Aggiungere valore alla discussione di questi ultimi giorni riguardo le polemiche sul passaporto sanitario e gli spostamenti tra regioni è impresa ardua, compressi tra provincialismi e paternalismi vari.

I fatti sono ormai tristemente noti, abbiamo una pandemia in corso e ci sono state e ci sono regioni con maggiori problemi di diffusione rispetto ad altre. Dal 3 giugno ci si potrà probabilmente muovere tra regioni e il rischio che il contagio riprenda vigore è concreto. Il timore delle regioni a basso contagio è quindi di vedere vanificato lo sforzo del contenimento e quindi si tenta di capire come poter prevenire e annullare questo rischio. Il senso del passaporto sanitario (o del certificato di negatività) è in fondo questo: verificare (sempre che si possa fare con certezza e precisione) i potenziali vettori di contagio per evitare che diventino veicolo di contagio.

Dall’altra parte c’è una popolazione stanca che dopo mesi di reclusione vuole ritornare alla vita normale e soffre a sentirsi di nuovo limitata nella propria libertà.

In questo contesto c’è la politica, quella poco utile ma tanto presente, che piega fatti, ipotesi, paure e speranze per farli diventare narrazione utile alla propria sopravvivenza e in subordine al servizio delle persone che rappresenta.

Con grande amarezza leggere le polarizzazioni di questi giorni mostra quanto come nazione scontiamo ancora le contrapposizioni nord-sud e ricchi-poveri e il tanto di moda razzismo trasversale ai movimenti politici, quell’atteggiamento di superiorità per censo e reddito contrapposto a quello di sentirsi custodi di specialità ambientali e culturali.

Da qui il fastidio nel sentire i miei corregionali chiudersi a riccio in atteggiamenti permalosi e razzisti: essere una nazione comporta essere adulti anche nel contrastare sentimenti di divisione: con fermezza, dignità e serietà ma sempre nel rispetto degli altri. Essere di ispirazione ed esempio per chi non arriva a capirlo, anche.

Certo è che sentirsi dire da abitante di questa isola che grazie al nord sopravviviamo di sovvenzioni non fa oggettivamente piacere anche perché il tributo che paghiamo in termini solo di servitù militari dovrebbe far capire che il bilancio di una nazione in termini di gettiti diretti e indiretti e di servitù è più complesso che la lista della spese o il bilancio di un comune.

Sentirsi poi dire da un Sindaco misurato ed educato come Sala che la Sardegna è diventata tale grazie ai lombardi è abbastanza imbarazzante per la modalità e per l’oggettiva scarsa attinenza con la realtà. Il turismo moderno in Sardegna nasce negli anni ’60 nella Costa Smeralda dell’Agha Kahn insieme ad altri comparti meno omogenei ma comunque importanti nel resto della Sardegna. Tanti italiani hanno contribuito portando la loro esperienza, non solamente i lombardi. Altrettanto imbarazzante è sentirsi dire che se si perseguirà su questa strada i lombardi se ne ricorderanno con delle minacce poco consone a un ruolo e a un politico che di valori opposti a questi ne ha fatto vanto e cifra stilistica.

Se ci si mette poi anche l’ex presidente di ENIT Evelina Christillin a rincarare tali velate minacce e addirittura ironicamente rispolverare il passaporto del Regno Sardo Piemontese questo non aiuta a stemperare i toni, anche perché in Sardegna quel Regno è stato uno dei peggiori ricordi della storia per oppressione e morte.

In questo contesto poi il Governatore sardo e i suoi assessori non aiutano nella ossessiva ricerca di contrapposizione con lo stato, nel continuo cambiare idea sul tipo di modalità di ingresso da adottare, nel rilanciare la polemica da ovunque arrivi per ritagliarsi un ruolo politico che dovrebbe ragionare su valori e azioni da comunicare e non polemiche da alimentare.

In mezzo ci siamo noi cittadini, travolti e confusi, che vorrebbero sapere cosa fare per evitare rischi, per poter programmare una eventuale vacanza o per mettersi l’anima in pace e rimandare a quando si potrà, che vorrebbero discutere del loro futuro in comune come nazione e non azzuffarsi sul presente come comunità chiuse.

Cittadini che avrebbero bisogno di politici con una visione e dei modi inclusivi, che ragionino come nazione e non come piccine comunità locali, che trovino il modo di unire e non di dividere.

Solo due mesi fa cantavamo sui balconi l’inno nazionale piangendo commossi per una ritrovata unità d’Italia, oggi quella bandiera serve solo per colorare retoricamente le mascherine e i cieli in una rappresentazione dispotica della realtà.

Cambiamo atteggiamento, prima che sia troppo tardi.

Perché continuando così la nazione va in pezzi e noi saremo solo le sue inutili e inerti macerie.

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insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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