Gentile Ministro Mazzi,
ha giurato stamane e quindi benvenuto in uno dei ministeri più delicati d’Italia, non perché gestisca cifre enormi o poteri straordinari, ma perché si occupa di qualcosa che riguarda tutti noi in modo diretto e quotidiano: il modo in cui le persone si muovono, arrivano, consumano e a volte distruggono i luoghi in cui viviamo.
Ho pubblicato pochi mesi fa un testo lungo sull’era del turismo contemporaneo. L’ho scritto perché mi sembrava necessario dire ad alta voce alcune cose che nel dibattito pubblico restano sistematicamente fuori campo. Glielo offro come punto di partenza, non come atto di cortesia.
L’era del Turismo – Gianluigi Tiddia
Lei arriva al ministero con un profilo culturale, costruito in decenni di lavoro nell’industria dello spettacolo e della comunicazione. Sa cosa significa costruire una narrazione, sa cosa vuol dire gestire un’identità pubblica, sa che dietro un palcoscenico ci sono persone che lavorano e che quel lavoro ha un valore.
Questo mi fa sperare che lei sia capace di leggere il turismo per quello che è davvero: un sistema di relazioni tra comunità ospitanti e visitatori temporanei, dove la qualità delle relazioni conta quanto la quantità dei flussi.
Negli anni in cui l’Italia ha governato il turismo principalmente come problema di numeri in crescita, abbiamo assistito a qualcosa di molto preciso: Venezia che svuota i suoi quartieri storici di residenti, le coste sarde che concentrano tutto il movimento in sei settimane lasciando il resto dell’anno in un silenzio innaturale, le città d’arte che perdono servizi essenziali per i cittadini perché ogni metro quadro sembra più utile ai turisti.
Il diritto a viaggiare è una conquista sociale importante. Il diritto a vivere nei luoghi è una necessità vitale delle comunità. Quando i due entrano in conflitto senza una regia, vince quasi sempre chi porta soldi immediati, e chi resta paga il prezzo.
Mi aspetto che lei affronti questo nodo con strumenti concreti. Significa parlare seriamente di capacità di carico, di redistribuzione dei flussi nel tempo e nello spazio, di governance locale che non sia pura enunciazione di principi. Significa anche mettere mano alla questione delle piattaforme digitali, che oggi decidono quali destinazioni esistono e quali scompaiono dall’orizzonte delle scelte dei viaggiatori. Booking, Airbnb, Google Maps e gli ultimi arrivati LLM, i sistemi di raccomandazione costruiti su algoritmi che nessuna amministrazione locale controlla: questi soggetti hanno più potere di un assessore regionale nell’orientare i flussi turistici italiani.
Una politica del turismo che non li nomina è una politica che sceglie di non governare la parte più rilevante del problema.
Le comunità che dipendono dal turismo hanno bisogno di qualcosa che raramente viene loro offerto: la certezza che parte del valore generato dal loro territorio resti sul territorio. Le imposte di soggiorno sono uno strumento imperfetto e spesso mal gestito. I fondi che tornano nei comuni sono poca cosa rispetto a quello che esce. I lavoratori stagionali continuano a ricevere contratti indegni, alloggi inaccessibili, retribuzioni che non compensano l’intensità del lavoro. Se vuole che questo settore sia sano nel lungo periodo, dovrà occuparsi anche di loro, non solo dei dati sulle presenze.
Sulla Sardegna, che è la mia terra, ho qualcosa di più diretto da dirle. Siamo un’isola che concentra flussi imponenti in poche settimane e in poche zone, mentre enormi porzioni del territorio restano fuori da qualsiasi circuito. Abbiamo paesi straordinari che si spopolano, artigiani che non riescono a raggiungere i mercati, una cucina autentica che resiste nonostante la pressione verso la standardizzazione.
La destagionalizzazione non è uno slogan: è una questione di sopravvivenza economica per intere comunità.
Le chiedo di mettere in agenda la questione dei trasporti, che condiziona tutto il resto, e di evitare la trappola delle grandi campagne promozionali che portano tutti nello stesso posto negli stessi giorni.
Infine, una riflessione sul linguaggio. Il turismo italiano ha sofferto per anni di una comunicazione costruita sulla vetrina, sull’enfasi, sull’immagine patinata che spesso non corrisponde all’esperienza reale.
I viaggiatori sono più informati di quanto molte campagne istituzionali suppongano. Una comunicazione onesta, che mostra anche le fragilità e le regole necessarie a tutelarle, costruisce fiducia molto più duratura di qualsiasi spot da dieci milioni.
Lei arriva da un settore abituato a lavorare sulla narrazione. Sa che una narrazione credibile si costruisce partendo dalla verità dei luoghi, non dall’immagine che si vorrebbe proiettare.
Se riuscirà a portare questa consapevolezza nel suo lavoro da ministro, avremo fatto un passo avanti concreto.
Tutti insieme, sperando che interessi il parere e la collaborazione di chi a vario titolo si occupa di questo complicato settore, sperando di non essere per l’ennesima volta coreografia irrilevante.
Oggi è Venerdì Santo, il giorno in cui si ricorda la passione e il sacrificio di un uomo per il bene comune poi risorto contro ogni aspettativa. L’augurio è che il calvario del Turismo Italiano sia breve e la resurrezione completa, anche se probabilmente ci vorranno più di tre giorni.
Buon lavoro, sul serio.
Gianluigi Tiddia (@insopportabile)
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