Come tradizione d’estate, la Sardegna viene presa d’assalto e, come tradizione, ogni estate ci raccontiamo che va tutto bene, che il turismo porta ricchezza, che i numeri sono buoni, che gli arrivi aumentano, che le presenze crescono e che, in fondo, dovremmo essere tutti contenti.
Nel frattempo, però, basta guardarsi intorno, leggere due giornali, passeggiare per le località turistiche e allora scopri che ci sono rave organizzati nelle Aree Marine Protette, barche che affollano calette e spiagge ignorando distanze, divieti e regole elementari di navigazione, pescatori dilettanti che prelevano ricci, pesci sottotaglia e specie che non dovrebbero essere toccate, persone che portano via conchiglie, stelle marine, sabbia e pietre come souvenir di una terra che, evidentemente, considerano disponibile al loro consumo. Poi ci sono la musica a tutto volume, i rifiuti abbandonati ovunque, i divieti di sosta ignorati, le dune trasformate in parcheggi e i cespugli utilizzati come toilette.
Se ci spostiamo dalla costa non cambia molto. Ci sono sentieri affrontati come se fossero passeggiate nel centro città, campeggi abusivi, aree interdette violate, rifiuti lasciati nei luoghi più fragili e, sempre più spesso, borghi, paesi, feste e tradizioni trattati come prodotti da consumare velocemente, magari nell’arco di qualche ora, tra un pranzo, una fotografia, una storia su Instagram e la partenza verso la destinazione successiva, come una transumanza senza sosta.
E pur raccontandoci di vivere una nuova stagione di turismo sostenibile, attento, lento e di senso stiamo invece diventando un fast food di paesaggi, tradizioni e identità.
Il livello di rispetto nei confronti del territorio e delle comunità locali sembra infatti essere arrivato ai minimi storici, ma sarebbe troppo facile dare tutta la colpa ai turisti.
Il turista, soprattutto in un sistema nel quale i controlli sono deboli e le regole vengono percepite come un fastidio, fa spesso quello che gli viene permesso di fare. Il problema comincia quando le istituzioni rinunciano al loro ruolo di governo, quando applicare una regola viene considerato un ostacolo all’economia e quando si accetta implicitamente l’idea che, siccome qualcuno sta portando denaro, allora sia possibile derogare a tutto.
Perché se le regole valgono fino a quando non arriva un turista, allora non abbiamo un sistema turistico. Abbiamo un territorio in vendita.
E quando le istituzioni si privano della capacità di far rispettare le regole, siamo poco sopra l’anarchia.
Che poi io parlo della mia isola ma il problema non è soltanto in Sardegna e non è soltanto una questione sarda. Basta infatti spostarsi in altre parti d’Italia per accorgersi che cambia il paesaggio ma non la sostanza del problema. In Sardegna abbiamo le calette trasformate in parcheggi galleggianti, le spiagge occupate all’alba, le aree protette trattate come spazi privati e i luoghi naturali sottoposti a una pressione che spesso supera ogni ragionevole capacità di sopportazione; nelle città d’arte troviamo piazze e scalinate trasformate in aree di bivacco o fiere del’enogastronomia H24, code interminabili per mangiare un determinato prodotto diventato famoso sui social, folle concentrate davanti agli stessi luoghi iconici e interi quartieri costretti a riorganizzare la propria vita quotidiana intorno alle esigenze di chi è arrivato per pochi giorni.
Parliamoci chiaro, il problema non è che qualcuno voglia mangiare in un posto famoso, vedere un monumento o visitare un luogo conosciuto, tutto perfettamente legittimo. Il problema comincia quando tutto il resto deve adattarsi a questa domanda e quando la presenza turistica, per il solo fatto di generare consumo e fatturato, acquisisce una sorta di priorità rispetto alle normali esigenze di chi quei luoghi li vive ogni giorno.
Così diventa normale accettare comportamenti che non tollereremmo da un nostro concittadino. Diventa normale che una piazza venga trasformata in un luogo dove mangiare e lasciare rifiuti, che una strada sia perennemente congestionata, che un centro storico debba sopportare rumore fino a notte fonda o che una comunità perda progressivamente la possibilità di utilizzare i propri spazi perché quegli spazi sono diventati parte dell’esperienza di qualcun altro.
Ed è esattamente in questa supposta normalità che il denaro diventa la grande giustificazione di tutto.
