Oggi è agli onori della cronaca il matrimonio miliardario in Costa Smeralda che ha messo la Sardegna al centro dell’attenzione di mezzo mondo, tra cerimonie, concerti e gossip.
Questo evento arriva dopo una estate particolarmente tribolata per un modo di fare turismo che ha creato discussioni anche fuori dallo stretto ambito degli esperti del settore e della politica. Ci ho scritto parecchio da anni compreso l’ultimo post a riguardo (lo potete leggere qui https://insopportabile.substack.com/p/le-nuove-servitu-turistiche?r=3mo1y&utm_medium=ios) che raccontava il rischio del turismo come processo economico estrattivo.
Perché forse perché siamo di fronte a un modo di pensare al patrimonio pubblico come a un catalogo a listino e badiamo bene che non è solo questione di magnati o privilegi e soprattutto (fatemelo dire chiaramente) non esclusiva della Costa Smeralda. Viviamo ogni giorno qualcosa e in tutta la Sardegna (per limitarmi alla Sardegna) che non è normale e invece lo sta lentamente diventando.
Sono per il turismo, per il diritto di viaggiare, per anche cercare un turismo che abbia una redditività accettabile e che non sia solo estrattiva, ci ho scritto tanto e da tanto tempo, oggi la sensibilità è diversa e meno paziente ma credo che una discussione sia doverosa, fuori dalle barricate e dalla retorica.
Oggi si decide un modello di sviluppo tra diritti pubblici e economie e non si può ridurlo a una imbarazzante zuffa da talk show o peggio da sprezzanti chiusure.
Oggi decidiamo cosa essere da grandi.
Proviamo allora a guardare i fatti con calma, perché i fatti, in questo caso, raccontano più di ogni indignazione a comando. Per tre giorni San Pantaleo, Capriccioli, Romazzino e una parte di Olbia sono diventati lo scenario parzialmente privato di un matrimonio da milioni di euro, con negozi e ristoranti del borgo messi a disposizione degli invitati, piattaforme sul mare autorizzate dalle autorità marittime, un traghetto trasformato in resort galleggiante e artisti internazionali chiamati a intrattenere un pubblico di poche centinaia di persone. Nessuno può negare a due sposi il diritto di festeggiare come meglio credono e con le proprie risorse, e nessuno dovrebbe nemmeno pensare di trasformare la vicenda personale di Brendan Blumer e Salvatore Spano in un bersaglio, perché la responsabilità di quello che è accaduto non riguarda loro ma il modo in cui la comunità e le sue istituzioni hanno scelto di autorizzarlo, gestirlo e raccontarlo.
Il punto, infatti, non è che qualcuno con mezzi legittimi e enormi abbia scelto la Gallura per sposarsi, cosa che dovrebbe perfino renderci orgogliosi se raccontata con la giusta misura. Il punto è che un pezzo di territorio, per due o tre giornate, ha smesso di appartenere a chi lo abita e lo frequenta ogni giorno, ed è diventato temporaneamente un possedimento a uso esclusivo di chi poteva permetterselo, con la benedizione implicita o esplicita di chi avrebbe dovuto garantire che questo non accadesse, o quantomeno che accadesse dentro regole chiare, note e discusse prima di essere applicate.
Qui torna il filo che avevo provato a tirare qualche settimana fa parlando di nuove servitù turistiche: la Sardegna ha una lunga storia di territori messi a disposizione di qualcun altro in cambio di una promessa di sviluppo, dalle servitù militari alle miniere, dalle grandi industrie calate dall’alto alle più recenti servitù energetiche, e ogni volta la giustificazione era la stessa, quasi identica nelle parole prima ancora che nella sostanza: porta lavoro, porta indotto, porta visibilità, non possiamo permetterci di dire no. Un matrimonio, per quanto sontuoso, sembra un episodio minore accanto a queste storie, eppure racconta con una chiarezza quasi didattica lo stesso meccanismo, applicato stavolta a un borgo intero anziché a una base militare o a un impianto industriale.
