Oggi il cielo sopra la Sardegna è di nuovo di quel grigio plumbeo che conosciamo fin troppo bene per un recente passato che ci ha fatto soffrire.

E inevitabilmente, mentre guardo fuori dalla finestra, la mente torna indietro al 18 novembre 2013. Sono passati oltre dodici anni da quelle ore che hanno cambiato per sempre la mia percezione della rete e, forse, quella di molti sardi.

Allora eravamo pionieri in un mondo di relazioni digitali che sembravano la soluzione a tanto, forse romanticamente a tutto. Le istituzioni purtroppo tacevano, paralizzate dalla burocrazia o dall’inadeguatezza, mentre il maltempo presentava un conto inaccettabile e salato. Twitter non era ancora la piazza delle urla che è diventato poi, ma un vero telegrafo di salvezza: in quella occasione e grazie a un gruppo di pionieri della comunicazione di emergenza vide la luce #allertameteoSAR che provò a disciplinare il caos informativo insieme a Facebook, che non era solo la decadente vetrina odierna ma una bacheca operativa per esperimenti come gli Angeli del Fango.

Ricordo la rabbia e l’adrenalina di quei giorni. Ricordo soprattutto il pensiero fisso di quel poliziotto che, se avesse avuto l’informazione giusta in tempo reale, probabilmente non avrebbe attraversato quel ponte. Lì capimmo una cosa fondamentale: la comunicazione in emergenza non è un optional ma un vero e proprio dispositivo salvavita.

Ma cosa è cambiato da allora a oggi?

Lo scenario è tecnicamente opposto, ma umanamente identico. Non viviamo (per fortuna) più nel deserto informativo ma al contrario in una sovraesposizione di dati. Abbiamo le app della Protezione Civile, i sistemi di IT-Alert che fanno suonare i cellulari come sirene antiaeree, i canali Telegram ufficiali e ufficiosi, le intelligenze artificiali che modellano previsioni, i canali informativi social e dedicati che ci sommergono di dati.

La macchina, sulla carta, esiste e funziona ma la sensazione di fragilità è rimasta intatta. Perché? Perché al silenzio del 2013 si è sostituito il rumore.

Il clickbait sui titoli meteo (“Bomba d’acqua apocalittica!”), la viralità dell’idiozia, la condivisione compulsiva di video vecchi spacciati per attuali.

Undici anni fa scrivevo che la bussola doveva essere una sola: essere utili. Nel 2013, essere utili significava trovare e diffondere informazioni che non c’erano. Nel 2026, essere utili significa filtrare.

Significa avere la disciplina di non condividere se non si è certi. Significa spegnere il rumore per far passare il segnale. Significa aiutare il vicino di casa che non sa leggere l’app, o spiegare che un codice giallo non significa “liberi tutti” e un codice rosso non serve per fare video su TikTok argini in piena.

La tecnologia è cambiata, noi siamo diventati esseri “aumentati” dai nostri device, ma l’inerzia verso un consumo imbecille del nostro territorio non si è fermata. La Sardegna (e non solo la nostra isola) resta fragile. E fragile è soprattutto la nostra attenzione.

Quella lezione pagata a caro prezzo nel 2013, con vite umane e ferite alla terra, non deve diventare retorica da anniversario.

Se quello che facciamo oggi sui social aggiunge valore, calma e chiarezza al contesto in cui viviamo, allora stiamo onorando quel ricordo e facendo il nostro dovere civile. Se stiamo solo aggiungendo ansia o confusione per un pugno di like, siamo parte del problema, non della soluzione.

Oggi come allora, guardiamo il cielo, ma teniamo i piedi per terra e la testa collegata. Pratichiamo l’utilità, difendiamola, contagiamo gli altri perché è l’unico vero riparo che abbiamo costruito in questi dodici anni.

State al sicuro, vi prego.


5 regole d’oro per l’igiene digitale durante un’allerta meteo.

Come essere utili (e non dannosi) in emergenza.

Nel 2013 il problema era il silenzio. Nel 2026 il problema è il rumore. Oggi siamo tutti media center ambulanti, ma senza una redazione che controlla le fonti. In emergenza, un post sbagliato intasa le linee, crea panico ingiustificato o, peggio, nasconde una vera richiesta d’aiuto.

Ecco le 5 semplici regole:

1. La Regola del “Datario” (No al Zombie-Content)

Prima di condividere quel video impressionante di un fiume in piena o di un ponte crollato, verifica la data. Spesso, durante le allerte, tornano virali video di alluvioni passate (2013, 2020). Condividere un video vecchio spacciandolo per attuale non è cronaca: è procurato allarme.

  • Azione: Se non sai chi ha girato il video e quando esattamente (giorno e ora), non condividere.

2. Geolocalizzazione o Morte (del post)

Scrivere “La Sardegna è sott’acqua” non serve a nulla. Scrivere “Piove forte” è inutile. L’informazione utile deve essere chirurgica.

  • Azione: Segui questo formato: [DOVE ESATTAMENTE] + [COSA VEDI] + [ORA].
    • Esempio Utile: “Olbia, Via Roma angolo Via Redipuglia. Tombini saltati, 20cm d’acqua. Ore 10:15.”
    • Esempio Inutile: “Aiuto, qui disastro!!1!”

3. Il Silenzio è un’Infrastruttura

Se non hai informazioni dirette, verificate e urgenti, il miglior contributo che puoi dare alla comunità è tacere. Ogni post inutile ruba attenzione a un post vitale. Gli algoritmi premiano l’emotività, non l’utilità. Non alimentare la bestia.

  • Azione: Usa i social per leggere le fonti ufficiali, non per esprimere la tua ansia. Per l’ansia chiama un amico, non intasare l’hashtag, le conversazione o i canali di emergenza.

4. Le Fonti non si pesano, si contano (e sono poche)

In emergenza la democrazia delle opinioni è sospesa. Vale la gerarchia della competenza.

  • Azione: Fidati e rilancia solo:
    • Protezione Civile (Regionale/Nazionale/Comunale).
    • Sindaci e Comuni (Canali ufficiali).
    • Vigili del Fuoco / Forze dell’Ordine.
    • Arpas / MeteoAM (Aeronautica).
    • Evita i siti “acchiappaclick” che usano titoli catastrofici (“Bomba d’acqua imminente!!”) per vendere banner pubblicitari.

5. Il panico non è una strategia

L’uso delle MAIUSCOLE, dei mille punti esclamativi (!!!!!!) e di termini apocalittici genera ansia, e l’ansia fa prendere decisioni stupide (come andare a prendere l’auto per spostarla mentre l’acqua sale).

  • Azione: Scrivi in modo calmo, asciutto. Sii “freddo” nella forma per essere “caldo” nell’aiuto.

Nota a margine per il 2026: Attenzione alle immagini generate o migliorate dall’IA. Se una foto sembra “troppo cinematografica” per essere vera, probabilmente è finta. Nel dubbio, astenersi.

Ricorda: Il tuo profilo social, durante un’allerta, smette di essere il tuo diario personale e diventa un pezzo di servizio pubblico. Trattalo con rispetto.


Se vuoi approfondire puoi leggere La storia di AllertameteoSAR

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insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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