Cosa spinge un ragazzo dotato di talento straordinario (che pure potrebbe diventare l’ennesimo miliardario della Silicon Valley) a scegliere scientemente di restare in una posizione scomoda?

Aaron Swartz decise questo e Giovanni Ziccardi, nel libro che vi segnalo (scaricabile gratuitamente alla fine del post) , descrive la sua vita come un tentativo costante di aggiustare ciò che è rotto, una visione che oggi, mentre l’intelligenza artificiale sembra assorbire ogni spazio di pensiero critico, diventa una bussola etica imprescindibile.

Aaron è morto suicida l’11 gennaio 2013 (e lo ricordo bene perché è il giorno del mio compleanno), stritolato da una macchina giudiziaria che lo aveva preso di mira per aver cercato di liberare la conoscenza. Mi fermo spesso a pensare a come avrebbe reagito davanti ai modelli social e linguistici chiusi di oggi, a quelle scatole nere dove le relazioni e il sapere umano viene risucchiato per essere restituito a pagamento o sotto stretta sorveglianza aziendale. Lui, che ha lottato per l’Open Access quando il web era ancora un territorio di speranza, oggi probabilmente vedrebbe nelle piattaforme social e l’IA le nuove frontiere delle recinzioni del sapere.

Il parallelo con l’attualità poi è quasi brutale. Stiamo vivendo una stagione di repressione digitale sottile ma pervasiva.

Da un lato, l’uso del diritto d’autore viene brandito come un’arma per proteggere non tanto la creatività, quanto il monopolio dei dati necessario per addestrare algoritmi proprietari. Dall’altro, assistiamo a leggi sempre più restrittive che, sotto la bandiera della sicurezza, aumentano il controllo di stato e limitano lo spazio di manovra del dissenso informatico.

Anche il concetto di hacking è scivolato verso derive preoccupanti: mentre Aaron interpretava l’hacking come curiosità radicale e disobbedienza civile per il bene comune, oggi siamo circondati da hacker non etici che operano per il puro profitto o per destabilizzare i diritti civili.

Il rischio è evidente: stiamo delegando la nostra capacità di analisi a sistemi opachi, dimenticando che la tecnologia dovrebbe essere un’infrastruttura comune e non un privilegio di pochi colossi che decidono cosa sia vero o cosa sia lecito scrivere.

Nel mio quotidiano, cerco di portare avanti un’idea di restituzione ispirata a quella cultura del dono che Aaron praticava con naturalezza. Regalare tempo, mettere a disposizione progetti e competenze non è un atto di ingenuità, ma una mia precisa scelta politica e di cittadinanza digitale.

Significa credere che il valore di un’idea non risieda nella sua segretezza, ma nella sua capacità di generare impatto una volta liberata. L’ho sempre praticata, anche in modalità analogica: tempo, competenze e risorse meritano di essere incipit di valore per altri.

Con l’intelligenza artificiale oggi abbiamo una possibilità evolutiva senza precedenti: se scegliamo la strada dei modelli open, possiamo infatti democratizzare l’eccellenza. Immaginate strumenti che aiutano un ricercatore, un piccolo imprenditore o un docente a fare un salto di qualità che prima era impensabile. L’IA dovrebbe essere questo: un amplificatore di umanità, non un suo sostituto sintetico o uno strumento di sorveglianza.

Evolvere con un modello open significa pretendere trasparenza sui dati, poter smontare il motore per capire come funziona e adattarlo alle esigenze reali degli esseri umani e delle comunità.

Aaron diceva che non basta accettare il mondo così com’è, bisogna chiedersi sempre perché le cose funzionino in un certo modo e se esistano strade migliori.

Questa sua curiosità radicale è ciò che manca oggi nel dibattito tecnologico. Io credo fermamente che la via sia l’impegno attivo, anche se invisibile: usare questi strumenti per fare bene, per semplificare la vita agli altri, per rendere accessibile ciò che è complesso. È quello che provo e cerco di fare con i miei progetti, dalla narrazione del cibo alla valorizzazione territoriale, alla comunicazione e al marketing passando per le relazioni di valore e cercando di non perdere mai di vista il senso del limite e l’importanza del fattore umano.

Il libro di Ziccardi non è solo un omaggio a un genio scomparso troppo presto, è un invito a non abbassare la guardia di fronte a una società che tende a chiudersi e a controllare. Leggerlo significa capire che ogni riga di codice ha una valenza morale e che la battaglia per la libertà dell’informazione non è mai finita, ha solo cambiato pelle.

Oggi quella pelle è fatta di reti neurali oltre che di persone che pensano solamente a monetizzare il loro enoerme potere di condizionamento delle masse, ma il cuore della questione resta identico: a chi appartiene la conoscenza?

Se appartiene a tutti, allora abbiamo il dovere di contribuire, di sporcarci le mani, di regalare un pezzo del nostro percorso per rendere il sistema più equo.

Non è una missione epica, è manutenzione ordinaria del futuro.

È un lavoro di pazienza, come quello che faccio analogicamente nel mio orto o tra gli ulivi, dove i risultati sono figli di una cura costante e di un rispetto profondo per l’ecosistema.

Ma cosa possiamo fare noi, nel concreto?

È legittimo voler guadagnare dai contenuti che produciamo, monetizzare il nostro lavoro e il nostro ingegno ma non si tratta di rinunciare al proprio sostentamento. Dovremmo invece chiederci quale quota di ciò che sappiamo possa essere resa e regalata alla collettività per contrastare questa deriva di controllo e chiusura.

Possiamo decidere di pubblicare una parte delle nostre ricerche in open access, di rilasciare un software con licenza libera, o semplicemente di dedicare un’ora a settimana a supportare un progetto che non ha budget ma ha visione.

Restituire una parte del valore è l’unico modo per non far morire quell’ecosistema che ha permesso a noi stessi di imparare e crescere.

Iniziamo scaricando e leggendo “Aggiustare il mondo”, capendo la storia di Aaron e provando, ogni giorno, a liberare il nostro piccolo pezzo di mondo.

Potete scaricare il libro di Giovanni Ziccardi qui: https://libri.unimi.it/index.php/milanoup/catalog/book/100

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insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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