Che tutto il discorso globale sulle Zone Blu sia partito dalla Sardegna non è ancora un fatto comunemente riconosciuto, eppure è la verità.
Fu Gianni Pes, medico e ricercatore dell’Università di Sassari, a presentare per primo nel 1999 – inascoltato – i dati su Ogliastra e Barbagia, dimostrando che in luoghi come Villagrande, Arzana e Urzulei la densità di centenari era così alta da richiedere nuove categorie interpretative. Solo anni dopo, quando quelle stesse evidenze furono validate e rilanciate anche da studiosi internazionali come Dan Buettner, il mondo accademico e mediatico si accorse del fenomeno.
Ma il punto è proprio questo: il mondo si accorse, la Sardegna no (o meglio non ancora).
Con queste premesse sono stato ospite nella giornata conclusiva del Longevity Fest 2025 a Portocervo in casa della Smeralda Holding, voluto e diretto da quel coriaceo e visionario artista che è Pietro Mereu che ha provato a rimettere le cose al loro posto, offrendo uno spazio in cui scienza, cultura e identità potessero incontrarsi.

Dopo il pranzo a cura di Coldiretti, il pomeriggio si è aperto con il panel “Il cibo dei centenari”, dove Alessandro Serra e Bernardo Fancello (e Gianni Pes guest star), moderati da Alessandra Guigoni, hanno esplorato le connessioni tra tradizioni alimentari e benessere. Un’occasione per ribadire che non c’è longevità senza radicamento: i cibi di chi vive a lungo sono anche quelli di chi resta connesso alla propria terra, ai propri ritmi, ai propri gesti quotidiani.

Poi all’interno del panel “Comunicare la longevità” insieme a Pietro Mereu e Maurizio Maresca, con la moderazione attenta di Barbara Carfagna ho avuto il privilegio di poter raccontare quanto sia difficile, oggi, per la Sardegna trasformare la propria ricchezza silenziosa in una narrazione efficace, rispettosa, coerente e soprattutto tale da farla diventare un attrattore turistico sostenibile.

La longevità infatti non è un segreto da svelare e tantomeno una formula magica o un marchio da esportare. Soprattutto non è – e non deve diventare – un prodotto da vendere confezionato.
Assistiamo oggi all’affollamento di pacchetti turistici ed “esperienze” che diventano improvvisamente prodotto da scaffale con il bollino “Blue” come comunissime banane. E quando il viaggiatore arriva in Sardegna per una vacanza spera di scoprire il segreto, che sia un minestrone, un alimento particolare o un pacchetto di istruzioni da applicare immediatamente.
In questo mondo così consumistico siamo abituati a comprare il desiderio: la longevità non è un desiderio acquistabile, ma un percorso culturale, fatto di comunità coese, relazioni lente, fatica condivisa, tempo che non scappa ma si sedimenta. Pratiche che diventano qualità della vita e che poi (e solo poi) la allungano.
E il rischio più grande è trasformare la longevità in simulacro, ridurla a storytelling turistico, costruito a tavolino, scollegato dalle persone reali che quella longevità la abitano davvero.
La mia proposta – se vogliamo chiamarla così – è questa: smettiamola di cercare slogan e cominciamo a costruire parole vere. Non servono campagne pubblicitarie ma una narrazione plurale, che nasca dal basso, che unisca sapere scientifico, testimonianza vissuta e consapevolezza collettiva, dalle comunità che diventano attori della qualità della vita e protagonisti dell’invecchiamento sostenibile.
La Sardegna oggi non riesce a comunicare la propria longevità perché continua a oscillare tra esotismo e imbarazzo, come se non sapessimo se sentirci orgogliosi o difenderci da chi viene a guardarci come fossimo un laboratorio e i centenari topi da osservare.
La longevità non è un pacchetto turistico da vendere, è un’educazione da trasmettere (anche al viaggiatore), un allenamento quotidiano a restare connessi con se stessi, con gli altri e con la terra che si abita. Questo è ciò che un viaggiatore dovrebbe portarsi di ricordo, per migliorare la propria vita nei luoghi e nelle comunità che abiterà.
Ho detto che non c’è turismo di longevità (al limite del wellness), ma deve esserci un viaggio culturale verso uno stile di vita, e che se vogliamo farne un attrattore dobbiamo abbandonare l’idea di portare persone a “vedere i centenari” come si visita un museo, e cominciare a costruire esperienze trasformative che parlino di senso, cura, relazioni.
Interessante il panel conclusivo, “Harvard meets Porto Cervo – La ricerca continua” che ha dato voce a Frank Hu, Immaculata De Vivo e Giovanni Scapagnini, con la conduzione ancora di Barbara Carfagna. Tre prospettive autorevoli che hanno sottolineato quanto alimentazione, epigenetica e ambiente siano fondamentali per un invecchiamento sano. Ma anche loro, pur con linguaggi scientifici, hanno riconosciuto che il dato non basta, se non è accompagnato da un cambiamento culturale.

La serata si è conclusa con l’assegnazione del Longevity Award 2025 a Pupi Avati, per la sua carriera straordinaria, lunga oltre cinquant’anni. Un segno chiaro che la longevità è anche espressione, creatività, resistenza.

Subito dopo grazie alla preziosa e paziente spalla di Barbara Carfagna un’ora di intervista/racconto di cosa sia la vita, l’arte, lo scopo dell’esistenza e la vocazione con una straordinaria ironia e una ricchezza di linguaggio tale da assistere a un film in parole. Regalo e conclusione davvero magnifici.

Se c’è una cosa che questa domenica mi ha lasciato, è che la longevità non è un punto di arrivo, ma un cammino collettivo: non si può spiegare con una formula né si può replicare in laboratorio.
È fatta di contesti, di legami, di memoria e soprattutto ha bisogno di essere raccontata con verità, cura e tantissimo rispetto.
E ha bisogno di essere raccontata e praticata a partire dai giovani per metterli in condizione di diventare centenari, non solo per chi oggi già avanti con gli anni si può permettere di acquistare pratiche e prodotti per allungare la propria vita. La longevità non può e non deve essere solo per ricchi ma un diritto collettivo se non universale di vita.
Il mio augurio? Che la Sardegna impari a parlarsi e volersi bene, prima di volersi promuovere. E che da qui, dove tutto è cominciato, si possa generare un nuovo linguaggio per il futuro.
Grazie Pietro Mereu perché hai organizzato una edizione davvero di livello altissimo che mi ha aperto un mondo e suggerito diverse chiavi comunicative.
Grazie anche per le relazioni umane che hai innescato, mai scontate. Conoscere meglio e chiacchierare con vecchi e nuovi amici è per me spesso il vero senso della socialità nel contorno di questi preziosi eventi.
Rimarranno scolpiti nel mio cuore alcuni momenti davvero memorabili perché DECISAMENTE fuori dalla comfort zone mia e di Santamoglie: Giovanni Scapagnini, Giuseppe Passarino, Gianni Pes e signora, SOLO noi SAPPIAMO. 😂
E anche per questo io non vedo l’ora che arrivi il prossimo anno e la prossima edizione.
(a breve tutto il materiale della tre giorni sarà reso disponibile: vi raccomando di non perdervelo)

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PS: La Qualità della Vita era l’asse centrale del Piano Strategico della Regione Sardegna 2015 (Sardegna: Isola della Qualità della vita”.) mai approvato per questioni politiche (l’allora Assessore Morandi non riuscì a farlo approvare). Ricordo molto bene quanto fu denigrato e irriso da chi oggi (soprattutto politici) sono sul carro dei centenari e della qualità della vita. Dieci anni perduti.
