Sono contento che oggi ci si svegli scoprendo che non si può vivere solo di turismo, con una monoeconomia in balia del mercato e lontana da qualsiasi idea di sviluppo davvero sostenibile. Negli anni ne ho scritto molto, sui social, sul blog, in un ebook, ci ho pure costruito un TEDx. La risposta ricorrente era che ero un rompiscatole, uno che avrebbe fatto meglio a continuare con i pensierini sui social, uno che non capisce come gira il mondo. Capisco l’impulso, è sempre più comodo ignorare chi segnala un problema strutturale che affrontarlo. Benvenuti, comunque. Meglio tardi che mai.

Il mondo lasciato interamente in mano al mercato fa gli interessi di pochi, consuma senza farsi domande e non ha nessuna ragione intrinseca per preoccuparsi della tenuta di lungo periodo di un territorio.

Il mercato non è il nemico ma non è nemmeno il pianificatore, e confondere i due ruoli produce esattamente quello che stiamo vedendo: coste affollate, entroterra svuotato, lavoro stagionale strutturalmente precario, comunità che non riconoscono più se stesse nello specchio del turismo che le promuove.

Il 2020 ha reso visibile quello che anni di comunicati entusiasti avevano nascosto: intere economie regionali senza scheletro portante, costruite su flussi di visitatori che per definizione dipendono da variabili che nessun piano strategico controlla. Il meteo, una pandemia, le tensioni geopolitiche nel Mediterraneo, i capricci degli algoritmi di prenotazione, le mode che si spostano da una stagione all’altra. Costruire un modello economico su basi così imprevedibili non è pianificazione, è ottimismo che prima o poi presenta il conto.

L’Italia è il secondo paese europeo per ricavi turistici, dato che circola volentieri nelle presentazioni istituzionali. Quello che circola meno è che questa dipendenza è anche una vulnerabilità, e che un paese il quale produce valore principalmente attraverso i flussi di visitatori ha delegato la propria prosperità a forze su cui non ha controllo reale.

La Sardegna è il caso più acuto, quello che conosco dall’interno. Ha risorse straordinarie: un paesaggio con pochi paragoni, una cultura materiale densa, una tradizione gastronomica non ancora (per fortuna) del tutto trasformata in spettacolo. Eppure la sua economia turistica è compressa in dodici, al massimo quattordici settimane. Luglio e agosto producono la quota dominante dei ricavi, e il resto dell’anno assomiglia a una lunga e snervante attesa. I paesi dell’interno nonostante i proclami si spopolano da decenni, le infrastrutture sanitarie arrancano, il lavoro stabile è raro. Si chiama destagionalizzazione il problema, come se fosse una questione di calendario. Ma è una questione di modello.


Il punto mancante: l’urbanistica

La dimensione che il dibattito sul turismo quasi sempre rimuove è l’urbanistica nel senso più alto del termine, quello che va ben oltre il piano regolatore o la concessione edilizia: parlo della disciplina con cui una comunità decide come abitare il proprio territorio, dove distribuire funzioni e servizi, quali spazi costruire per reggere la vita quotidiana prima ancora di pensare ad attrarre visitatori.

In Sardegna questo ragionamento non è mai diventato politica pubblica seria. E si vede.


La costa non è un prodotto, è un bene comune che si consuma

Lo sviluppo costiero sardo è avvenuto senza una visione coerente. Le coste sono state parcellizzate, edificate, progressivamente privatizzate, con infrastrutture pensate per i picchi estivi e non per la vita ordinaria. Una fascia litoranea che d’estate satura ogni risorsa disponibile, dall’acqua ai rifiuti alla viabilità, e d’inverno si svuota quasi completamente, descrive più che un modello di sviluppo un modello di consumo, e il consumo, per definizione, esaurisce ciò su cui si fonda.

Le aree costiere più fragili reggono la pressione estiva perché il resto dell’anno hanno il tempo di riprendersi ma quella finestra si sta restringendo: stagioni che si allungano per intercettare flussi maggiori, seconde case aperte sempre più a lungo (e acquistate anche da residenti temporanei per lo più stranieri), piattaforme di affitto breve che trasformano borghi marini in alberghi diffusi senza nessuna governance. Il paesaggio costiero sardo compare in ogni campagna promozionale come argomento principale, e nel frattempo viene eroso dalle stesse dinamiche che quella promozione alimenta. Senza soglie di carico reali, il prodotto turistico si degrada insieme all’ambiente che lo sostiene, e nessuna campagna di marketing compensa questa perdita.


