Contesto: il 16 novembre 2016 il Presidente Cinese Xi Jinping è in visita in Sardegna. All’accoglienza a Nora vengono esibiti i mamuthones. Scoppia una polemica che ricorda da molto vicino ciò che sta accadendo oggi per l’America’s Cup a Cagliari. Ho recuperato la conversazione avuta con Michela Murgia in quei giorni che spero possa essere utile.
Gianluigi Tiddia
Sulla polemica sull’esibizione dei mamuthones a Nora, vorrei capire la logica. Secondo i più una tradizione locale per non essere snaturata e per essere apprezzata per la sua essenza dovrebbe essere fruita nel luogo in cui è nata. Quindi dovremmo vederli solo a Mamoiada e non ad esempio alla Cavalcata Sarda. E per estensione le canzoni napoletane solo a Napoli e non cantate da Bocelli a New York? Quanto la rappresentazione può snaturare l’essenza?
Michela Murgia
Escludendo il movente politico che rende tutto décor du regime, direi che più che il paragone delle canzoni napoletane a Napoli ci sta quello di Babbo Natale a Ferragosto. I mamuthones hanno un contesto e in quel contesto sono tradizione, qualcosa che i popoli fanno per se stessi. Fuori da quel contesto sono folklore, qualcosa che i popoli fanno per occhi altrui.
Gianluigi Tiddia
Quindi al di fuori di Mamoiada sono sempre folklore. Mi sfugge però capire quanto male può fare il folklore in contesti dignitosi. Mi paiono sempre strumenti utili a divulgare conoscenza — se non trascende in imbarazzante teatrino svilente, ovvio.
Michela Murgia
Tutto quello che compromette il senso profondo di un gesto collettivo fa del male. Ti faccio l’esempio della Sartiglia a ferragosto, che a Oristano si fa per compiacere i turisti, essendo febbraio poco popolare per le agenzie di viaggio. Peccato che la Sartiglia sia una giostra mistico-propiziatoria che si fa in inverno perché il numero delle stelle infilzate dai gremi indica e auspica la resa del raccolto. Ha senso mentre stai gettando il seme, non quando stai raccogliendo il frutto. Comunque la metti, offrendo un falso ai turisti dici il falso anche a te stesso.
Gianluigi Tiddia
Dire “Comunque la metti, offrendo un falso ai turisti dici il falso anche a te stesso” è di straordinaria attualità. In un contesto in cui il turismo è fatto di racconto il più aderente alla realtà dei luoghi, in cui l’esperienza più è “garantita” dai locali è più diventa autentica, capire quanto invece preparare spettacoli fuori contesto possa fare al turismo “onesto” lo trovo fondamentale per la creazione di un modello e di un patto onesto tra turista e destinazione turistica.
Michela Murgia
Il problema è sempre lo stesso: di quale turismo parliamo. Se l’esperienza turistica è costruita a misura di tempi e aspettative del turista, l’artificioso ne sarà sempre parte strutturale. Possiamo decidere che questo va bene — e l’abbiamo già fatto anni fa — ma non possiamo evitare che questo abbia conseguenze anche su di noi, un popolo turista di se stesso, che non sa ballare i suoi balli, ma ama guardare le trasmissioni in cui qualcun altro li balla. (cit. Marcello Fois)
Gianluigi Tiddia
Il turista viaggia per conoscere. Se la conoscenza è artefatta non è turismo onesto. Il pericolo che modificando il prodotto per renderlo commerciale gli attori stessi non comprendano più cosa sia la tradizione e cosa la finzione diventa davvero reale e provoca senza dubbio il decadimento della cultura di provenienza.
Michela Murgia
È esattamente il processo in atto. Ed è anche la risposta alla tua domanda. Le culture forti non riproducono surrogati di sé stesse per compiacere il visitatore. A farlo sono solo le culture infragilite, quelle che faticano esse stesse a riconoscere dignità ai riti della propria appartenenza.
Sintesi: i mamuthones a Nora a novembre sono un’azione artificiale priva di senso per chi la fa e per chi la riceve, esattamente come lo sarebbe accendere l’albero di Natale a luglio perché così i cinesi in visita si fanno un’idea del nostro clima festivo invernale.