La gente deve pur vivere, i turisti portano soldi, le attività lavorano, non possiamo permetterci di perdere occasioni sono gli stessi ragionamenti che ascoltiamo ogni volta che qualcuno prova a chiedersi se esista un limite e se un territorio abbia una capacità oltre la quale l’accoglienza diventa consumo, o chiedersi se la ricchezza prodotta venga davvero distribuita alle comunità oppure rimanga concentrata in pochi soggetti.
La domanda, alla fine, è sempre la stessa, identica e banale: fino a che punto siamo disposti a rinunciare al controllo dei nostri territori e delle nostre comunità in cambio del denaro prodotto dal turismo?
Perché il problema non è il turista, così come non è il turismo.
Il problema è l’idea che siccome il turismo porta denaro allora tutto ciò che lo favorisce debba essere considerato automaticamente positivo e tutto ciò che lo limita debba essere interpretato come un danno all’economia.
Ed è allora che smettiamo di governare il turismo e cominciamo a subirlo.
Da anni poi ci raccontiamo la favola che il turismo sia la nostra risorsa più preziosa ma forse dovremmo iniziare a chiederci se sia davvero così o se non stiamo invece confondendo il turismo con le risorse dalle quali il turismo trae valore.
Il mare non è turismo, così come non lo sono le spiagge, i paesaggi, i borghi, la cultura, la nostra identità, la longevità o quella qualità della vita che ancora rende desiderabile vivere e venire in Sardegna. Tutto questo esiste indipendentemente dal turismo ed esisteva prima che il turismo diventasse una delle principali economie dell’isola. Il turismo è semmai una delle possibili economie che possono nascere da questi beni e che, proprio per questo, dovrebbero contribuire a conservarli, a valorizzarli e a renderli capaci di generare benessere senza consumarli.
Ed è esattamente in questo punto che probabilmente si trova uno degli equivoci più grandi.
Abbiamo progressivamente iniziato a confondere il valore di un territorio con il valore economico che possiamo estrarre da quel territorio. Così ogni spiaggia deve produrre, ogni casa deve diventare un alloggio, ogni borgo deve attirare visitatori, ogni tradizione deve trasformarsi in un’esperienza acquistabile e ogni evento deve essere giudicato sulla base della sua capacità di generare presenze.
Naturalmente, ogni anno quei numeri devono essere più grandi dell’anno precedente.
Più arrivi, più presenze, più voli, più posti letto, più occupazione, più consumo come se la crescita fosse di per sé un valore e come se il territorio fosse una risorsa infinita, capace di assorbire qualunque quantità di persone senza conseguenze.
È l’ansia da prestazione dell’enlarge your tourism, la convinzione che il successo di una destinazione coincida con la sua capacità di crescere continuamente.
Ma crescere verso dove, e soprattutto a quale prezzo?
Per come è strutturato oggi, salvo rare eccezioni, il turismo rischia di essere una delle attività più insostenibili che abbiamo inventato. Non perché le persone viaggino o perché qualcuno desideri venire in Italia o in Sardegna, ma perché il modello dominante continua a comportarsi come una vera attività estrattiva, consumando acqua e spazio, occupando paesaggi, alterando ecosistemi, sottraendo tranquillità alle comunità e trasformando progressivamente anche l’identità dei luoghi per adattarla alle aspettative di chi arriva.
E spesso se non quasi sempre, ormai, restituisce al territorio molto meno di quanto abbia consumato.
La differenza rispetto a una miniera è che la miniera la riconosciamo perché ne vediamo le ferite e comprendiamo che una risorsa viene estratta fino a quando quella risorsa finirà. Il turismo, invece, ci piace raccontarlo come sviluppo infinito e forse proprio per questo facciamo più fatica a riconoscere quando smette di esserlo.
Eppure la logica può diventare molto simile: prendere una risorsa limitata, sfruttarla finché produce reddito e preoccuparsi delle conseguenze soltanto quando il costo del recupero diventa più alto del valore che siamo riusciti a estrarre.
Non vorrei essere pedante ma ci siamo già passati.
La Sardegna ha una lunga storia di economie e decisioni costruite sullo sfruttamento del proprio territorio: le servitù militari, le miniere, le grandi industrie calate dall’alto, le fabbriche e, più recentemente, una nuova stagione di servitù energetiche. Ogni volta la promessa era più o meno la stessa: è necessario, porterà sviluppo, creerà lavoro, non ci sono alternative.