I paesi interni: patrimonio trattato come retrovia

Mentre la costa veniva sovraccaricata, l’entroterra veniva abbandonato con metodo quasi scientifico. I paesi dell’interno sardo custodiscono cose che non hanno equivalenti facili: architettura nuragica e archeologica diffusa nel paesaggio quotidiano, tradizioni agropastorali ancora vive, una biodiversità agricola che altrove è già sparita, comunità anziane che portano saperi difficili da ricostruire una volta perduti. Nonostante questo, la politica (tutta, senza distinzione politica) li ha trattati come territorio residuale rispetto alla costa.

Lo spopolamento dell’interno non è un fenomeno naturale. È la conseguenza prevedibile di decenni di disinvestimento: scuole chiuse per mancanza di alunni che mancano perché le famiglie vanno via perché non ci sono lavoro né servizi. Un ciclo che si autoalimenta e che nessuna politica di marketing turistico (nel senso spregevole del termine) può interrompere, perché quel marketing lavora solo sull’immagine mentre lo spopolamento lavora sulla sostanza. Rendere abitabili i paesi dell’interno, con investimenti reali in connettività, servizi sanitari e opportunità economiche, non contraddice lo sviluppo turistico ma ne è la precondizione. Un paese vivo attrae meglio di un paese museo, e un luogo dove la gente sceglie di restare racconta una storia più credibile di un luogo svuotato che si riempie due mesi l’anno per le fotografie sui social.


La mobilità interna: il nodo che nessuno vuole sciogliere

Chi ha provato a muoversi senza un’automobile privata in Sardegna sa di cosa parlo: le difficoltà sono particolarmenti evidenti tra la costa e l’interno, tra i centri minori e le città, tra le stazioni ferroviarie e le destinazioni che i turisti vorrebbero raggiungere.

La rete ferroviaria sarda è in larga parte quella di un secolo fa. I collegamenti tra Cagliari, Sassari e Olbia funzionano in modo appena accettabile; tutto il resto è affidato a una rete di autobus che risponde a logiche scolastiche e amministrative, non alle esigenze di chi si muove per lavoro o per necessità quotidiane. E poi c’è Nuoro, caso unico in Italia: è l’unica provincia italiana a non essere collegata alla rete ferroviaria nazionale, la rappresentazione più nitida di come certi territori vengano considerati strutturalmente periferici, con tutto quello che questa condizione comporta per chi ci vive, per le imprese che vorrebbero insediarsi, per i giovani che valutano se restare o partire.

L’isola con uno dei paesaggi più straordinari d’Europa è percorribile in modo autonomo solo da chi ha un mezzo proprio o a noleggio. Questo non è un dettaglio logistico ma scelta politica che determina chi può accedere al territorio e in quali condizioni. Una mobilità interna efficiente serve prima ai residenti: al ragazzo del Nuorese che studia a Cagliari, alla lavoratrice stagionale che si sposta tra comuni, all’anziano che deve raggiungere un presidio sanitario. Costruire quella mobilità significa costruire infrastruttura per la vita, e la stessa infrastruttura diventa automaticamente un valore aggiunto per chi visita. Un treno affidabile che colleghi la costa con l’entroterra oltre che servizio turistico è soprattutto un servizio civile. Il fatto che abbia anche una funzione turistica è un beneficio collaterale, non il motivo per cui andrebbe realizzato.


Gli eventi come attrattore: portare gente non è una strategia

Gli eventi non sono il problema. Chiarito questo, il problema esiste lo stesso, ed è la logica con cui vengono usati.

C’è un riflesso quasi automatico nella politica turistico-culturale italiana, e sarda in particolare: quando un territorio non sa bene cosa fare di sé, o quando deve dimostrare che qualcosa sta accadendo, organizza un evento.

Un festival, una sagra elevata a brand, una rassegna estiva, un concerto sul mare. L’evento crea movimento, genera presenze, produce fotografie sui social e rassicura chi amministra. Il cortocircuito nasce quando l’evento smette di essere uno strumento e diventa il fine: quando il successo di una politica territoriale si misura sul numero di persone portate da qualche parte in un fine settimana.

Portare gente non è una strategia.

È una tattica, e come tutte le tattiche senza visione sottostante produce risultati che durano quanto la locandina. Gli eventi hanno senso quando sono radicati in una comunità che li riconosce come propri, quando generano indotto per l’economia locale che si distribuisce nel tempo e non solo nei giorni della manifestazione, quando costruiscono una reputazione che funziona anche fuori stagione. Quello che si vede troppo spesso è invece un catalogo di appuntamenti pensati per riempire un calendario e giustificare un budget, senza nessun filo che li colleghi a un progetto di territorio. Arriva il pubblico, consuma, riparte e il territorio resta com’era.