Gianluigi Tiddia
Domanda: in una occasione del genere, stante il rigido protocollo, cosa si sarebbe potuto fare? Perché mi sto spaccando la testa e non riesco a trovare nulla di meglio di quello che è stato fatto per far conoscere almeno una suggestione agli ospiti stranieri.
Michela Murgia
Oh, non ho dubbi che le persone in giacca e cravatta a cui hanno stretto la mano debbano essergli sembrate sufficientemente folkloristiche.
Gianluigi Tiddia
Mala chi sesi! Però ora mi rispondi, eh.
Michela Murgia
Con ampiezza. Fammi arrivare a destinazione.
Gianluigi Tiddia
A I U T O.
Michela Murgia (a margine)
Per inciso: accostare la valenza simbolica della seada a quella dei mamuthones è come accostare la ribollita al Palio di Siena. Di cui peraltro non mi risulta che si facciano versioni turistiche fuori stagione.
Michela Murgia (post successivo)
A proposito della questione dei mamuthones a Nora per l’accoglienza ai cinesi, questa è una risposta a Gianluigi Tiddia aka Insopportabile, che mi ha chiesto cosa avrei fatto vedere ai cinesi la settimana scorsa per dare loro un’idea della ricchezza culturale dell’isola.
No, a Nora non li avrei accolti i cinesi con i mamuthones, esattamente come non vorrei essere accolta alle Hawaii dalle ragazze col gonnellino di paglia e le collane di fiori fatte acconciare così apposta per me. Non lo avrei voluto nemmeno se fossero stati turisti, ma il punto era che quei cinesi non erano manco turisti: erano una delegazione diplomatica con pochissimo tempo a disposizione e tutto dedicato ad altro. Esporre artificiosamente qualcosa che è fuori contesto, fuori stagione e anche fuori target quanto senso può avere dal punto di vista promozionale?
Davvero la promozione turistica si fa facendo la danza indigena a chiunque passi qui per caso pensando ad altro? Esponendo senza alcuna logica uno dei marcatori culturali tradizionali sardi si fa la figura dell’indiano che ti si avvicina al tavolo mentre ceni e cerca di venderti a tutti i costi la rosa. È vero che sei lì, ma non sei lì per lui e questo è il motivo per cui 99 volte su 100 la sua offerta risulta inopportuna e irritante. Ma lui ha rose bellissime da vendere, ci deve provare e quella è un’occasione, mi si dirà. È miope: Roma e Venezia sono invase dai turisti cinesi e nessuno ha mai avuto bisogno di vestirsi da gladiatore o da gondoliere davanti alle delegazioni diplomatiche orientali per portarceli. La ragione è evidente: quelle località hanno un indice di riconoscibilità che deriva da una narrazione forte e prolungata negli anni, che ha legato insieme la storia, l’architettura, il cibo e l’arte e li ha fusi in modo inscindibile, generando un unico prodotto a prescindere dalle differenze territoriali. È la narrazione del made in Italy, che però non è la nostra, anche se l’assessorato al turismo sardo ne sembra così convinto da trovare inutile studiare un’alternativa.
Però, se vuoi proporre agli orientali la Sardegna — e non una regione italiana a caso — diventa inevitabile strutturare seriamente una narrazione commerciale, opportuna e diversificata, cercare gli influencer giusti per diffonderla, produrre supporti per renderla visibile davanti ai reali portatori di interesse e mettere in atto un piano integrato di promozione turistica dove sia “l’esperienza Sardegna”, non i mamuthones o le seadas, il cuore dell’offerta. Sicuri che una danza decontestualizzata, fuori dalla festa per cui è nata e fuori dal luogo in cui tradizionalmente si svolge, sia un’esperienza di Sardegna? Davvero in Sicilia una delegazione simile l’avrebbero accolta con i carretti siciliani e un concerto di scacciapensieri?
