[così mi vedo tra un anno 😂]
Se domattina mi facessi una TAC, il radiologo non troverebbe organi, ma una serie di sezioni a pagamento. Sono diventato un essere umano spacchettato: il mio cuore è disponibile per tutti, ma per i polmoni serve l’abbonamento Premium. La mia colonna vertebrale? È la copia esatta del grafico delle mie iscrizioni: una serie di picchi d’euforia seguiti da abissi di depressione quando un “User456” decide che non valgo più i suoi cinque euro al mese.
Il mio cervello è un cimitero di tab aperte. Metà sono saggi sulla “decrescita felice” che non leggerò mai, l’altra metà sono tutorial su come aggirare l’algoritmo di Notes. Non penso più, indicizzo. Se mia moglie mi dice che il gatto sta male, io tra me e me sto già pensando al titolo: “Il miagolio del nulla: fenomenologia della perdita nel tardo capitalismo”. Sono un mostro, lo so, ma un mostro con un ottimo tasso di apertura.
I miei occhi hanno sviluppato un filtro “Substack-vintage”. Non guardo più le persone, vedo lead. Al supermercato, mentre scelgo i carciofi, studio il tipo di fianco a me e mi chiedo se sia più un target da Long-form esistenzialista o da Podcast motivazionale. Se incrocio un altro “autore”, non ci salutiamo: ci misuriamo il reach con lo sguardo, come pistoleri in un duello di boria digitale.
Le mie mani soffrono di una patologia feticista. Picchio su una tastiera meccanica rumorosa come una rotativa del secolo scorso solo per convincermi che quello che scrivo abbia un peso specifico. In realtà sto solo cercando di capire perché il tasto “embed” non funziona, mentre il mio pollice destro ha il tic nervoso del refresh sulla dashboard aspettando katiuscia68 come i pastori aspettano il Messia. Katiuscia, paga ‘sti cinque euro e libera la mia anima, AMEN.
Il mio apparato digerente è una discarica di esperienze che rivendo come perle. Trasformo una multa per eccesso di velocità in una “riflessione sulla velocità del tempo moderno”. Se mi scotto le dita con il caffè, non sono un idiota distratto: sono un autore che sta scrivendo una ‘Fenomenologia del dolore improvviso nell’era dell’anestesia emotiva’ e se il mio uliveto viene attaccato dalla mosca olearia, non è un danno agricolo: è una ‘Metafora sulla natura parassitaria dei social media che corrodono il frutto del pensiero’. Sono un impianto di compostaggio dell’ego: entra vita noiosa, esce “contenuto curato”. Mangio ansia e produco newsletter.
I miei piedi sono sempre pronti a scappare verso “l’autenticità ” che tradotto significa: andare in un posto dove non c’è campo, farsi un selfie mentre si guarda l’orizzonte con aria profonda e poi correre dove c’è il Wi-Fi per scrivere: “Il silenzio è l’unica moneta che conta”. Prezzo del silenzio: 50€ l’anno.
Il mio è un caso clinico di narcisismo digitale: sono convinto di presidiare le Termopili della cultura libera, ma in realtà sono solo uno schiavo dei CSS di Substack che cerca di non far sembrare il suo ego un ammasso di pixel storti. Sono un intellettuale da osteria 2.0: ho rottamato la pipa, la moleskine e il bicchiere di Calvados per una dashboard retroilluminata, convinto che il mio monologo interiore valga un abbonamento mensile. La mia supponenza non è sparita, si è solo digitalizzata: ora non ti urlo la mia logorrea in faccia ma ti arrivo direttamente in posta.
Se questa fiera della vanità ti ha strappato un sorriso o un conato, clicca sul cuore qui sotto. Non servirà a salvare il mondo, ma nutrirà il mio parassita interiore che ha bisogno di conferme costanti per non andare a lavorare davvero.
Se invece pensi che io sia un pallone gonfiato, scrivimelo pure nei commenti: li userò come spunto per il prossimo post sulla “violenza del dissenso nell’era dei social”.
Non si butta via niente, qui dentro.
