C’è una forma di subdola anestesia silenziosa che ha iniziato a infiltrarsi nelle nostre giornate e non riguarda il modo in cui curiamo il dolore fisico o una fastidiosa emicrania, ma il modo in cui affrontiamo la fatica mentale. Una sedazione così dolce e continua che, giorno dopo giorno, ha smesso di essere un sollievo per trasformarsi in una vera e propria dipendenza.

Fino a poco tempo fa, imparare o creare richiedeva un attraversamento obbligato di deserti inesplorati, fatto di tentativi falliti e di quella frustrazione necessaria che precede ogni vera comprensione. Era un processo spesso sgradevole ma era l’unico modo che avevamo per trasformare l’informazione o gli stimoli in esperienza.

Oggi ci troviamo davanti a una soglia invisibile che abbiamo varcato quasi senza accorgercene, sedotti da una promessa irresistibile: ottenere il risultato senza dover pagare il prezzo del percorso.

Iniziavo così un piccolo saggio pubblicato a maggio di questo anno (Restare Umani, lo potete scaricare gratuitamente, link alla fine del post), scritto per mettere in fila una serie di dubbi e di ragionamenti catturati nella esperienza quotidiana di lettore e curioso e applicati nella mia quotidiana attività, più per i miei studenti che per me.

L’intelligenza artificiale ci ha conquistato rimuovendo l’attrito dalle nostre vite. Ci offre bozze già scritte, sintesi pronte e soluzioni impacchettate, tutto apparentemente perfetto e comodo. Nel testo definisco questo fenomeno atrofia della volontà. Il paradosso è che “la simulazione non ci fa male perché è sbagliata, ci fa male perché funziona”. Funziona troppo bene ed è, appunto, straordinariamente comoda. Ma mentre l’algoritmo cerca la strada più efficiente per arrivare dal punto A al punto B, noi esseri umani cresciamo proprio nelle deviazioni e nei vicoli ciechi. Come nel turismo sono le deviazioni più che gli itinerari pianificati a rendere memorabile il viaggio anche qui è il nodo allo stomaco davanti a un problema irrisolto a costringerci a cercare risorse che non sapevamo di avere. Una risposta generata in pochi secondi ci lascia infatti soddisfatti ma un po’ vuoti e questo è un adattamento che “sa più di resa: una vera sconfitta del nostro essere umani”.

Dobbiamo poi smettere di essere ingenui o ciechi: questi strumenti non sono un regalo e nessuno ce li sta donando per pura filantropia.

Esattamente come è successo con i social network, il sistema economico non ci sta solo fornendo un servizio: ci sta letteralmente addestrando.

Ci sta insegnando a utilizzare queste piattaforme perché il sistema stesso si alimenta del nostro utilizzo, dei nostri dati e della nostra dipendenza cognitiva. Siamo i tasselli necessari affinché la macchina economica giri.

Ma c’è un risvolto ancora più insidioso: ci stanno trasformando da proprietari delle nostre competenze in affittuari delle nostre capacità. Il modello economico dominante è quello del noleggio (subscription economy). Finché paghi il canone mensile, sei “aumentato”, veloce, competitivo. Nel momento in cui smetti di pagare, torni nudo ed escluso. Questo crea una frattura sociale spaventosa, ben più profonda del vecchio digital divide.

Si sta delineando il profilo dei nuovi poveri: non solo coloro che non hanno accesso alla tecnologia, ma coloro che, non potendosi permettere l’abbonamento ai “copiloti” digitali, verranno tagliati fuori dal mercato del lavoro e della creatività. O peggio, coloro che pur usandoli, non sapranno governarli, diventando semplici terminali di un’intelligenza che risiede altrove. L’emarginato del futuro non sarà solo chi non ha lo smartphone, ma chi non avrà il controllo sui prompt che dirigono la sua vita.

Attenzione però: la soluzione non è il rifiuto: non dobbiamo cadere nella trappola di un luddismo nostalgico che non porta da nessuna parte. La tecnologia è qui per restare e la vera sfida non sarà spegnere il computer ma usarlo sapendo che il banco vince sempre, a meno che non siamo noi a dettare le regole del gioco.

Dobbiamo padroneggiare la tecnica senza farci possedere dalla sua logica.

Dobbiamo usare l’IA per potenziare la nostra creatività, non per sostituire il nostro sforzo.

Dobbiamo rivendicare il diritto alla fatica e all’errore perché è l’unico spazio che l’algoritmo non può colonizzare.

Tutto il resto è solo una scorciatoia a pagamento verso un luogo dove non saremo mai davvero protagonisti.


Scarica gratuitamente il saggio e continua a leggere, se hai piacere.

Restare Umani (pdf)

Restare Umani (ePub)

Per chi vuole ascoltare e vedere il post.

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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