Nel turismo viviamo tempi più raccontati che vissuti e in questo continuo racconto una parola è sparita dal vocabolario turistico: popolare, se non nell’accezione negativa del termine.

Al suo posto infatti sono arrivati aggettivi come “esperienziale”, “autentico”, “slow”, “boutique” e via banalizzando, parole che vendono la stessa cosa a un prezzo più alto, o magari che vendono un’altra cosa solo a chi si può permettere di poter scegliere.

Al di là dei termini il turismo popolare non è mai stato un problema fino a quando qualcuno non ha capito che poteva essere sostituito da qualcosa di più redditizio. Le colonie estive, i campeggi economici, le pensioni a conduzione familiare con gli arredi ordinari, i pullman organizzati dal dopolavoro aziendale, insomma tutto quel mondo che ha costruito il diritto alle vacanze per milioni di persone che prima non lo avevano, la ormai dimenticata “villeggiatura”. Oggi quello stesso mondo viene raccontato come un residuo imbarazzante, qualcosa da riqualificare, da “elevare”, da sostituire con un’offerta più in linea con il posizionamento della destinazione (modo più raffinato di dire meta di vacanza). Viene raccontato quasi con vergogna.

Partiamo da un fatto conclamato: le destinazioni turistiche hanno smesso di volere tutti e (anche se non lo ammettono) di volere i poveri.

Una regione o un comune che investe in comunicazione turistica oggi non punta solo al numero di visitatori (anche se “portare gente” ha sempre un notevolissimo fascino, vista l’ossessione soprattutto nella governance turistica) ma si punta alla qualità del visitatore, espressione che nella pratica significa reddito disponibile per notte, scontrini che camminano.

Gli assessorati al turismo così si trovano a clonare gli stessi slogan come una AI qualunque: destagionalizzazione, sostenibilità, turismo di qualità. Nella traduzione operativa quelle parole diventano piani editoriali costruiti per un pubblico che cerca boutique hotel, ristoranti stellati, esperienze private, vacanze memorabili. Chi viaggiava con la tenda, con il camper economico, con il pacchetto last minute da quattro stelle scontato o con l’auto piena di scorte per una villeggiatura in casa d’affitto resta fuori dalla narrazione anche quando resta dentro ai numeri reali degli arrivi.

La stessa preferenza si vede nell’edilizia alberghiera. Le città e le località di vacanza rincorrono l’apertura di strutture a cinque stelle, troppo spesso con incentivi urbanistici o fiscali che altre categorie ricettive non ricevono, mentre le pensioni e gli alberghi di fascia media chiudono o vengono riconvertiti in appartamenti turistici. La capacità di spesa del visitatore diventa un criterio di pianificazione urbana prima ancora che una preferenza commerciale, e sopratutto la città si ridisegna fisicamente attorno a chi può permettersi di più, restringendo lo spazio (e i prezzi) per chi verrebbe comunque, ma con budget diversi. E questo accade non solo per gli alberghi ma anche per tutte le attività e i servizi della filiera. 

L’algoritmo delle piattaforme fa il resto. Le foto che generano più engagement sono quelle patinate, perfette per i motori di ricerca che premiano i contenuti scritti per un target che ha budget e tempo per organizzare in anticipo. Un B&B o una pensione familiare a cinquanta euro a notte (sempre che ancora esista) non compete nella stessa arena visiva di una struttura che investe in fotografo professionista e marketing. La piattaforma non discrimina per ideologia ma per capacità di produrre contenuto vendibile e questo esclude sistematicamente chi offre poco spendendo poco.

Ma anche dal lato della domanda il turismo economico e popolare è diventato qualcosa da nascondere piuttosto che da rivendicare.

Si mostra il piatto del ristorante gourmet, raramente lo scontrino del discount sotto l’ombrellone. Si racconta la settimana in un resort con parole come “meritato”, raramente la settimana in uno stabilimento balneare scelto perché era l’unica opzione compatibile con lo stipendio. I social hanno trasformato la vacanza in un display di status e chi viaggia con budget limitato tende ad autocensurare quella parte della propria esperienza, quasi fosse una sconfitta personale invece che una scelta economica del tutto legittima. Ci si vergogna, incredibilmente, di essere espressione della normalità più comune.

Il risultato è così una doppia rimozione: le destinazioni rimuovono il turista popolare dalla propria strategia di comunicazione, i turisti popolari rimuovono se stessi dalla propria narrazione pubblica.

E non è che il fenomeno non esista ancora, anzi probabilmente rappresenta ancora la maggioranza degli spostamenti reali, ma è diventato invisibile nel racconto che destinazioni e viaggiatori fanno di se stessi.

Ma in questo circolo vizioso cosa stiamo perdendo?

L’aspetto che il racconto del turismo di lusso tende a rimuovere quasi del tutto, cioè il valore del riposo in sé, indipendente dal tipo di esperienza che lo produce. 

