Quest’anno con grande dolore abbiamo dovuto sopportare l’assenza della consueta lezione di Briatore su come noi sardi dovremmo vivere di turismo, un vuoto palpabile per noi abituati da un abbondante decennio al tradizionale rito: lui arrivava, spiegava al mondo che siamo seduti su una miniera d’oro e che noi lo ignoriamo, e noi ci indignavamo con veemenza per almeno due settimane sui social e a mezzo stampa prima di tornare alle nostre inconsapevoli e non facili vite (che vivere su una montagna d’oro è parecchio scomodo, soprattutto i giacigli).

Quest’anno invece è calato un inspiegabile e drammatico silenzio.

Ma quando sembrava ormai tutto perduto ecco la provvidenza (che a quanto pare ha un debole per la Costa Smeralda) che ci manda un sostituto all’altezza: l’ambasciatore degli Stati Uniti Tilman J. Fertitta, in tour tra Porto Cervo, Arzachena e l’arcipelago di La Maddalena a bordo di uno yacht di 117 metri con due elicotteri a bordo. Il tour si chiama Freedom Coastal Diplomacy Italy Tour, e già il nome meriterebbe un capitolo a parte, forse anche un saggio breve.

Le rivelazioni dell’ambasciatore del paese del surreale e esondante presidente non hanno deluso le aspettative. La Sardegna è “uno dei posti più straordinari al mondo”, il turismo “fa bene alla vostra economia e a chi vive qui” e, dulcis in fundo, l’isola resta “strategica in caso di conflitto”, eredità delle basi militari che ospitiamo da decenni e che costituiscono oltre il 60% del totale nazionale. Tre affermazioni che non portano sorprese ma pronunciate da un ambasciatore USA con lo yacht giusto diventano automaticamente notiziona nazionale e verità regionale universale.

Ed ecco la questione che mi interessa davvero, al di là delle facili battute.

È il copione che si ripete identico ogni santissima volta: arriva qualcuno da fuori, spesso con un patrimonio, una idea imprenditoriale o un ruolo istituzionale che sembra possa garantirgli automaticamente un megafono, e ci comunica verità che chiunque lavori sul territorio conosce da sempre.

La differenza tra Briatore e Fertitta è solo di ruolo, uno è un imprenditore che ha (diciamo) investito qui (anche se per stagioni di meno di due mesi l’anno, nota per chi non lo ricorda), l’altro invece è un diplomatico in missione, anche se mimetizzato da vacanziere. Il meccanismo di attenzione mediatica però funziona esattamente identico: la voce esterna amplificata vale più della competenza interna data per scontata.

Nel frattempo c’è chi fa analisi seria sui dati regionali del turismo, chi lavora ogni giorno alla chimera della destagionalizzazione vera (quella con i numeri, non gli slogan), chi prova a costruire un modello alternativo alla logica dell’evento isolato, ecco, tutti questi restano fuori dai titoli (o della narrazione, come direbbero i moderni influencer).

Restiamo l’oggetto della narrazione, mai il soggetto.

C’è poi anche un secondo livello, molto meno divertente. La frase sul nostro essere strategici in caso di conflitto (o per l’energia, per le carceri, per i metalli preziosi, per i rifiuti nucleari e così colonizzando) non è tanto folklore diplomatico o sovranità con i territori disperati ma appare come una sorta di promemoria per la Sardegna che oltre a essere raccontata come paradiso turistico, continua a essere pensata da alcuni attori nazionali e anche internazionali soprattutto come posizione e luogo geografico utile, subordinata a interessi comuni per i quali bisogna sempre piegarsi ma esserne pure orgogliosi. Servitù a vario titolo, anche turistica.

Tra Briatore, Fertitta o chiunque altro arrivi rimane invariato quindi il ruolo che ci viene assegnato: quello di pubblico. Il megafono lo tengono sempre loro (perché gli viene dato), e a noi tocca la pietà dell’attenzione come il commento sotto il post, la battuta su Twitter (ops, X), il reel con i quattro mori o la newsletter che ironizza il giorno dopo.

Perché decidono altri di cosa si parla, noi possiamo solo rispondere.

Chissà quando toccherà a chi il territorio lo vive (e lo soffre) tutto l’anno salire sul palco del racconto, invece di restare seduto in platea a fare da spettatore, da coro o peggio da claque.

Chissà quando capiterà che quando si intervista un personaggio che dice banalità o stupidaggini qualcuno gli possa ribattere subito la verità, smontando il senso di onnipotenza che costruiscono intervista dopo intervista, pensando anche di dire cose intelligenti se non addirittura di poterci traghettare sulla strada della redenzione.

“Come siete fortunati, voi sardi” me lo sento dire ormai ogni giorno, ma non siamo turisti per sempre e tantomeno abbiamo vinto la Sardegna a un gratta e vinci.

