Il primo maggio, a Cagliari, l’ExMa era pieno di gente che ballava, cassa, sudore e un nome che per chi ha attraversato gli anni Novanta in questa città dice moltissimo: Planet Groove. L’evento era organizzato da Radio X insieme ai promoter storici Bulla & Saba, senza brand da posizionare né agenzia a gestire la comunicazione. Una batteria di dj storici ed i loro eredi dietro la consolle, la gente davanti, musica scelta da esseri umani per altri esseri umani (il che, nel 2026, ha il sapore di qualcosa di abbastanza raro).
Ho letto tanto, di reazioni di pancia e ragionamenti più o meno calibrati, tra nostalgia, analisi e anche qualche stupidaggine.
Parto dalla figura del dj, quello vero, che era prima di tutto un cercatore di musica, che passava settimane a scavare nei negozi di dischi, ordinava vinili dall’estero attraverso riviste di settore che arrivavano con mesi di ritardo, e sapeva cosa stava succedendo a Londra o a Chicago molto prima che quelle cose diventassero di dominio pubblico. Chiamarlo intrattenitore è sempre stato riduttivo: era un trafficante di novità musicali, uno spacciatore di bellezza che aveva tanta tecnica, anche. Non tutti, sia chiaro, ma quelli bravi lo erano per distacco.
A Cagliari questa figura aveva radici precise che avevano costruito la scena cagliaritana in questo modo, transitando per le discoteche e i locali dove la consolle era il centro fisico e simbolico di ogni serata e dove un buon dj e la sua selezione musicale riempiva il locale più che qualunque altra cosa.
La stessa figura del cercatore abitava le radio. Il mio ricordo e ringraziamento va a Radio Flash, Andrea Prost e in particolare Francesco Abate (poi scrittore e giornalista dell’Unione Sarda) che aveva cominciato come dj a Radio Alter all’età di quattordici anni, era passato a Radio Flash con programmi dedicati al mondo indie, aveva organizzato concerti e festival, fino a fare il dj nei club dell’isola col nome di Frisco per oltre un decennio. Ma anche Sergio Benoni, musicista, dj e giornalista, nel 1995 era a Santa Clara in California quando incontrò i fondatori di RealNetworks (gli inventori dello streaming audio) e tornò a Cagliari con una licenza per fare la prima web radio in Europa. Radio X nacque così, in una città che grazie a persone con l’orecchio sul mondo riusciva ad anticipare il futuro.
In questo contesto nasce il Planet Groove. All’inizio degli anni Novanta, al Teatro Tenda della Fiera, si entrava solo con la leggendaria tessera nera plastificata, senza biglietto, come segno di appartenenza a una comunità che rifiutava la cassa in quattro quarti per rifugiarsi nel ritmo sincopato e nel groove funky, acid jazz e hip hop. Bulla & Saba e il collettivo Soul Funky Family portarono a Cagliari il primo concerto italiano di Jamiroquai (ci sarebbero una dozzina di aneddoti da raccontare, alcuni a serissimo rischio di indagine), il vero e proprio party/concerto con Maceo Parker, storico sassofonista di James Brown, di cui ancora ricordo l’inizio del concerto con quel giro di basso che me lo sogno la notte (Shake Everithing you’ve got), persino un volo charter da Londra con lo staff di MTV. Cagliari dialogava con Camden Town e Berlino perché aveva persone capaci di cercarne le frequenze. Erano gli anni dell’Acid Jazz e di una nuova ondata di musica così travolgente e magica.
Ma tutto questo funzionava perché attorno alla musica si costruiva socialità: il weekend (che partiva dal giovedì di Linea Notturna e Ampurias) era un rito collettivo che non aveva bisogno di essere giustificato da un’occasione: si usciva per stare insieme e la musica e lo stare insieme era la ragione dell’uscita. I centri storici erano attraversati da questa energia, i locali erano luoghi dove le gerarchie e le differenze sociali si appiattivano e le conversazioni nascevano spontaneamente tra persone che non si sarebbero mai incontrate altrove, quel terzo luogo che prima che la sociologia avevamo abitato con soddisfazione.