Perché se un’amministrazione può decidere, anche solo per due giorni, che le vie di un paese, i tavoli di un ristorante o l’accesso a un tratto di costa diventano pertinenza esclusiva di chi paga di più, allora quella stessa amministrazione ha già ammesso, magari senza dirlo apertamente, che il patrimonio pubblico è negoziabile in base a chi bussa alla porta. E una volta ammesso questo principio diventa difficile spiegare perché non dovrebbe valere anche per la prossima richiesta, magari meno spettacolare ma altrettanto esclusiva, e per quella dopo ancora, fino a quando la normalità di ieri sarà soltanto un ricordo di come stavano le cose prima che tutto diventasse in vendita.
L’indotto economico di un evento simile esiste, è sicuramente reale e ha portato lavoro a fornitori, ristoratori, autisti e maestranze locali, e sarebbe disonesto negarlo solo per amor di polemica. Ma un indotto che si misura in fatturato di qualche giornata dice poco sul prezzo pagato da chi quel borgo lo vive tutto l’anno e per quei giorni si è trovato escluso dai propri spazi abituali, e dice ancora meno sulla domanda più scomoda, quella che nessun comunicato istituzionale sceglierà mai di porsi: chi ha deciso che questo scambio valesse la pena, con quali criteri, e soprattutto con quale trasparenza verso chi in quei luoghi ci vive e ci lavora tutti i giorni dell’anno, non solo nel weekend giusto.
Non credo che la soluzione stia nel rifiutare per principio eventi di questo tipo, perché sarebbe un errore uguale e contrario a quello che critico, un modo elegante per continuare a non affrontare la questione vera spostandola sul piano più comodo del pittoresco scandalo estivo. La soluzione, se esiste, sta nel costruire prima le regole e non nel rincorrerle dopo che l’evento è già passato: capacità di carico dichiarata, criteri pubblici per le autorizzazioni, compensazioni reali per la comunità che ospita, e soprattutto la consapevolezza condivisa che il suolo pubblico, il mare antistante e le vie di un centro storico non sono un asset che un’amministrazione può concedere a propria discrezione, ma un bene di cui è temporaneamente responsabile per conto di chi quel bene lo possiede davvero, cioè la comunità.
Continuare a discutere solo se un matrimonio miliardario sia stato un bene o un male per l’immagine della Sardegna significa restare fermi alla superficie di una domanda molto più grande, quella che avevo provato a porre parlando di servitù turistiche: quale idea di sviluppo vogliamo, e quanto della nostra terra siamo disposti a mettere temporaneamente, o forse non così temporaneamente, fuori dalla disponibilità di chi ci vive.
Oggi decidiamo cosa essere da grandi, scrivevo all’inizio, e lo penso ancora. Ma diventare grandi, in questo caso, significa avere il coraggio di dire con chiarezza a chi amministra che il bene pubblico non è un catalogo a listino sul mercato sull’altare dello sviluppo turistico del portare gente, basta che paghi.
Significa iniziare a capire che essere cittadini del mondo comporta diritti ma anche doveri, perché è facile fare i turisti con le destinazioni degli altri.
Significa capire che segnali come il trasferimento di proprietà del patrimonio immobiliare, l’esodo delle forze lavorative giovani e qualificate, il cambiamento climatico e decine di altri fattori sono un avviso che il sistema socio economico sta cambiando e non affrontarlo significa la certezza di esserne travolti quando non ci sarà più nulla da fare.
E anche, soprattutto, che amministrare la cosa pubblica non significa avere il mandato di poter fare con supponenza quello che si immagina sia meglio per tutti senza doverne spiegare le ragioni e discuterne con chi quel mandato lo ha espresso.
PS: sono affascinato dai tanti che oggi si stracciano le vesti e diventano paladini del turismo sostenibile per argomenti sacrosanti che provo a portare alla discussione generale da decenni e per i quali ero deriso e marginalizzato. Capisco però che abbiano necessità di riciclarsi pur di non sparire nella loro irrilevanza ottimamente e ciclicamente retribuita.
Per leggere meglio, con i link corretti e una formattazione che non offenda la vista e limiti la comprensione vi invito a farlo sul mio blog https://www.insopportabile.com/ Se poi volete rimanere aggiornati c’è anche la mia Newsletter (gratuita): https://insopportabile.substack.com