Quella che chiamano fortuna è un luogo che ha un prezzo, pagato ieri e ancora oggi. Ieri erano le partenze verso il continente, i paesi dell’interno che si svuotavano, le terre requisite per le servitù militari o svendute per pochi spiccioli a speculatori edili o industriali. Oggi è un’economia che dipende da pochi mesi di stagione, servizi che nell’entroterra restano scarsi, infrastrutture pensate più per chi arriva in vacanza che per chi ci abita tutto l’anno. Sono i giovani laureati che non possono rimanere qui perché non ci sono prospettive ma solo elemosine, di sanità che cura con difficoltà, di anziani sempre più soli e ai margini della società e dell’assistenza, di denatalità, di cambiamenti climatici e di inquinamento, di speculazione edilizia e energetica, di servitù e anche di ingiustizie sociali.

Ma quindi va tutto male? No, non va tutto male, non sempre si deve ridurre il discorso tra bianco e nero, tra estasi e depressione. È una situazione complessa dove il turismo può essere una soluzione ma non può essere la sola salvezza, dove banalizzare le soluzioni porta a risposte deviate e all’inesorabile modifica di ciò che è l’identità, la storia, l’ambiente. Una società non può essere salvata da ciò che la rende commercialmente appetibile ma da scelte che non sono necessariamente quelle economicamente più redditizie. Non tutto è monetizzabile, non tutto è numerabile. Soprattutto il benessere e il progresso.

Perché il progresso è cambiamento quando non è devastazione o sostituzione e oggi siamo in una situazione dove intere comunità si stanno estinguendo per andare incontro alle aspettative degli ospiti, dove il patrimonio immobiliare piano piano sta cambiando destinazione da residenziale a turistica nei centri urbani e da agricola a ville private per pensionati nelle zone agricole. 

Potrebbe essere anche un destino inesorabile, diciamolo, ma che almeno sia consapevole, perché oggi sicuramente non lo è: stiamo subendo un cambiamento che non è scelto e non è compreso nella sua complessità.

La bellezza della Sardegna non è misurabile ed è forse per questo che è così preziosa. Ma non è esclusiva dei sardi, che sia molto chiaro. Abbiamo la presunzione di esserne i custodi, forse non esattamente all’altezza, ma giusto questo.

E anche se sembra una fortuna questa bellezza si è conservata proprio dove lo sviluppo non è arrivato, ed è questo il paradosso che non si racconta quando si parla appunto di fortuna: il sottosviluppo pagato a caro prezzo ieri (e anche oggi) è la meraviglia che oggi tutti vengono a fotografare. Negli anni 60 essere mandato in Sardegna era una punizione, se qualcuno lo ha dimenticato.

Chi arriva per una vacanza di una settimana vede un paradiso, non il conto che paghiamo per mantenerlo tale (spesso non per scelta). Vede il mare pulito, gli spazi incontaminati, gusta i prodotti tipici, vede i paesi carini e coccolosi ma non che si spopolano e che viverci d’inverno è da eroi o da folli.

Magari scambia la nostra assenza di sviluppo per una scelta lungimirante, quando per decenni è stata semplicemente l’unica scelta rimasta. E oggi invece per un supposto sviluppo economico si svende un po’ tutto perché altrimenti l’alternativa è la morte economica e sociale.

Non voglio però neanche passare per quello che “voi sardi non vi si può dire nulla che siete permalosi”. Io e tanti miei conterranei ascoltiamo, studiamo, ci facciamo venire mille dubbi sul nostro futuro con l’ansia di sbagliare strada e non dare speranza alle nuove generazioni.

Perché oggi la Sardegna è al centro del mondo turistico (e non solo, purtroppo) ma il rischio di rovinare ciò che generazioni di sacrifici e di dolorosi errori hanno creato è purtroppo molto alto e relativamente vicino nel tempo, e non possiamo più permettercelo.

Credo che oltre la Sardegna esistano problemi simili in altri contesti italiani e sono certo che il futuro è incerto anche in quei luoghi e tra quelle comunità, dico solo che forse sarebbe giunto il momento di farlo emergere. 

Per chiarezza non ho la presunzione di sapere quali possano essere le soluzioni ma rivendico con orgoglio di avere dei dubbi, di farmi delle domande e aspettarmi delle risposte, finché destagionalizzazione non ci separi. 

Chiudo con una citazione perfetta di Italo Calvino, Le città invisibili del 1972. Avevo 4 anni ed era un mondo diverso, come la nostra ingenuità.

“D’una città non godi le sette o le settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda.”

Ecco, sarebbe una bella novità che qualcuno iniziasse a farci domande per costruire risposte insieme e non dispensare soluzioni preconfezionate.


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insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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