Nel cuore del nord-ovest della Sardegna, dove la terra si fa racconto e le mani degli uomini diventano linguaggio, ieri è successo qualcosa che va oltre l’enologia e l’evento. Al Podere 45, in un magnifico contesto ambientale i Vignaioli del Nord Ovest Sardegna hanno imbottigliato un’idea. E l’hanno fatto con il vino.
Non era solo un vino. Era il frutto maturo di un patto tra territori diversi (tra persone diverse) ma affini — Romangia, Nurra e Coros — che hanno deciso di fondersi non per somiglianza, ma per scelta. Tredici cantine, storie e vendemmie che hanno lasciato andare una parte del proprio raccolto per costruire qualcosa che non appartiene più a nessuno, ma a tutti.
Una bottiglia collettiva, un simbolo da bere, ma anche da difendere.
Un anno fa raccontavo come VI.N.O.S. (Vignaioli del Nord Ovest Sardegna) fosse un progetto sovversivo: nato dal basso, resistente alle mode, incapace di separare l’agricoltura dalla cultura, la produzione dalla visione, la terra dalla comunità. Ieri, quella visione si è fatta gesto, tappo, etichetta. Si è fatta realtà, concreta e profumata (e magnifica!), versata nei bicchieri e negli occhi di chi c’era.

Ma non è stato solo un brindisi.
È stato un atto di riappropriazione culturale: di un vino che torna a parlare la lingua (le lingue) del luogo. Di una ruralità che non è più subalterna, ma protagonista.
E vedere i sindaci dei territori e gli amministratori che, anziché tagliare nastri, hanno imbottigliato, versato (e bevuto) vino è stato un gesto carico di significato.






È stato anche il momento della convivialità, del simposio e della sua erede sassarese, quella cionfra che ha suonato mentre i calici si alzavano e le parole si facevano carezze e memoria, tra una pietanza semplice e gustosa, una chiacchiera, un sorso di vino, risate, sorrisi, progetti, sogni, anche paure e sofferenze. Un modo di stare insieme ragionando sempre insieme.

Magnifica anche la partecipazione e l’intervento poetico performativo di Clip Informale, un collettivo che sta portando una ventata di socialità culturale e di comunità a Sassari, recuperando un luogo che oggi è diventato un laboratorio di vita e futuro come Piazza Pescheria.

Una serata di relazioni nella quale è stato molto bello ascoltare la passione dei vignaioli, degli amici che li sostengono, degli amministratori che si mettono in gioco e provano a creare le premesse per nuove e allargate relazioni di territori.
È stato anche l’inizio di una nuova forma di autofinanziamento: le bottiglie vendute sosterranno alcune attività di beneficenza dell’associazione. Il vino, quindi, non come fine, ma come mezzo per costruire qualcosa che duri più a lungo della vendemmia o di una cena conviviale.
E VI.N.O.S. non è solo un acronimo. È un invito. A tornare alla terra con rispetto. A leggere nel paesaggio i segni di una cultura profonda. A riconoscere nei vignaioli non solo produttori, ma interpreti del territorio, custodi della biodiversità, artigiani di bellezza.
Il vino collettivo del nord ovest non è un blend tecnico: è una narrazione liquida, un progetto politico (nel senso più nobile), un gesto poetico di resistenza rurale.
E mentre il sole calava su Baratz e poi la luna piena illuminava le vigne , qualcuno ha detto: “Questo vino non somiglia a nessun altro. Ma somiglia a tutti noi.”

Ecco, aveva ragione. Provare a trovare nuove strade che diano un senso all’incedere in questa terra sempre meno calpestandola ma curandola per darle una lunga e significativa vita.
Essere diversi per essere comunità insieme.