Ma ogni volta abbiamo scoperto che il prezzo pagato da un territorio e dalle comunità non coincide necessariamente con quello scritto nei bilanci, anzi sempre l’esatto contrario.
Oggi rischiamo di raccontarci la stessa favola con il turismo, solo che questa volta siamo particolarmente soddisfatti perché la servitù ce la siamo scelta da soli e abbiamo finito per convincerci che sia inevitabile.
A forza di voler prendere l’uovo oggi, stiamo rischiando di uccidere i pulcini e di ritrovarci, un giorno, senza più galline dalle uova d’oro.
Perché il turismo vive esattamente di ciò che rischiamo di distruggere. Si viene in Sardegna per il mare, ma poi lo si affolla fino a renderlo invivibile, per il silenzio e coprirlo (o lordarlo) di musica, per la natura fino a trasformarla in parco giochi, per l’autenticità salvo poi contribuire con la propria domanda a modificare e consumare proprio ciò che si riteneva autentico.
E le stesse identiche dinamiche accadono nei piccoli paesi quando si va alla ricerca di luoghi diversi dalle città e poi si pretende che funzionino come una grande macchina turistica, con servizi, ritmi e disponibilità pensati esclusivamente per chi arriva. E quando poi quel territorio inizia a cambiare per adattarsi completamente alle esigenze del visitatore allora smette di trovare ciò per cui era venuto.
È una contraddizione che il turismo di massa sembra incapace di comprendere: consuma la ragione stessa della propria esistenza.
Ci sarebbe poi da affrontare una questione senza la solita ipocrisia: che cosa significa oggi, esattamente, essere in vacanza? E davvero la vacanza può diventare la sospensione delle normali regole di convivenza?
È davvero normale pensare di piantare un ombrellone in spiaggia durante la notte per occupare un posto il giorno successivo, parcheggiare su una duna perché così si è più vicini al mare o ascoltare musica a tutto volume in una spiaggia pubblica come se tutto ciò che ci circonda fosse una pertinenza privata? È davvero normale pensare di affittare un gommone sapendo a malapena guidare una bicicletta e avventurarsi in mare senza conoscere le regole più elementari della navigazione, entrando magari in una caletta protetta e fregandosene dei divieti perché nessuno li ha spiegati o, più probabilmente, perché si presume che nessuno li farà rispettare?
E ancora: è davvero normale rimanere nei centri storici a schiamazzare fino all’alba semplicemente perché, per qualche giorno, si è in possesso di una sorta di certificato temporaneo di vacanziere?
Ecco, onestamente, io credo di no.
Essere in vacanza non significa essere fuori dalla società. Il turista è un cittadino temporaneo di un luogo e, come ogni cittadino, dovrebbe avere diritti ma anche doveri. Forse dovremmo iniziare a dirlo con maggiore chiarezza, smettendo di avere paura che una regola, un controllo o una sanzione possano essere interpretati come un’offesa all’ospitalità.
L’ospitalità non coincide con la rinuncia alla propria dignità.
Perdonate lo sfogo ma sono incredibilmente stanco di ripetere ogni santissima estate le stesse identiche e immutabili cose e sono ancora più stanco di vedere questa discussione viene sempre inevitabilmente ridotta a un eterno conflitto tra chi vuole più turismo e chi, secondo qualcuno, vorrebbe chiudere la Sardegna con un cancello.
Il punto non è questo.
Non dobbiamo scegliere tra turismo e assenza di turismo ma decidere quale turismo vogliamo e quale prezzo siamo disposti a pagare per averlo.
E dobbiamo anche capire se forse la colpa non sia anche della mancanza di senso civico e rispetto per le cose comuni anche dei cittadini stessi, per essere onesti fino in fondo, che mi sembra che il problema non siano sono solo i turisti ma una fetta non marginale dei cittadini.
Dovremmo poi smettere di pensare che destagionalizzare significhi semplicemente prendere una parte dei flussi di luglio e agosto e spostarli meccanicamente a maggio, settembre o ottobre. Non funziona così, perché cambiano le persone, le motivazioni, le aspettative, i tempi e perfino il modo in cui si vive il territorio.
Il turismo non è un liquido che puoi versare da un contenitore all’altro.