Nel corso degli anni Duemila qualcosa è cambiato, ce ne siamo accorti purtroppo tardi e ne subiamo ancora oggi le nefaste conseguenze. Le uscite si sono progressivamente trasformate in cene, gli incontri hanno trovato la loro giustificazione in un menu e non è stata una scelta legata a questioni anagrafiche o di posizioni economiche più stabili. I centri storici si sono trasformati in sequenze di ristoranti con tavoli all’aperto, le aziende agricole hanno reinventato la visita come degustazione. Il cibo ha caratteristiche che la musica dal vivo non possiede: si misura, si standardizza, genera fatturato per coperto e per bottiglia. Un locale che punta su un dj che cerca musica dal mondo introduce una variabile che il mercato fatica a prezzare, che è il gusto umano.
Con i social network il processo si è accelerato. Le esperienze hanno cominciato a essere vissute anche in funzione della loro raccontabilità, un piatto fotografabile vale più di una serata memorabile, e la musica dal vivo produce emozioni reali ma si presta male all’ottimizzazione algoritmica. Spotify ha democratizzato l’accesso alla musica e in questo modo ha ucciso la rarità. Quando qualsiasi brano è disponibile in qualsiasi momento, la figura di chi scava per trovare qualcosa che non sapevi di cercare perde il suo senso economico, pur conservando intatto il suo valore umano. L’algoritmo suggerisce ciò che assomiglia a ciò che hai già ascoltato, mentre il dj ricercatore ti portava dove non saresti mai andato da solo.
Nel frattempo, più della metà delle discoteche italiane ha chiuso e anche la Sardegna non fa eccezione: i locali storici di Cagliari hanno lasciato spazio ad altro e il mondo della notte si è fatto più generico, meno capace di costruire identità attorno alla musica. Le performance musicali hanno seguito la stessa logica di piattaforma, con artisti che costruiscono la propria carriera più sulla presenza social che sulla qualità dell’esperienza dal vivo. Il brano esiste per diventare trending, il palco per essere inquadrato da mille telefoni.
E la musica è diventa l’orribile tappeto musicale da aperitivo o da sottofondo per pranzi e cene, quando non ammorba anche gli spazi all’aperto con playlist inquietanti (maledetta sempre sia Buddha Bar ed eredi).
Eppure nonostante questo contesto inspiegabilmente l’ExMa il primo maggio era pieno e non possiamo ridurlo al solo effetto nostalgia.
Piena di gente che cercava qualcosa di preciso, anche senza saperlo nominare. Il dj dietro la consolle era il pretesto, ma il vero oggetto del desiderio era più semplice e più difficile da replicare: stare (insieme) in un posto senza dover dimostrare niente a nessuno.
Stare (insieme) per il gusto di farlo, senza l’obbligo di documentare l’esperienza, senza la pressione di essere presenti nel modo giusto, con le persone giuste, nel locale che in quel momento racconta meglio chi si vuole sembrare. Gli anni Novanta erano pieni di serate così, non perché fossimo più autentici o meno vanitosi, ma perché mancava l’infrastruttura che trasforma ogni uscita in una performance sociale. Si andava fuori, si conosceva gente, ci si perdeva nella musica e nelle persone, e di tutto questo non restava traccia se non nella memoria di chi c’era.
Questa assenza di residuo digitale, che oggi potrebbe sembrare una perdita, era in realtà una condizione di libertà. Si vivevano i luoghi e le persone nel momento invece di raccontarli. Si scopriva chi stava intorno invece di costruire una narrazione di sé stessi per uno schermo. L’ExMa per qualche ora ha ricreato quella condizione: un posto dove la musica e la socialità erano la ragione per esserci, i dj erano quelli che sapevano cose che tu non sapevi o che ritrovavi, e gli sconosciuti accanto a te erano persone da incontrare e non profili da valutare.
