Credo di non aver mai visto un Sanremo con un livello medio così insufficiente ma è l’espressione coerente di un periodo di produzione artistica tanto scadente quanto supponente e sguaiato.
L’Ariston non rappresenta l’interezza della musica italiana, non lo è mai stato, sia chiaro, ma la deriva che stiamo vivendo è evidente a prescindere dall’evidenziatore sanremese. Il Festival, in fondo, è solo la vetrina più illuminata di un negozio che ha smesso di vendere buon artigianato insieme anche a paccottiglia per spacciare invece quasi solo plastica inquinante a basso costo.
La musica, e la forma canzone in particolare, è sparita via lentamente passando dall’essere arte e spettacolo all’essere puro intrattenimento, dove l’arte è relegata al ruolo di sbiadita comparsa. Oggi, per essere definiti artisti, il prerequisito non è avere un’urgenza espressiva, ma possedere un pubblico preesistente, una “fanbase” da monetizzare rapidamente. La chiave per generare hype non risiede più in un faticoso e lungo percorso di ricerca, nello studio o nella costruzione di un’identità solida. Si affida tutto ai mezzucci dell’intrattenimento usa e getta, aggravati dalla dittatura dei social network: veri e propri tritacarne di attenzione e piallatori di identità. Si baratta la costruzione di una poetica con la viralità di un frame da quindici secondi o l’eco di una polemica costruita a tavolino.
In questo ecosistema, complici le case discografiche trasformate in agenzie di marketing, i manager, i programmatori radiofonici, le playlist algoritmiche di Spotify e la solita compagnia di giro delle ospitate e dei finti concerti sold out, il processo creativo si è capovolto. Si scrivono canzoni assemblando ciò che i dati dicono che il pubblico vuole ascoltare. Non si scrive per imporre una visione del mondo laterale, ruvida o non mainstream. I cantanti sono diventati poco più che impiegati dello spettacolo, ovviamente griffati da capo a piedi per garantire il posizionamento dei brand.
È complicato destreggiarsi tra brani che pongono come traguardo massimo l’essere unicamente “orecchiabili”, progettati per non disturbare il rumore di fondo delle nostre giornate. I testi, quando va bene, sembrano componimenti di terza elementare o un florilegio di banalità in rima baciata. La questione vocale non la cito di proposito perché oggi è un dettaglio secondario. Passa in secondo piano rispetto alla totale assenza di scrittura, al peso specifico mancante delle parole e alla capacità interpretativa. Manca il coraggio in un sistema anestetizzato che premia il prodotto da streaming, l’ingranaggio perfetto di una macchina tarata per ammiccare con piacioneria. Sul palco non salgono artisti, ma scontrini ambulanti, risultati di un piano aziendale, non di un progetto culturale (e personale). Il talento è diventato un accessorio opzionale, e questo è il risultato più devastante di decenni di discesa libera.
Non sto generalizzando, non tutti sono così, ci sono artisti che sommersi dal rumore lavorano coerentemente con la loro visione anche se con difficoltà nell’emergere e spesso anche nel capire se non sono loro quelli sbagliati a intestardirsi in una direzione ostinata e contraria.
Eppure, in tutto questo, l’assoluzione per noi stessi non è prevista. Perché la colpa non è di Sanremo, né dei colossi dello streaming o di questi artisti confusi mandati al massacro ma nostra. Ci siamo impigriti, assuefatti a contenuti predigeriti, semplici, immediati. Preferiamo consumare avidamente i meme nelle stories di Instagram anziché prenderci il tempo di ascoltare storie vere. Non vogliamo più fare la fatica di decodificare un messaggio, di farlo sbattere contro il nostro vissuto per lasciarlo sedimentare e crescere dentro di noi.
Amare la musica non significa usarla come tappeto sonoro in palestra o mentre si scorre un feed. Renderla parte della vita è un atto di partecipazione emotiva. Leggere un libro permette di incarnare vite immaginate da autori visionari; la musica permette di sognarle in dimensioni inesplorate. Ma noi abbiamo smesso di sognare attraverso le canzoni. Ci accontentiamo di un battito ritmico che ci riempie le orecchie senza mai sfiorare la testa.
In questo scenario, il terrore per l’Intelligenza Artificiale che minaccia di appiattire la creatività musicale è grottesco. È un falso problema, l’alibi per un’industria già meccanizzata. Ci spaventa l’idea di un software che genera canzoni senz’anima in serie, ma è la prassi che gli autori umani seguono da anni, esecutori di formule studiate per assecondare le logiche di TikTok.
Se l’IA prenderà il sopravvento, spazzerà via semplicemente questi assemblatori di rime baciate, rendendo palese l’inutilità di una filiera costruita sul nulla. E forse sarà un bene: costringerà chi vuole definirsi artista a fare ciò che un algoritmo non sa replicare, ovvero affrontare l’imprevisto e tradurre l’imperfezione umana in una visione autentica.
Fino a quel momento, prendercela con le macchine (o con Sanremo) è solo un modo per non guardare in faccia il nostro vuoto.
Ed è un amaro, amarissimo declino.
