Da circa quindici anni, ogni volta che entro in un’aula per fare formazione o docenza, scelgo deliberatamente di non presentare la classica trafila di esperienze, certificazioni o traguardi professionali. Viviamo in un’epoca affannata e profondamente insicura, in cui il curriculum, o peggio ancora l’ossessione performativa per il personal branding, sembra dover necessariamente precedere la competenza, quasi a fargli da scudo.
Assisti a una presentazione e sai già che le prime cinque o dieci slide saranno interamente dedicate a incensare il relatore in una liturgia dell’auto-promozione, un rosario di loghi aziendali, tre master e incarichi di prestigio che servono più a rassicurare chi parla che a istruire chi ascolta.
L’ego-trip è diventato la prassi, il biglietto da visita obbligatorio in una società che ha smarrito gli strumenti per valutare il merito e confonde sistematicamente l’autorità formale con l’autorevolezza sostanziale.
Abbiamo interiorizzato l’idea aberrante che la validità di un concetto dipenda dal grado di chi lo pronuncia, avallando un principio di autorità che atrofizza il senso critico.
Io, invece, preferisco disinnescare subito questa aspettativa. Guardo la platea, lascio decantare il silenzio qualche istante e mi presento con una frase precisa, invariata da (ormai) un decennio e mezzo:
“Chi sono poco importa, perché sono quello che comunico.”
È un approccio che inizialmente spiazza, crea attimi di smarrimento visibile sui volti di chi si aspettava la rassicurazione del “guru” di turno, ma serve a stabilire una regola d’ingaggio fondamentale. Il patto formativo che propongo non si basa sulla reverenza. Dico loro: non credetemi per il peso della mia biografia ma valutatemi esclusivamente per la solidità, la logica e la coerenza delle mie parole. Vi sto chiedendo uno sforzo maggiore: vi sto chiedendo di ascoltare attivamente, di smontare i miei concetti, di sfidarli, senza potervi adagiare sulla comoda scusa del “lo dice il docente”.
Per molto tempo, la scelta di utilizzare online il nickname Insopportabile ha subito una lettura estremamente superficiale, quasi banale. Non veniva interpretato come un esercizio di libertà, sperimentazione comunicativa o ritorno all’essenza originaria della rete, quando non eravamo profili verificati spuntati di blu, ma pure intelligenze connesse che dialogavano nel buio luminoso dei monitor a tubo catodico. Al contrario, il nickname veniva tacciato di essere il comodo rifugio di chi non ha coraggio. Era visto come il tentativo infantile di nascondersi dietro un anonimato per sottrarsi alle proprie responsabilità, l’espediente del vigliacco per scagliare pietre nascondendo la mano.
Il fine reale, però, era l’esatto opposto.
Usare un alter ego digitale non serviva a fuggire dal confronto, ma a potersi esprimere in purezza, creando uno spazio di dialogo reale, decontaminato dalle scorie della percezione fisica. Permetteva di far viaggiare le idee disincarnate, separate dal corpo biologico, senza rischiare di condizionare chi leggeva con i filtri cognitivi che tutti noi (volenti o nolenti, per cultura, istinto o più prevedibile pigrizia mentale) applichiamo quotidianamente a chiunque ci capiti a tiro.
I pregiudizi sono inevitabili; il nostro cervello è una macchina progettata per risparmiare energia e lo fa categorizzando le persone in base a segnali visivi o anagrafici immediati. Derivano dall’aspetto fisico, dall’età, dal genere, dall’estrazione sociale, dal modo di vestire.
Pensateci con brutale onestà: se sei troppo giovane e proponi un’idea radicale, vieni etichettato istantaneamente come inesperto, velleitario e presuntuoso; se hai i capelli bianchi e muovi una critica al sistema tecnologico, sei considerato superato, un passatista incapace di comprendere la grammatica del presente. Se sei donna, un tono incisivo e assertivo viene ancora troppo spesso declassato a isteria o acidità; se sei uomo, quello stesso identico tono viene celebrato come leadership e polso fermo. Il tuo accento geografico, la marca della camicia che indossi, l’atteggiamento, il quartiere da cui provieni, persino la forma del tuo viso: tutto diventa un elemento di distrazione fatale che si frappone tra il tuo pensiero e chi lo riceve.
Affidare il proprio pensiero a un nome di fantasia non era una fuga, ma un’imposizione. Costringeva l’interlocutore a un esercizio faticoso ma intellettualmente onesto: valutare esclusivamente il contenuto, dimenticandosi del contenitore. Il nickname non era un muro costruito per difendermi dagli attacchi, era una lente perfettamente pulita offerta agli altri per leggere meglio il testo. Se il testo era debole, crollava sotto il suo stesso peso; se era forte, resisteva, ma in entrambi i casi il giudizio riguardava l’architettura logica, non la faccia di chi l’aveva costruita. È lo stesso identico meccanismo narrativo e psicologico che ha reso potentissima, su scala mondiale, l’operazione letteraria di Elena Ferrante: tolto di mezzo l’autore con le sue interviste, i suoi salotti televisivi e le sue nevrosi pubbliche, resta solo la potenza cruda dell’opera. Il vuoto lasciato dall’identità mancante viene riempito dalla proiezione del lettore, che entra nel testo senza inciampare nell’ingombro dell’ego autoriale.
L’accanimento mediatico e sociale che oggi porta una parte della stampa e dell’opinione pubblica a voler svelare a tutti i costi l’identità di Banksy è profondamente sbagliato, miope e dannoso esattamente per il medesimo motivo.
