Oggi sono stato a teatro per vedere uno spettacolo che non è stata la solita passerella di rito dove le istituzioni si parlano addosso ma ad assistere allo smontaggio piacevolmente sistematico di una delle più grandi bugie del nostro tempo: l’identità come entità granitica e immobile. Quella che usiamo come scudo, quella del “prima noi”, quella che ci fa sentire puri in un mondo di corrotti e invasori e ci invita alla ricerca ossessiva di un nemico “straniero”.

L’evento è stato Cucine di Confine e il vero confine che è saltato non è stato quello geografico ma quello mentale. È stato un piacevole confronto su chi siamo e, soprattutto, su chi stiamo diventando mentre siamo troppo impegnati a guardare indietro e a interrogarci sul chi saremmo.
E tutto questo è avvenuto dentro il Palazzo di Città, il Teatro Civico di Sassari e questo non è un dettaglio logistico ma sostanza politica pura. Lalla Careddu, Assessora alle Politiche Sociali, non ha convocato questo incontro in un centro sociale di periferia, in una palestra scolastica scrostata o in una saletta sfigata nascosta agli occhi dei più, come spesso si fa quando si parla di “sociale” (perché il sociale, si sa, deve essere un po’ dimesso).
Lo ha fatto nel “salotto buono”, nel cuore pulsante dei Candelieri, tempio laico della sassaresità storica, sotto quegli stucchi che hanno visto passare la borghesia cittadina per secoli.
E il messaggio ricevuto è stato di grande impatto: i “nuovi cittadini” non sono un’emergenza da nascondere nel retrobottega o da gestire con discrezione lontano dal centro. Oggi sono al centro della scena con l’intenzione di farli diventare parte integrante della polis.
Se il Comune apre il suo palazzo più simbolico per parlare di integrazione (una parola che la stessa Assessora ha definito con onestà “consunta”, ormai logora se non riempita di fatti), significa che forse la narrazione sta cambiando e non stiamo più parlando di loro come ospiti temporanei da tollerare in attesa che se ne vadano, ma di noi come comunità complessa che si ridefinisce. Aver portato queste storie al Teatro Civico conferisce loro una dignità istituzionale che vale più di mille atti: un primo passo per un futuro di Sassari che passa inevitabilmente anche da qui e non dai muri che spesso alziamo.
Poi è entrato in scena Giovanni Fancello, magnifico e raffinato gastronomo, storico e cuoco (non chef!) che quando parla non fa prigionieri. Ci ha rammentato una verità che fa male ai puristi del “Made in Italy” e ai nuovi fanboy della cucina italiana patrimonio dell’Unesco: la cucina italiana è un’invenzione politica del 1909.

Prima di allora, eravamo solo un arcipelago di fame e ricette sparse e Pellegrino Artusi, nel suo celebre manuale del 1891, addirittura ignorò completamente la Sardegna. Per l’Italia gastronomica noi non esistevamo; siamo stati “cooptati” nel canone nazionale solo quando serviva fare numero, per una precisa volontà politica di unificazione.
Ma l’affondo vero, quello che smonta la retorica dell’autarchia, è sugli ingredienti che consideriamo sacri. Fancello ha preso i nostri miti e li ha decostruiti uno per uno:
Il Caffè: Ci svegliamo la mattina, beviamo un espresso e ci sentiamo orgogliosamente occidentali, italiani, europei. Ma quel caffè viene dallo Yemen e dall’Eritrea. Ha viaggiato per secoli sulle carovane del deserto, si è fermato a Costantinopoli (l’odierna Istanbul) dove ha creato i primi spazi di socialità, ed è sbarcato a Venezia solo nel 1615. Per decenni è stato bollato come la “bevanda del diavolo”, guardato con sospetto dalla Chiesa, finché non è stato “sdoganato” perché troppo buono per lasciarlo agli infedeli. La nostra colazione identitaria è, di fatto, un rito che parla arabo.
Lo Zucchero: Originario dell’India, descritto dai generali di Alessandro Magno con stupore come “miele senza api”, rimasto per secoli una medicina per ricchi prima di diventare il vizio quotidiano di tutti.
E poi affronta la Melanzana alla Sassarese (un vero cortocircuito), il monumento e totem intoccabile parte della “tradizione” e identità e che invece la sua storia ci racconta altro. Fancello ci ha ricordato che la melanzana (Solanum melongena) è un’immigrata di lungo corso. Originaria dell’India, dove è stata addomesticata, ha viaggiato fino a noi portata dagli Arabi nel Medioevo (da cui il nome badinjian). Per secoli in Europa è stata chiamata “mela insana”. Si credeva portasse la pazzia, la lebbra, la morte. I nostri antenati la guardavano con terrore e oggi invece è la bandiera dell’identità cittadina. Com’è successo? Semplice: un ingrediente straniero, indiano di nascita e arabo di adozione, temuto e “diverso”, è arrivato, si è adattato, ed è diventato il re della festa.
È la metafora perfetta: se si accetta che un piatto simbolo sia un immigrato asiatico sospettato e riabilitato, perché non riusciamo a fare lo stesso con le persone?
O anche Su Filindeu, il totem della sacralità barbaricina, il piatto mistico che ha radici che portano lontano: la tecnica dei fili di pasta deriva dal Laganon greco, passa per il mondo arabo e diventa Fideos in Spagna. La Sardegna non ha inventato dal nulla, ha conservato e fatto diventare identità una tecnica internazionale che altrove si è persa.
Una morale spicciola e anche palese è che a tavola cade la diffidenza ed è lì che il progetto LGNET3 ha giocato una delle sue carte vincenti. Quando lo chef Luca Frau racconta dei laboratori con Sokna (Senegal), Inda (Marocco) o Lino (Filippine), non parla di tecnica culinaria o di dosaggi ma di comprensione immediata perché il cibo è una lingua universale che bypassa la corteccia cerebrale e parla direttamente alla pancia (decisamente) e al cuore. È lì che si costruisce la cittadinanza, molto prima che all’anagrafe o in questura.
Ma attenzione a non cadere nel romanticismo da cartolina: questi laboratori non sono hobby per passare il tempo o per giustificare docenti e finanziamenti ma percorsi di professionalizzazione.
C’è un dettaglio emerso che mi ha colpito: Sokna che racconta ironicamente di essersi fatta chiamare “Sonia” perché per i sassaresi era troppo difficile pronunciare il suo nome. Abbiamo sorriso ma dietro quella risata c’è lo sforzo enorme di adattamento, la volontà di esserci, di lavorare, di essere accettati e di rendersi parte attiva cancellando un pezzo di sé per venirci incontro.

