Enogastronomia portami via (di Made in Italy, strategie, fiere, mercati civici e mercati globali).

Natale vicino, tempo di feste ma soprattutto di cibo. Cibo ovunque, nei market infestati da offerte spettacolari,  Tv e media alluvionati da ricette, consigli, promozioni, cenoni, eventi.

Un mondo, quello del cibo, che muove dei numeri impressionanti e che non accenna a calare.

E in questo meraviglioso e unto mondo siamo letteralmente assaliti da mille eventi enogastronomici, luccicanti fiere, imperdibili progetti di internazionalizzazione, innovativi progetti di digitalizzazione immancabilmente 2.0, percorsi poetici di valorizzazione della filiera corta, rigorosi e quasi militareschi disciplinari, magnifiche pubblicazioni e munifici incentivi, mirabolanti portali e via amabilmente e inutilmente discorrendo.

Tutti questi spettacolari strumenti di valorizzazione, promozione e commercializzazione del Made in Italy hanno un unico comune denominatore: sonanti soldi pubblici.

Per il resto quasi sempre manca una strategia omogenea per dei progetti nati per spendere dei soldi e tentare di dare una qualunque risposta a migliaia di istanze qualunque.

Progetti creati per dare una risposta politica alle categorie dei produttori, degli intermediari, dei consumatori e ai territori a cui si rivolgono più che ai mercati ai quali dovrebbero rivolgersi.

Progetti creati più per dare reddito a chi organizza che ricadute vere, tangibili, MISURABILI.

Progetti creati più per giustificare l’esistenza degli organi che li erogano che l’efficacia degli stessi.

Progetti per sedare i territori e dargli una illusione presente più che investire per dargli un certo futuro.

E allora vediamo mille carovane di produttori e imprese che con il loro carico di prodotti, novelli Marco Polo al contrario, portano in Oriente i loro prodotti tipici, ogni territorio con il suo, a portare mille e mille rivoli insignificanti di conoscenza in mercati che ragionano sul globale e vogliono sì specialità ma strutturate in prodotti pronti per il mercato, sul loro target, nei loro canali, secondo le loro regole. Carovane che come ricadute di esportazioni non si sa mai che numeri abbiano. (ESPORTAZIONI MISURABILI).

O mille fiere e/o eventi enogastronomici locali che servono solamente a far passare dei bei momenti conviviali con un po’ di cibo e prodotti a basso prezzo alle popolazioni locali senza portare clienti nuovi (CLIENTI MISURABILI), in una rivisitata formula di sagre gourmet dove non bastano due chef, qualche nome accattivante e un hashtag azzeccato per elevarli dal livello locale a quello globale.

O ancora mille progetti di rivitalizzazione dei mercati civici, spesso recuperati per  dare un servizio locale senza una visione aperta e moderna come dimostrato da tantissimi esempi nel mondo e anche nella nostra nazione. Luoghi monumento a un modello di fruizione del cibo sempre più in declino se non affiancato da attività collaterali che ne valorizzino la qualità, la trasformazione, la fruizione con una maggiore (MISURABILE) redditività.

Mercato centrale di Firenze.

In tutto questo vivono e si riproducono migliaia di persone che vivono gestendo questi mille fiumiciattoli di danaro, in una visione miope ma redditizia che non porta nessun vantaggio misurabile ma rende in termini di visibilità politica e commerciale.

Quando in questi giorni di festa, passeggiando per le strade addobbate, mangeremo un panino a buon prezzo o acquisteremo qualcosa all’evento eno gastronomico per la valorizzazione di “qualcosa a caso non MISURABILE” ricordiamo che una parte di quel prezzo lo stiamo pagando anche noi.

Quando vedremo le aziende sparpagliate in Cina a portare il Made in Italy senza riportare clienti MISURABILI  e ritorno economico nel territorio ricordiamo che una parte di quel viaggio lo stiamo pagando anche noi.

Quando vedremo il mercato fermo a un modello di fine ottocento e con progetti ancora più anacronistici mentre nel mondo sono aziende che fatturano milioni di euro ricordiamo che una parte di quell’investimento sbagliato lo stiamo pagando anche noi.

Perché è forse ora di dire basta ad attività disorganizzate, autoreferenziali e utili solo a chi le organizza e gestisce.

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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