La plastica ha operato un cambiamento nel modo in cui pensiamo gli oggetti più che per aver cambiato gli oggetti stessi.

Quando entra nella produzione di massa nel Novecento infatti non si limita a sostituire materiali più costosi o difficili da lavorare, ma altera il rapporto tra valore e durata, perché rende possibile produrre quasi tutto a costi ridotti e su scala enorme, e così facendo modifica la nostra aspettativa di permanenza. Prima, un oggetto implicava tempo: per costruirlo, acquistarlo e mantenerlo anche se ripararlo era normale come comprenderne il funzionamento.

Con la plastica invece diventa più semplice più economico buttare che aggiustare.

Poteva essere un passaggio ideologico ma è stato più un passaggio infrastrutturale perché la plastica è entrata nei sistemi produttivi, nella logistica, nella medicina, nell’alimentare, fino a diventare una presenza silenziosa e appunto strutturale. Non la notiamo più, e proprio per questo è ovunque.

L’intelligenza artificiale sta producendo una trasformazione simile, ma invece di intervenire sulla materia interviene sui processi cognitivi.

Riduce drasticamente il tempo necessario per produrre testi, analisi, immagini, codice, sintesi, e lo fa con una facilità che cambia il nostro rapporto con l’elaborazione stessa. Se generare diventa immediato, il valore del percorso che porta alla generazione tende a scolorire perché perde centralità più che sparire.

Questo slittamento è sottile e non sostituisce all’improvviso l’intelligenza umana, piuttosto la circonda, la accompagna, la integra nei flussi quotidiani. L’AI è nel completamento automatico delle frasi, nelle piattaforme che selezionano contenuti, nei software che propongono soluzioni prima ancora che venga formulata una domanda completa progressivamente smette di essere percepita come strumento straordinario e diventa sfondo operativo, come è accaduto alla plastica quando ha smesso di essere novità ed è diventata normalità.

Con la plastica abbiamo compreso solo in seguito che la questione non riguardava il materiale in sé, ma il modello d’uso che avevamo costruito intorno ad esso. L’usa e getta non era un destino inevitabile ma scelta economica resa conveniente da un materiale estremamente versatile e poco costoso. Il problema non è nato nel laboratorio in cui la plastica è stata sintetizzata, ma nel sistema che ha premiato la produzione continua senza interrogarsi sul dopo.

E le microplastiche non sono state progettate ma sono l’effetto cumulativo di miliardi di gesti quotidiani inseriti in un contesto che non prevedeva un fine vita adeguato. Si sono accumulate nei mari, nei suoli, nei corpi, mentre l’attenzione era rivolta alla crescita, all’efficienza, alla disponibilità di beni sempre più accessibili.

Con l’intelligenza artificiale il rischio quindi è più una contaminazione fisica che una sedimentazione informativa. Quando contenuti plausibili ma non verificati circolano con facilità crescente, quando immagini costruite si mescolano a quelle documentarie, quando opinioni sintetizzate automaticamente acquisiscono la stessa visibilità di riflessioni maturate nel tempo, l’ecosistema cognitivo si modifica in modo graduale. Ma se il momento preciso in cui si possa dire che qualcosa è cambiato non lo percepiamo con precisione il cambiamento risulta difficile da misurare mentre avviene.

Anche la responsabilità tende a disperdersi. Con la plastica la filiera è lunga e frammentata, e ognuno può sostenere di avere svolto il proprio ruolo all’interno di regole date.

Con l’AI accade qualcosa di analogo: chi sviluppa, chi integra, chi utilizza, chi regola opera entro incentivi che premiano velocità e adozione, mentre le conseguenze sistemiche emergono solo nel tempo. Non è semplice individuare un punto in cui collocare l’intero peso della decisione, e questa difficoltà favorisce l’inerzia.

Nel frattempo la nostra dipendenza cresce: oggi immaginare una società che elimini rapidamente la plastica è quasi impossibile, perché interi settori sono costruiti intorno alle sue proprietà. L’AI si sta inserendo con la medesima rapidità nei processi produttivi e decisionali: non usarla in molti contesti significa rallentare, perdere competitività, apparire inefficienti.

La scelta individuale si restringe man mano che l’infrastruttura collettiva si consolida.

Tutto questo non implica che la plastica sia stata un errore o che l’intelligenza artificiale lo sia. Entrambe hanno ampliato possibilità reali e prodotto benefici concreti. Il punto è un altro: la velocità con cui adottiamo una tecnologia tende a superare la velocità con cui ne comprendiamo le conseguenze sistemiche. Quando la domanda sul “dopo” arriva tardi, le correzioni diventano costose, lente, parziali e spesso proprio impossibili da praticare.

Con la plastica abbiamo posto alcune domande decisive solo quando il materiale era già incorporato in ogni aspetto della vita quotidiana. Con l’intelligenza artificiale siamo ancora in una fase in cui quelle domande possono essere formulate mentre l’infrastruttura si sta costruendo, non quando sarà ormai data per scontata e irreversibile.

Non dobbiamo scegliere tra entusiasmo e rifiuto ma provare serenamente di decidere quale modello di utilizzo vogliamo rendere dominante prima che diventi invisibile.

La plastica ci ha insegnato che l’invisibilità è il vero punto di svolta: quando non la vedi più, è già ovunque.

Con l’AI stiamo attraversando proprio quel passaggio e non è il caso di ripercorre gli errori del passato (che per quello bastano le guerre).

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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