comune problema, questo. La socialità è curiosità, ascolto, dubbio. Invece oggi siamo circondati da sicumera e chiusura. E cosi non ci cresce.
Grazie per la risposta! (L’ho vista solo ora.) Sei sempre una sicurezza, “Inso”! 🙂