Collegato alle propaggini digitali osservo la tendenza non nuova ma forse acuita da un momento storico particolare: lamentarsi della diffusa mediocrità.
Quella dei contenuti vuoti, delle persone che “non dicono niente” ma hanno numeri enormi, di chi sembra arrivare ovunque senza aver costruito nulla di solido. È diventato quasi come quegli spot fastidiosi e onnipresenti: lo si puntualizza nei commenti, nelle stories, al bar, ovunque, giusto il tempo di sentirsi un po’ meglio e poi si torna a scorrere e andare avanti, fino al prossimo fastidio.
Il punto però non è chi ha successo così ma forse siamo noi, non è il mediocre in sè ma il mediocre in noi. Perché la domanda vera e che tendiamo a evitare è cosa facciamo davvero, ogni giorno, per evitare che questa mediocrità diventi la regola.
Cosa stiamo creando che abbia un valore reale e che non sia solo una reazione stizzita a ciò che non ci piace?
Perché poi, se guardiamo bene, la mediocrità non vive e vegeta da sola, anzi. Viene nutrita dai like dati per inerzia, dalle condivisioni fatte “tanto per”, dai contenuti annacquati che pubblichiamo anche noi perché è più facile e alla fine “perché funziona”, perché esporsi sul serio richiede fatica e tempo. Ogni santissima volta che abbassiamo l’asticella per non complicarci la vita stiamo contribuendo esattamente a quel panorama che diciamo di detestare.
Li stiamo accreditando.
L’antidoto non è fare i moralisti né spiegare agli altri perché sbagliano ma produrre cose che non nascono per piacere subito e pensate per tutti, che magari non performano ma hanno un senso.
È scrivere meglio, pensare più a fondo, accettare di essere meno visibili pur di essere più onesti, smettendo di inseguire l’effetto e tornando a cercare una direzione, anche se è solo per il puro e inutile piacere personale.
La mediocrità non si combatte a colpi di lamentele, si combatte assumendosi una responsabilità. Quella di non alimentarla con le nostre scelte quotidiane e di fare, quando possiamo, qualcosa che alzi il livello invece di adattarsi al rumore di fondo.
Anche se costa fatica.