Scoprire il nome all’anagrafe, analizzare i registri catastali per trovargli la casa, sbirciare il suo conto in banca o pubblicare le foto rubate e sgranate del presunto volto dell’artista non rappresenta una conquista democratica per il pubblico. Non è giornalismo d’inchiesta che smaschera un potente abusivo. E di certo non aggiunge una singola virgola di senso al valore o alla comprensione della sua arte. Rappresenta solo la distruzione sistematica, quasi vandalica, di uno spazio neutro faticosamente costruito in decenni di lavoro notturno e clandestino.
Il lavoro di Banksy ha un impatto così dirompente, globale e trasversale proprio grazie all’assenza di una figura fisica attaccabile e misurabile con i parametri borghesi del successo. Lui non è un cittadino britannico di mezza età con un codice fiscale e una residenza fiscale; è un’idea, uno spettro che si aggira per le metropoli, uno specchio spietato in cui le nevrosi, le ipocrisie e le contraddizioni insanguinate della società occidentale si riflettono. Quando guardi una bambina che perquisisce un soldato armato stampigliata su un muro di Betlemme, il fatto di non sapere chi ha tenuto in mano la bomboletta rende quel gesto universale. Se sapessimo che a farlo è stato un ricco artista bianco di Bristol, il nostro cinismo intellettuale inizierebbe immediatamente a sezionare le sue motivazioni, accusandolo di appropriazione culturale o di radical chic, depotenziando del tutto il messaggio visivo.
Rimuovere quell’anonimato per assecondare la morbosa fame di “verità” dei tabloid non restituisce profondità all’opera, ma la banalizza in modo irreversibile, riportandola dentro i recinti rassicuranti e ordinari del gossip. Noi sentiamo l’urgenza quasi paranoica di dare un volto al genio o al provocatore solo per poterlo incasellare, per disinnescarne il potenziale sovversivo. Ciò che non ha volto ci spaventa perché sfugge al nostro controllo. Smascherare l’artista non serve a comprenderlo meglio, serve a ricondurre l’eccezionale alla nostra normalità rassicurante, per potergli fare i conti in tasca, per poterlo criticare se va in vacanza in un posto costoso e, in definitiva, per sentirci noi meno inadeguati e mediocri di fronte al suo immenso talento. La società contemporanea, imbevuta di logiche televisive e social, non tollera il mistero. Esige che tutto sia illuminato a giorno, scarnificato, messo su un banco di macelleria a disposizione del voyeurismo di massa.
In questo scenario di sorveglianza totale e di auto-esibizionismo volontario, ognuno di noi deve mantenere saldo, difendere con le unghie e rivendicare come inalienabile il diritto di vivere la propria identità nei termini che preferisce. Dobbiamo avere il diritto di scegliere liberamente come performare la vita e con quale vestito attraversare la piazza pubblica, fisica o digitale che sia. Abbiamo colpevolmente interiorizzato l’idea distopica che la trasparenza totale sia un valore etico assoluto, arrivando a credere alla retorica poliziesca di chi sostiene che “chi non ha nulla da nascondere non deve temere nulla”.
Non è così. Il diritto alla privacy, il diritto all’opacità, non serve a nascondere dei crimini; serve a proteggere l’intimità del pensiero in via di sviluppo, le fragilità, le ambiguità necessarie all’evoluzione umana. Il vero inganno della modernità digitale non è indossare una maschera teatrale o utilizzare un nickname su un forum; il vero, tragico inganno è credere ciecamente che una scansione della carta d’identità, un codice fiscale, una spunta blu acquistata a otto dollari o una foto profilo accuratamente filtrata raccontino la verità assoluta su chi siamo.
Siamo creature complesse, frammentate e stratificate e l’identità non è un monolite scolpito nel marmo al momento della nascita ma un processo fluido. Decidere quanto, come e cosa mostrare di sé a una platea di sconosciuto è lontano dall’essere un atto di codardia o di falsità. Più naturalmente risulta la fisiologica e sacrosanta gestione del proprio perimetro personale, psicologico ed emotivo. Tutti noi, da quando l’uomo ha sviluppato la socialità complessa, recitiamo delle parti: indossiamo una maschera sul posto di lavoro, ne usiamo un’altra diversa durante i pranzi in famiglia, un’altra ancora quando siamo al bar con gli amici di vecchia data. È il fondamento della convivenza civile teorizzato dai più grandi sociologi del Novecento. Il mondo digitale ci offre semplicemente un palcoscenico in più, con regole di ingaggio diverse, dove possiamo scegliere di sfilare il corpo e far parlare solo il cervello.
Pretendere di strappare via quel vestito a tutti i costi, esigere la coincidenza forzata tra l’anagrafe e la voce, non è una legittima e nobile ricerca di onestà intellettuale. È un atto profondamente invadente che sconfina nella prevaricazione e nella vera e propria violenza relazionale. Chi pretende di vederti nudo contro la tua esplicita volontà, chi spende energie per smascherare un artista, non sta affatto cercando di conoscerti meglio o di stabilire una connessione umana più autentica. Non c’è alcuna empatia in questo gesto.
Sta semplicemente esercitando una forma di potere brutale, affermando il proprio dominio attraverso la sottrazione del tuo pudore. Sta calpestando con arroganza il tuo diritto fondamentale di tracciare una linea di confine, il diritto inalienabile di scegliere sovranamente cosa trattenere nell’ombra protettiva del tuo privato e cosa consegnare, come dono consapevole e volontario, al mondo intero.
Perché l’identità che doniamo agli altri ha valore solo se siamo noi a sceglierne le condizioni di consegna.
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