Siamo esseri frammentati e non è solo una sensazione di stanchezza da notifica ma quasi una mutazione genetica del nostro modo di stare al mondo.
Se un tempo la nostra identità era un monolite che portavamo con noi dalla piazza del paese all’ufficio, oggi è un mazzo di specchi infranti. E più il tempo accelera (e avanza), più ci ritroviamo a gestire versioni di noi stessi che faticano a riconoscersi tra loro. Su LinkedIn siamo il professionista impeccabile dal linguaggio asciutto; nei messaggi vocali su WhatsApp siamo l’amico che si perde in sboccate digressioni dialettali; su strumenti di nicchia o in comunità chiuse diventiamo esperti di settori che i nostri vicini di casa non sanno nemmeno esistano.
Il concetto di “uno, nessuno e centomila” non è certo una novità. Pirandello aveva già intuito che la nostra rappresentazione cambia a seconda dell’occhio di chi ci guarda, ma oggi quella tendenza è uscita dai salotti letterari per diventare la nostra architettura quotidiana.
Se prima la recitazione era un processo quasi inconscio legato ai cerchi relazionali, oggi siamo diventati veri e propri attori di piattaforma.
Non ci limitiamo a esistere in comunità diverse, ma adattiamo la nostra intera presenza ai ritmi, ai limiti e alle aspettative di ogni singolo strumento.
Ma cosa succede quando questo “centomila” smette di essere un’ipotesi letteraria per diventare la nostra quotidiana realtà biologica? Parliamoci chiaro, il vantaggio è innegabile: stiamo vivendo un’espansione del sé che un tempo sarebbe stata impossibile. Possiamo esplorare mondi, linguaggi e comunità con una velocità che annulla lo spazio fisico: questo è il fascino di poter essere diversi pur rimanendo gli stessi, di testare parti di noi che in un unico contesto soffocherebbero.
Tuttavia, il costo di questa libertà è il frazionamento.
Ogni volta che cambiamo piattaforma cambiamo maschera, non per ipocrisia ma per un adattamento evolutivo (e di esistenza e sopravvivenza) al mezzo e alle sue regole d’ingaggio. Ma il risultato è che veniamo percepiti e giudicati in modi diametralmente opposti a seconda di dove veniamo “intercettati”. Per qualcuno siamo un guru, per altri un hater, per altri ancora un fantasma digitale, un caso studio da smontare pezzo per pezzo o un’interferenza nel feed che si cerca di ignorare.
Il rischio reale, in questa scomposizione continua, rimane la perdita del baricentro. Vivere la propria identità come un multiverso significa che non esiste più un “io” narrante coerente, ma solo una serie di episodi slegati tra loro, performance calibrate per soddisfare l’algoritmo di turno o la nicchia specifica.
La nostra reputazione diventa un puzzle che nessuno (nemmeno noi!) riesce a comporre del tutto. Siamo diventati specialisti della forma, capaci di padroneggiare codici diversi per non essere esclusi dalle comunità che frequentiamo, ma questa ginnastica comunicativa ci lascia addosso un senso di incompletezza.
Come possiamo, allora, uscire di scena e trovare un rifugio per la nostra parola più lenta?
Questa condizione di attori di piattaforma è logorante. La fatica non deriva dal comunicare, ma dal dover costantemente negoziare la nostra immagine con le aspettative del pubblico di turno.
È per questo che sentiamo il bisogno viscerale di spazi non performativi, luoghi come Substack dove la parola torna ad avere un peso e un tempo proprio. Qui non c’è una platea che chiede il colpo di scena ogni dieci secondi o una reazione immediata che deve incastrarsi in un feed caotico.
Scrivere o leggere una newsletter diventa un atto di riappropriazione, un modo per ricentrare la propria identità e riposarsi dal multiverso.
È la ricerca di una zona franca dove non dobbiamo più essere centomila frammenti per compiacere l’algoritmo, ma possiamo finalmente tornare a essere uno, cercando di capire cosa resta di noi quando spegniamo i riflettori e le conversazioni tornano a essere un racconto organico, lineare e, finalmente, silenzioso e gratificante.
La pace dell’Uno.