La rigenerazione psicofisica garantita da una settimana di stacco reale ha un valore misurabile in termini di salute pubblica, di produttività, di riduzione dello stress da lavoro. Chi torna da una vacanza economica ma effettiva, fatta di giornate lente e senza “impegni fotografici” e social da rispettare, recupera le stesse energie di chi ha speso dieci volte tanto in un resort a cinque stelle. Il corpo e la mente non distinguono il prezzo del materasso su cui hanno dormito, distinguono se hanno davvero smesso di lavorare e hanno davvero staccato la spina dai ritmi e dalle incombenze abituali.

Ridurre il diritto al riposo a una questione di posizionamento estetico significa dimenticare che la funzione sociale della vacanza riguarda l’intera collettività, non solo chi la vive. Una popolazione che si rigenera con regolarità produce meno costi sanitari legati allo stress cronico, meno assenteismo, relazioni familiari più solide. Il turismo popolare, proprio perché accessibile a chi ha meno risorse, è stato per decenni lo strumento più efficace per distribuire quel beneficio collettivo, e la sua marginalizzazione ha un costo sociale che nessun report di destagionalizzazione racconta.

Il turismo popolare non era solo una questione di prezzo ma piuttosto un modello di accesso al territorio che non richiedeva mediazione da parte di chi possedeva già capitale culturale o economico.

La famiglia che affittava lo stesso appartamento popolare ogni agosto per vent’anni costruiva un rapporto con quel luogo diverso da quello del turista che lo visita una volta per un weekend fotografico.

Quella relazione ripetuta, umile, direi anche sincera e semplice, spesso priva di qualsiasi ambizione narrativa, era una forma di autodeterminazione territoriale dal basso: il territorio apparteneva anche a chi non aveva soldi per raccontarlo bene.

Sostituire quel modello con un turismo pensato solo per chi può permettersi l’esperienza premium non è una scelta neutra ma diventa scelta che restringe l’accesso al paesaggio, alla cultura, al mare, trasformandoli in beni di lusso invece che in beni comuni. E lo fa con la complicità di chi quel turismo lo incentiva ma anche di chi lo racconta o, meglio, di chi ha smesso di raccontarlo perché non è più fotogenico ed è parecchio disdicevole.

Il mare è l’esempio più immediato di questo slittamento. Le spiagge libere si riducono ogni estate, sostituite da stabilimenti che occupano tratti di costa sempre più ampi, spesso con concessioni rinnovate meccanicamente da decenni e addirittura accesso limitato e contingentato, ovviamente a pagamento. Chi non vuole o non può pagare un lettino trova arenili sempre più stretti, spesso relegati ai margini, vicino ai moli o alle foci dei fiumi, mentre il resto della costa viene parcellizzato in metri quadri di ombrellone. Il mare, che dovrebbe restare per definizione un bene comune, si trasforma così in un servizio a pagamento con qualche eccezione tollerata ai bordi.

Anche qui vale la stessa logica di prima: chi si accontenta della spiaggia libera viene percepito come chi non ha saputo organizzarsi, non come chi ha semplicemente scelto un modo diverso di stare al mare. La spiaggia gratuita smette di essere un diritto scontato e diventa una soluzione di ripiego, raccontata con lo stesso imbarazzo con cui si racconta lo scontrino del discount.

Il sistema non toglie mica del tutto il turismo a chi ha meno risorse ma gli lascia gli avanzi: le settimane fuori stagione, quando le scuole sono aperte e le ferie vanno negoziate col datore di lavoro, i soggiorni ridotti a pochi giorni perché il resto del tempo libero va speso altrove, i margini geografici dei luoghi più desiderati mentre il centro resta riservato a chi arriva con budget alti. Non è una distribuzione neutra delle risorse turistiche, è una gerarchia che assegna il meglio a chi può scegliere quando, dove e per quanto partire, e l’elemosina a chi deve adattarsi a ciò che resta libero.

Non voglio apparire come un neo socialista da “Vacanze al popolo!”, e lungi da me farne una battaglia da “proletari di tutti i lidi(sic!), unitevi”. Ma esiste un problema che investe la nostra società, e le vacanze ne sono un segnale che forse non dovremmo sottovalutare. La marginalizzazione degli individui per questioni economiche è ormai una tendenza, non solo nel turismo. C’è spazio per il turismo di lusso ma non può e non deve essere l’unico modello di sviluppo a cui puntare per garantire una supposta sopravvivenza economica.

Rivendicare il turismo popolare quindi oggi significa ricordare che il diritto alla vacanza non è mai stato un privilegio estetico. 

Era, ed è ancora, un diritto sociale che qualcuno ha deciso di rendere invisibile per questioni economiche. 

E non so se costruire una società alla ricerca ossessiva della massima monetizzazione su qualunque cosa abbia un senso e soprattutto un futuro. 


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