La Sardegna ha una lunga tradizione di eventi che nascono dalla comunità: dalla Sartiglia di Oristano alle feste patronali di paese che non sono mai diventate spettacolo perché non ne avevano bisogno. Queste sono cose diverse, e funzionano in modo diverso. La questione nasce quando si cerca di replicare quella capacità di attrazione attraverso eventi calati dall’esterno, progettati con logiche di marketing (quello di prima), e misurati esclusivamente sulla quantità di presenze. Un evento che porta diecimila persone in un weekend e non lascia nulla al tessuto produttivo locale non è un successo turistico ma un passaggio, forse più una transumanza di spettatori.

La distinzione che conta è tra eventi che gravitano attorno a un’identità di territorio già solida e eventi che provano a sostituire quell’identità perché non ce n’è una abbastanza forte da sostenere l’attrattività da sola. I primi costruiscono nel tempo e si autoalimentano; i secondi richiedono investimenti crescenti per mantenere numeri che senza lo stimolo artificiale non ci sarebbero. Una politica degli eventi matura dovrebbe chiedersi oltre a quante persone porta cosa resta: competenza negli operatori locali, reputazione che funziona anche fuori stagione, indotto che attraversa più settori dell’economia locale.

Se le risposte sono no, quell’evento è intrattenimento. Non è sviluppo, e non va confuso con esso.


La comunità al centro: il turismo come ospite, non come padrone

In molte località costiere sarde i prezzi degli affitti residenziali sono stati spinti verso l’alto dalla concorrenza degli affitti brevi, rendendo difficile per i lavoratori locali vivere vicino ai luoghi dove lavorano. I servizi di base, dai supermercati ai medici di famiglia, seguono i flussi stagionali invece di rispondere alle esigenze stabili. Le amministrazioni calibrano le proprie priorità sui mesi estivi, trattando il resto dell’anno come tempo morto. In questo modo la comunità locale diventa funzionale al turismo invece di restare il soggetto centrale attorno a cui il turismo si organizza.

Una destinazione che funziona davvero è un luogo che funziona prima per chi ci abita, con servizi distribuiti, un’economia abbastanza articolata da non dipendere da un settore solo, spazi pubblici vivi tutto l’anno. Quando questa condizione viene meno, il turismo smette di essere un’opportunità e diventa una pressione che la comunità subisce senza beneficiarne in modo equo.

Invertire questa logica significa mettere la qualità della vita dei residenti come indicatore di successo di un territorio, prima ancora degli arrivi e delle presenze.

Significa costruire politiche abitative che proteggano la residenza stabile, strumenti di governance che restituiscano alle comunità locali potere decisionale reale sui flussi. Il turismo deve fare l’ospite in un territorio che si è già dato una forma propria, non il padrone di un territorio che si ridefinisce interamente intorno a lui.

Non esiste territorio nel mondo che abbia costruito prosperità duratura su una monocultura. Lo sanno le regioni minerarie che hanno investito tutto sul carbone e si sono ritrovate con borghi fantasma, le economie agricole che hanno puntato su una sola coltura e hanno visto i prezzi crollare. Il turismo non fa eccezione, le regioni europee più solide nel tempo sono quelle che hanno tenuto insieme manifattura, agricoltura di qualità, servizi avanzati e turismo senza sacrificare l’uno per l’altro, partendo da una visione del territorio come sistema da abitare e non da estrarre.

Per la Sardegna questo significa prendere sul serio l’artigianato con un mercato internazionale, l’agricoltura d’alta gamma, la tecnologia, i servizi per la popolazione stabile. Significa smettere di misurare il successo di un territorio esclusivamente in arrivi e presenze, e cominciare a chiedersi quanti giovani restano, quante imprese nascono fuori dalla stagione, quanto vale la coesione di una comunità che non dipende da un flusso esterno per sopravvivere.

Per essere destinazione turistica, prima bisogna capire come essere Sardegna.


Questo post è tratto dalla riflessione che accompagna il mio ebook L’Era del Turismo. Se ti interessa approfondire, trovi tutti i miei scritti su insopportabile.com e sulla newsletter Substack. Se lo hai letto fin qui, condividerlo è il modo più utile per continuare la conversazione.

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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