Cagliari è la città dove sono nato, dove ho vissuto e lavorato fino a dodici anni fa, e dove torno ancora spesso per famiglia e per lavoro. È parte di me, di ciò che sono, e continuo ad amarla come sempre, con la stessa ostinata tenerezza di chi non riesce a staccarsene del tutto.

Da parecchi anni, però, non riesco a nascondere i miei dubbi su un modello di sviluppo che considero pericoloso e insostenibile, costruito su una narrazione che oscilla tra la “Milano da bere” e la “California da surfare”. È uno storytelling accattivante, ma fragile: un racconto che rischia di confondere la bellezza con la superficie, e l’energia con la frenesia.

Una città non è un insieme di fattori messi insieme per caso: è un organismo complesso, una formula dinamica che si trasforma in sistema socioeconomico. E Cagliari, con la sua storia millenaria, la sua luce e una vitalità rara, meriterebbe una visione più profonda.

Forse è proprio per questo che mi infuriano la mediocrità e la leggerezza con cui si affrontano il suo futuro e persino la sua quotidianità. Ci si concentra sulla percezione esterna, su come gli altri la vedono, su ciò che può attrarre il turista o l’investitore, dimenticando che una città è viva solo se i cittadini sono parte attiva, non coreografia utile alla sceneggiatura. E oggi, sempre più spesso, il rischio è proprio questo: diventare spettatori della propria realtà.

Il turismo è e resta una delle chiavi possibili del suo futuro, ma non può e non deve essere l’unico motore economico. Non può sostituirsi a un progetto di città che consenta di vivere, studiare, lavorare e mantenersi con dignità. Né può rendere adulta una città che rischia di perdere se stessa nell’inseguire un ideale di bellezza omologato e distante dalla sua identità.

E non parlo solo del turismo esterno, ma anche di quello interno: quello dei cittadini che vivono la loro città come visitatori, più che come protagonisti.

Non è un “ve lo avevo detto io”, e non c’è nessuna nostalgia o invidia in queste parole. È solo la constatazione che vivere una città senza poterla abitare davvero, senza poter costruire lì il proprio futuro, non può essere considerato un modello vincente.

Questo non significa che Cagliari sia invivibile o priva di valore: al contrario, è ancora piena di bellezza, di intelligenza, di energia creativa. Ma queste qualità vengono sempre più soffocate da una glassa vischiosa di rappresentazioni senza spessore, dove conta l’immagine più della sostanza.

Per questo serve coraggio. Serve forza. Serve pazienza. Serve la capacità di guardare oltre la vetrina e oltre l’immediato. Cagliari può e deve tornare a essere motore di innovazione e ispirazione, non semplice location da cartolina per eventi e aperitivi.

Serve una politica che ragioni oltre il mandato. E cittadini che ragionino oltre la loro quotidianità.

Serve intelligenza.

E forse, anche, un po’ di umiltà.


Ho approfondito il tema dei pericoli del turismo moderno qui:

👉 [L’era del turismo: vivere, consumare e sognare attraverso i luoghi](https://www.insopportabile.com/…/lera-del-turismo…/)

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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