Qui sta il punto cruciale, quello che mi preme sottolineare da docente, da osservatore ma soprattutto da cittadino a volte un po’ distratto. Siamo abituati (bombardati dai media) a narrare l’arrivo dello straniero esclusivamente con il lessico della paura, dell’invasione, dell’emergenza sociale.
I dati snocciolati dall’Assessora Careddu dicono qualcosa di diverso e incrinano i nostri pregiudizi: a Sassari risiedono infatti 6.483 cittadini stranieri di 118 nazionalità. La prima comunità è quella Senegalese quasi raggiunta dalla comunità Rumena e le imprese straniere in città resistono mediamente oltre 10 anni, molto più di tante start-up nostrane che bruciano finanziamenti in sei mesi. In quello che Careddu ha definito poeticamente e tragicamente il “deserto delle nascite”, queste persone sono ossigeno puro per la nostra demografia e la nostra economia (91 milioni di euro di rimesse solo dalla Sardegna).


Eppure, il dato numerico non basta se non cambia l’approccio emotivo e lo spiega bene Antonello Spanu della Caritas che nel suo intervento ha detto una cosa potente: “Basta chiamarli utenti”. L’utente è un numero burocratico, un fascicolo, un ticket, un problema da smaltire allo sportello.
Chiamiamoli “fratelli” e non per un generico e buonismo cattolico o per una spolverata di zucchero spirituale ma per una precisa strategia operativa. Se tratti l’altro come un disperato, crei dipendenza e assistenzialismo eterno se lo tratti come un pari, come un fratello, attivi le sue risorse, la sua dignità, la sua voglia di fare, la sua responsabilità.
L’obiettivo dichiarato? “Diventare inutili”. Il successo dell’accoglienza è quando l’assistente sociale non serve più perché la persona ha una casa e un lavoro.
L’identità quindi non è un recinto da difendere armati fino ai denti, è un fiume che cambia, accoglie affluenti, si ingrossa, diventa più navigabile. Chiudersi a riccio, difendere una purezza che (come abbiamo visto anche con la melanzana alla sassarese) non è mai esistita, significa morire di vecchiaia in una stanza vuota, convinti di essere “puri”, ma terribilmente soli.
La convivialità finale della degustazione delle ricette cucinate dai cuochi stranieri, il loro orgoglio nel descrivere il piatto del ricordo, della loro terra che non vedono da tempo ma portano nell’anima, del conoscersi per il semplice piacere della relazione umana, del sentirsi parte di una comunità di interessi per costruire insieme anche la propria identità.

Perché siamo stratificazioni, contaminazioni, storie sovrapposte, non solo somma di conoscenze storicizzate.
E io preferisco sedermi a tavola, mangiare una Tajine marocchina che sa (anche) di nuova Sardegna insieme alle persone e alla loro storie per provare a conoscere un futuro con un sapore molto più interessante, complesso e speziato del passato.

Grazie a chi ha immaginato e organizzato questo bellissimo incontro.
