Addendum: ascoltare continuamente “I giovani d’oggi sono confusi, zombie digitali, ossessionati dalla performance e incapaci di vivere l’esperienza reale perché schiavi di uno schermo” è una critica troppo facile e soprattutto parecchio ipocrita.
Prima di puntare il dito contro un adolescente che misura la sua autostima in like, dovremmo avere il coraggio di guardarci allo specchio. Chi come società e individui ha costruito il palco su cui stanno recitando?
Li accusiamo di vivere per la performance, ma siamo noi ad aver trasformato l’ozio in una colpa e il silenzio in un vuoto angosciante da riempire, noi che abbiamo smesso di chiedere “come stai?” per chiedere “cosa fai?”, misurando il valore delle persone in fatturato, cariche, impegni in agenda e riconoscibilità sociale.
Ci indigniamo sprezzanti perché filtrano la vita attraverso un display, ma siamo noi i primi a non riuscire più a guardare un tramonto senza fotografarlo per dimostrare di esserci stati, noi che “consumiamo” esperienze invece di viverle, recensendo la cena prima ancora di averla digerita (ehm), rispondendo alle mail mentre gli altri ci parlano, trasformando ogni passione in un contenuto, in un business o almeno in una “esperienza” memorabile.
La loro confusione non è una colpa ma un adattamento perché crescono in un sistema che grida “sii te stesso” ma invece gli suggerisce costantemente “purché tu sia vincente”. Noi avevamo il lusso enorme di fallire in privato, di sbucciarci le ginocchia lontano dagli sguardi; loro sanno che ogni caduta può diventare pubblica ed eterna. Non è solo vanità ma sopravvivenza in un habitat ostile che noi adulti abbiamo arredato con cura.
I giovani non sono la causa della società della performance ma il sintomo più evidente e spietato. Sono semplicemente più bravi e veloci di noi a usare gli strumenti di una giostra che noi stessi abbiamo messo in moto.