Sicuri — solo per fare un esempio recente — che sia sensato che la regione dia i soldi alle fiction di Morandi che saranno viste al massimo in Italia, anziché finanziare in via prioritaria i premi Oscar per realizzare fantasy nuragici a ben più alto impatto sull’immaginario? Ma soprattutto esiste in regione una squadra di persone che analizzi i bisogni, le tendenze, i linguaggi e i media dei turismi e offra dati e visioni affinché la politica possa fare il suo mestiere, cioè garantire investimenti e strumenti efficienti di promozione alle realtà sarde che dei turismi vogliono vivere in modo dignitoso? Se la risposta a tutte queste domande è no, ridursi a esibire il mamuthone non è solo sbagliato, ma dannoso, perché trasmette confusione, disperazione e pochezza. Il risultato è che lo spettacolo di quella pochezza e di quella disperazione hanno offerto ai cinesi un’esperienza di Sardegna molto più autentica dei mamuthones con i loro campanacci.
Gianluigi Tiddia
Non ho ancora capito quale potrebbe essere in concreto la tua idea di accoglienza per una occasione come quella dei giorni passati, ma provo a ragionare sugli altri spunti da te rilevati.
Assenza di strategia: esiste una strategia — anche un piano strategico — incentrato sulla qualità della vita, intesa come tutto ciò che rende la Sardegna luogo unico, speciale, non replicabile. Esistono delle linee strategiche che oggettivamente con estrema lentezza e fatica stanno iniziando a essere visibili in coerenza con quella strategia. I dati, le analisi dei mercati, la scelta dei mercati, la creazione di un piano di comunicazione integrato per promuovere l’esperienza Sardegna sono studiati e analizzati in un lavoro forse poco evidente. Non dimentichiamoci che l’Assessorato ha un bilancio che incide per lo 0,046% sul bilancio regionale e comprende anche Artigianato e Commercio.
Gianni Morandi: secondo me una ottima operazione, tanto che è diventato un case history notevole. Il ritorno nazionale è importante e determinante per il posizionamento del Sulcis e di Carloforte come destinazione e sarà tradotta in più lingue e andrà nei mercati internazionali, comunque. Non sono sicuro che altri prodotti con poca presa sui mercati internazionali possano avere la stessa immediata e sicura efficacia. Stesso discorso per il Giro d’Italia: 194 testate internazionali, giornalisti che metteranno la Sardegna al centro del mondo per 3 giorni. Investimento dalla rendita certa. Essere una destinazione riconoscibile è un percorso complicato e costoso, molto costoso. E lungo, molto lungo.
Detto questo, non avendo la nostra Regione negli ultimi 20 anni brillato per strategia turistica, mi chiedo come avremmo potuto ricevere in maniera diversa un premier cinese in una visita di mezza giornata se non facendogli cogliere alcuni aspetti della nostra cultura. Tu sostieni che sia folklore senza senso e anche dannoso. Può darsi. Sostieni che forse non sia servito a nulla. Può darsi. Io so solo che il Presidente cinese ha conosciuto la Sardegna, ha parlato in tutti i TG cinesi a un miliardo di persone, siamo stati citati da tutti i network cinesi. Per un redazionale di questo tipo la Regione avrebbe dovuto pagare milioni di euro. Probabilmente ci sono altre maniere, più rispettose ed efficaci, vie che onestamente in questo momento ancora non riesco a vedere. Sicuramente è importante ragionarci, perché ne va del nostro futuro turistico.
Michela Murgia
Io non mi occupo di turismo, non penso certo di dare lezioni su questo. Però mi occupo di narrazioni e delle loro conseguenze sociali. Il turismo, come Bandinu ha dimostrato già nel 1980 con Costa Smeralda, come nasce una favola turistica, non è un’industria leggera ed è materia di interesse antropologico. Una cosa esatta in ambito turistico esiste già: non si possono usare narrazioni senza conseguenze e la conseguenza della narrazione inautentica è un falso sociale, un’idea di sé mistificata che inganna chi la esprime quanto chi la ascolta. La domanda è: se funziona, allora va bene? Se il turista vuole il falso — e il mamuthone a Nora in novembre è falso — noi glielo apparecchiamo e siamo tutti contenti? Queste sono domande che un operatore turistico in quanto tale forse non è tenuto a porsi, ma noi sì, perché le conseguenze riguardano tutti. In questo discorso non può venire ignorata la differenza che passa tra essere sardi e “fare i sardi”.
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