“Come siamo arrivati fin qui?” è la domanda che mi frulla da qualche giorno vedendo cosa sta accadendo riguardo il dissenso espresso in maniera più o meno (e anche molto ma molto meno) civile. Peggiorano un po’ alla volta, senza scossoni o proclami scoppiettanti, mentre ci abituiamo a un diritto che giorno dopo giorno si indebolisce, una prospettiva di futuro che lentamente scompare, un servizio che non funziona più o uno stipendio (quando c’è) che basta per sempre meno cose. Ogni volta ci viene paternalisticamente spiegato che purtroppo non ci sono alternative, che bisogna avere pazienza, che la situazione è “drammaticamente” complessa e chiaramente noi non possiamo capire.
E intanto il presente si restringe sempre più e il nostro futuro diventa un vero e frustrante lusso che non ci possiamo più permettere.
Come siamo finiti quindi in una condizione di disagio così profonda e preoccupante?
Un pezzo alla volta, erodendo le possibilità di molti per proteggere i vantaggi di pochi. Una parte delle élite economiche e politiche sembra vivere in un mondo sempre più distante da quello reale, nel quale la priorità è conservare posizioni, rendite e potere. Non sappiamo nemmeno quanto siano interessate a conoscere davvero ciò che accade fuori dai loro circuiti.
Il risultato è che ci sentiamo più poveri, marginali, frustrati e, soprattutto, impotenti. In un mondo nel quale siamo continuamente invitati a partecipare, ma sempre meno capaci di determinare le decisioni che riguardano la nostra vita. Attori non protagonisti, quando non semplici comparse di una storia scritta da altri.
I social hanno amplificato questa contraddizione: ci hanno dato una voce, la possibilità di denunciare, contestare, mobilitare persone e questo oggettivamente non è poco. Ma hanno anche costruito un gigantesco spazio di sfogo nel quale la rabbia viene alimentata, le differenze diventano tifoserie organizzate e condizionate e ogni questione si trasforma in uno scontro tra fazioni. Ci sentiamo coinvolti attivamente e a volte persino importanti e potenti. Poi però le decisioni vengono prese altrove e tutto ricomincia come prima, altro giro e altro gettone nella giostra delle vanità.
Perché la possibilità di parlare purtroppo non coincide automaticamente con il potere di cambiare le cose.
Onestamente oggi mi chiedo se siamo davvero dentro un declino senza uscita oppure se sia ancora possibile una politica capace di fare la differenza, mettendo il bene comune davanti alla conservazione degli equilibri esistenti.
Finora ho visto solo qualche sprazzo di democrazia e attenzione sociale, spesso ricoperto da una spessa, pesante e furba glassa di storytelling. Ho visto promesse, narrazioni, campagne costruite per raccontare quanto sarebbe cambiato finalmente tutto ma, a prescindere da chi abbia governato, non ho trovato risposte sufficienti a invertire una direzione verso il declino. E non sono sufficienti le attenuanti generiche del nemico di turno, dei vincoli esterni o del destino avverso. Governare significa anche assumersi la responsabilità dei risultati, non soltanto spiegare perché non si è riusciti a ottenerli, cosa che invece è diventata l’accettata normalità, solitamente per colpa dei governi precedenti.
Per questo mi stupisce che oggi ci si stupisca della sfiducia verso la politica. Non la recuperi chiedendo agli elettori di scegliere tra due schieramenti, se poi la loro esperienza concreta continua a essere quella di un arretramento appena eletti.
L’alternanza, da sola, non trovo sia una soluzione perché a volte somiglia a una staffetta nella quale cambia chi porta il testimone, ma la gara resta la stessa e il traguardo si allontana diventando impossibile da raggiungere.
E allora, che cosa potrebbe cambiare davvero le cose?
Non ho una risposta anche se penso però che un Paese incapace di offrire soprattutto ai propri giovani ragioni concrete per restare, costruire, rischiare e immaginare il proprio futuro abbia un gigantesco problema che nessuna campagna di comunicazione può risolvere.
Forse il cambiamento arriverà da loro, da quelli che non saranno partiti o che coraggiosamente decideranno di tornare, da chi non avrà interesse a difendere un sistema nel quale non ha mai trovato posto. E che è forse giunto il momento di demolire e ricostruire questo sistema ripartendo da quella Costituzione della quale ci si riempie la bocca senza la vergogna di calpestarla per i propri interessi. Ma anche questa, mi rendo conto, è una speranza un po’ fragile, perché non possiamo chiedere a una generazione di partire svantaggiata, andarsene per sopravvivere e poi tornare per salvare tutti gli altri.
Ecco, tante domande ma ciò che da un paio di giorni mi ronza in testa è quanto ancora possiamo permetterci di aspettare che qualcosa cambi, continuando a votare, discutere e indignarci dentro un sistema che sembra aver imparato a sopravvivere anche alla nostra sfiducia e che appena il dissenso diventa importante trova motivi per spostare il discorso su altre questioni, sempre più importanti di ciò che serve a chi lo manifesta per sopravvivere.
Oggi il rischio più grande (oltre che le cose peggiorino) è che abbiamo finito per considerare normale che non possano più migliorare.
Ed è esattamente la prigione mentale nella quale viviamo reclusi negli ultimi decenni.
«Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.» Italo, Calvino – Le città invisibili (1972).