Destagionalizzare significa costruire ragioni diverse per venire in Sardegna, prodotti diversi, esperienze diverse e, soprattutto, un rapporto diverso tra chi viaggia e il territorio che lo accoglie. Significa capire che non possiamo continuare a sovraccaricare luoghi già sofferenti durante i mesi di punta, ma non possiamo neppure pensare di replicare lo stesso modello in altri periodi dell’anno soltanto per riempire un calendario, magari attirandoli come mosche col miele degli eventi.
Perché non abbiamo bisogno dello stesso turismo per dodici mesi ma di turismi diversi capaci di generare valore senza consumare ciò da cui quel valore deriva.
Io non sogno una Sardegna senza turisti, perché anche io sono turista della mia isola e di tutto il mondo. Non sarebbe giusto, sarebbe un atto di egoismo aggiunto a un mondo che di egoismo ne sta facendo indigestione. Sarebbe assurdo e probabilmente significherebbe non comprendere la complessità delle innegabili opportunità che il turismo può offrire.
Vorrei però una Sardegna che smettesse di considerare il turista più importante di chi ci vive tutto l’anno.
Vorrei un turismo nel quale il rispetto dei luoghi sia lontano dall’essere considerato un gesto volontario da premiare con un sorriso, più la condizione minima per poterli frequentare. Un sistema nel quale le regole siano chiare prima di arrivare, comprensibili durante il soggiorno e fatte rispettare quando vengono violate, esattamente come dovrebbe accadere nella vita quotidiana di qualsiasi comunità che per prima dovrebbe dare l’esempio rispettandoli e non pensando “essendo a casa mia” di avere una deroga papale.
Vorrei che la capacità di un territorio di accogliere venisse calcolata non soltanto contando i posti letto, i parcheggi disponibili e i voli in arrivo, ma considerando la disponibilità di acqua, la capacità di gestione dei rifiuti, la mobilità, la fragilità degli ecosistemi, la pressione sul mercato immobiliare e, soprattutto, la possibilità per le comunità di continuare a vivere nei propri luoghi.
Perché una destinazione può anche registrare numeri straordinari e, nello stesso tempo, produrre una società sempre più povera di case accessibili, servizi, lavoro stabile e qualità della vita.
Lo vediamo e lo viviamo ogni giorno, sempre di più perché i numeri del turismo e il benessere di una comunità non sono necessariamente la stessa cosa.
Vorrei un turismo che nasca dai territori e con i territori, che produca reddito senza espellere i residenti, che crei lavoro senza trasformare intere comunità in personale stagionale e che generi valore senza consumare il capitale naturale e sociale dal quale quel valore deriva.
Un turismo che, alla fine, lasci qualcosa.
Perché forse è proprio questa la domanda che dovremmo iniziare a farci quando l’estate è finita e le statistiche celebrano l’ennesimo record di arrivi e presenze: che cosa resta?
Restano davvero comunità più ricche, territori migliori, opportunità, servizi e qualità della vita? Oppure restano soltanto i conti di una stagione, qualche fatturato in più, dichiarazioni trionfanti dei politici di turno, milioni di fotografie sui social e un territorio che deve aspettare mesi per recuperare quello che ha subito?
Forse dovremmo cominciare da qui, dal riconoscere che il turismo non è automaticamente sviluppo. Può produrre benessere, creare lavoro e contribuire a restituire opportunità a territori che ne hanno bisogno, può però anche fare esattamente il contrario.
Continuare a chiamare sviluppo qualunque aumento dei flussi (portare gente, cit.) significa semplicemente rinunciare a capire la differenza.
Per troppo tempo abbiamo pensato che la nostra ricchezza fosse inesauribile, che il mare fosse troppo grande per essere consumato, che le spiagge fossero troppe per essere rovinate e che le comunità avrebbero trovato comunque il modo di adattarsi a tutto.
Forse è arrivato il momento di smettere di adattarci perché oggi non viviamo semplicemente di turismo.
Viviamo dentro un sistema nel quale il territorio, le comunità e perfino la nostra idea di futuro rischiano di essere subordinati alla necessità di far crescere continuamente il turismo.
E quando un’intera società comincia a modificare se stessa per servire un’unica economia, quella non è più soltanto economia ma diventa una servitù.
Una servitù moderna, spesso redditizia per qualcuno, apparentemente conveniente nel breve periodo e presentata come inevitabile.
La chiamano sviluppo turistico.
Io, sempre più spesso, la vedo per quello che rischia di diventare.
Una servitù turistica.