La figura del dj ricercatore e la voglia di una socialità meno strutturata vengono dallo stesso bisogno: qualcosa che abbia valore in sé, che non debba giustificarsi con un ritorno economico o con una metrica di visibilità. Il mercato fatica a capire questo tipo di cose e smette di finanziarle prima che la società smetta di averne bisogno. Arriva però una serata come quella del primo maggio, la piazza è piena, la gente balla senza guardare lo schermo, e ci si ricorda che il bisogno è rimasto intatto.
Chiedersi dove sono finiti i locali è forse la domanda sbagliata. Vale di più domandarsi chi sta ancora creando le occasioni che esistono solo per essere vissute, chi sta ancora cercando musica per portarla a qualcuno che non sa ancora di volerne sentire, chi è disposto a costruire uno spazio dove si può stare senza dover rendere conto a nessun algoritmo di come ci si è divertiti. L’ExMa ha risposto, e la piazza piena dice più di qualsiasi analisi.
Vale la pena chiedersi cosa potrebbe fare la politica, posto che la domanda abbia un senso pratico. Chi governa le città risponde solitamente con grandi contenitori e cartelloni da inaugurare (dal portare gente non se ne esce), strumenti di visibilità istituzionale che hanno poco a che fare con le cento serate ordinarie dove si costruisce qualcosa che dura e che ha senso.
Il problema vero è un altro, ed è più antico della politica culturale: i locali fanno rumore, i residenti dormono, e tra queste due esigenze legittime le amministrazioni scelgono quasi sempre la via più semplice, che è limitare, vietare, spostare altrove. Il risultato è che la vita notturna si restringe progressivamente, i locali chiudono o si adeguano verso il basso, e i centri storici finiscono tavolinizzati: dehors silenziosi, consumazione seduta, nessun disturbo e nessuna memoria. il fallimento della politica coraggiosa e intelligente, che da rigenerazione a depressione urbana il passo è urbanisticamente breve.
La convivenza è difficile ma non impossibile, e la soluzione non sta nella scelta tra i residenti e la musica. Sta nella pianificazione: destinare aree specifiche alla vita notturna, investire anche in spazi extraurbani capienti, raggiungibili e attrezzati dove ospitare eventi senza che ogni serata diventi una guerra tra vicini e organizzatori (la Fiera era quello spazio), costruire un quadro normativo che distingua il rumore molesto dall’attività culturale invece di trattarli come la stessa cosa.
Servirebbe anche pensare a dove crescono i musicisti e i dj di domani: sale prova e studi condivisi a costi accessibili, luoghi dove sperimentare senza dover già avere risorse per farlo. Il cercatore di musica non nasce dal niente e senza quell’ambiente la catena si interrompe prima ancora di iniziare.
Realtà come Radio X, che continua a formare l’orecchio di una città in condizioni sempre più difficili, meriterebbero un sostegno che oggi non arriva perché i contributi pubblici seguono logiche che premiano i grandi e ignorano i piccoli.
Tutto questo è alla portata di chi amministra, a condizione di smettere di considerare la notte un problema da gestire e cominciare a trattarla come una parte della vita urbana che vale la pena progettare.
Una serata ha smosso l’anima di tanti, anche di quelli come me che da anni vive Cagliari di riflesso e ricordi, più che di presenza saltuaria. Una serata che mostra che esistono alternative a una socialità che lentamente e inesrabilmente stiamo facendo scivolare in un declino commerciale inutile e anche un po’ triste.
Domandiamoci cosa possiamo fare per cambiare questa inerzia. Siamo quello che mangiamo ma forse siamo più quello che ascoltiamo, nutrendoci della musica e delle persone intorno, insieme.
PS: Non posso non lasciare qui il mio ringraziamento imperituro a mio DJ spacciatore di novità e cassette e formatore di gusto musicale Dj Herny che continua la sua missione per conto della musica.

