Partiamo da un dato di fatto: siamo sfiniti e anche un po’ avviliti di questo ecosistema digitale. Chi scrive e crea contenuti o chi fa divulgazione sui social tradizionali oggi si sente come chi cerca di fare una conferenza in una discoteca: c’è rumore, la soglia di attenzione è di tre secondi e, soprattutto, c’è un buttafuori capriccioso (l’algoritmo) che decide se far passare la tua voce o lasciarla fuori.
Io non ho mai avuto una newsletter ma ho deciso di aprire questo canale (che non è solo una newsletter, poi vedremo) non per abbandonare il resto, ma per provare a costruire qualcosa di diverso (e presto anche con una sorpresa riguardo la mia passione per il cibo). E se oggi ti senti stretto nei formati attuali, forse questa mini guida serve anche a te.
1. Cos’è davvero Substack (oltre l’hype) Molti pensano sia solo una piattaforma di invio mail. Sbagliato. È un ibrido tecnico molto intelligente:
- È una newsletter: quello che scrivo ti arriva dritto nella casella email. Niente intermediari.
- È un blog: i contenuti restano online, indicizzati e consultabili sempre.
- È una community: ha strumenti sociali (come i commenti o la sezione Notes) pensati per la discussione.
2. L’illusione del “Social Buono” e il rifugio della Newsletter Sia chiaro che non è una novità, non siamo ingenui. Abbiamo visto infatti questa parabola decine di volte e ogni nuovo social network all’inizio sembra un circolo di gentiluomini: toni pacati, gente interessante, feed pulito. Poi arrivano i grandi numeri, la massa, e inevitabilmente l’ambiente si degrada o l’algoritmo cambia per favorire la rissa e il click facile. Succederà anche a Notes (la funzione social interna di Substack)? Probabilmente sì, è la fisiologia delle piattaforme.
Ma qui sta la vera differenza strategica: se anche la piazza pubblica dovesse degradarsi, la Newsletter rimane. La casella di posta è uno spazio privato, protetto, blindato. Lì dentro la community resta al sicuro, in un rapporto uno a uno, al riparo dal rumore esterno e dalle mode del momento. Substack è l’unico posto dove costruisci una relazione che sopravvive al declino della piattaforma stessa.
3. Perché io sono sul blog (La strategia della “Casa”) Per me la distinzione è netta:
- Il mio Blog resta la mia casa. È l’archivio, la proprietà privata, dove risiedono i contenuti strutturati.
- I Social (X, Instagram, LinkedIn, ecc.) sono i satelliti. Servono a intercettare l’attenzione, ma sono volatili.
- Substack è il salotto. È il luogo della relazione. È dove porto i contenuti ragionati che sui social verrebbero penalizzati perché “troppo lunghi” o “poco virali”. Qui non devo ballare per farmi vedere, devo solo scrivere cose che abbiano senso.
4. Il vero asset: La Lista e la Libertà C’è un aspetto tecnico fondamentale che spesso facciamo finta di ignorare: la proprietà dei dati. Su Instagram, Facebook e similari i tuoi contatti sono loro e se chiudono il tuo profilo, perdi tutto. Su Substack, la lista degli iscritti è tua. Scarichi un file .csv e te ne vai altrove quando vuoi. E la gestione (iscrizioni, cancellazioni, eventuale monetizzazione) è automatica. Nessuna burocrazia tecnica, solo focus sui contenuti.
5. Non solo parole: Podcast e Video (senza “balletti”) C’è un altro equivoco enorme: si crede che Substack sia solo per chi scrive colti papiri. Ecco, non è così: la piattaforma è un media center completo:
- Podcast: Puoi caricare i tuoi audio direttamente qui. Substack genera il feed RSS per distribuirli su Spotify e Apple Podcast, ma con un vantaggio enorme: l’episodio arriva via email. La gente preme “play” direttamente dalla posta, senza dover cambiare app.
- Video: Non parlo dei video verticali frenetici di 15 secondi. Qui carichi video lunghi, lezioni, documentari. Niente pubblicità pre-roll, niente distrazioni laterali. È l’alternativa per chi vuole fare voce e video, ma si è stancato della dittatura della viralità a tutti i costi.
6. Perché è importante esserci adesso Non è una moda passeggera. I numeri parlano di un esodo verso la qualità: oltre 35 milioni di abbonamenti attivi. Tanta gente è disposta a leggere, ascoltare e addirittura a pagare per avere contenuti curati, selezionati, che non siano clickbait. È un ritorno a un internet più “civile”, simile alla blogosfera degli anni d’oro, ma con la sicurezza della consegna via email.
7. Una nota per le Aziende (Smettete di pagare l’affitto) Se pensate che questo discorso valga solo per freelance o scrittori malinconici, state commettendo un errore strategico. Sui social, la “reach organica” per le pagine aziendali è praticamente morta: o paghi (ads) o non ti vede nessuno. State investendo budget per costruire case su terreni altrui. Substack (o comunque una newsletter proprietaria) è l’unico modo per un brand di smettere di affittare l’audience e iniziare a possederla. Una lista email di 10.000 clienti è un valore a bilancio. 10.000 follower su Instagram sono una vanity metric che può valere zero domani mattina.
8. Cosa scrivere? (Il segreto della Verticalità) Non serve essere tuttologi. Anzi, funziona meglio l’opposto. Una newsletter personale funziona quando intercetta un bisogno specifico degli altri su cui tu hai una passione reale. Non devi parlare a “tutti”. Devi parlare a quei pochi che amano ciò che ami tu e del quale hai qualcosa di interessante da dire. Che sia “trekking in Sardegna”, “storia dell’arte medievale” o “gestione dello stress per avvocati”, l’importante è essere verticali. È l’incrocio tra ciò che sai fare, ciò che ti piace e ciò che serve a qualcun altro.
9. La trappola del Successo (Numeri vs Valore) Togliti subito l’ansia da prestazione: non è necessario avere i numeri delle influencer. Per una newsletter personale, il successo non si misura in migliaia di iscritti o nel fatturato immediato. Il successo è la qualità dello scambio. Una community di 50 persone che ti leggono davvero, ti scrivono, ti stimano e con cui nascono opportunità (lavorative e umane) vale più di 50.000 follower muti. Il guadagno economico fa piacere, certo ma se è un progetto personale, non può essere l’unico scopo, altrimenti mollerai dopo tre mesi. Diverso è il discorso se lanci un progetto editoriale strutturato o commerciale: lì il fatturato è l’obiettivo, qui deve essere la piacevole conseguenza del valore che doni.
10. Nota pratica per i non addetti ai lavori (Niente panico) Se la tecnologia ti spaventa, sappi che è più facile di Facebook:
- È gratis: Per iscriverti alla mia lista (e a quella di molti altri) non serve la carta di credito. Basta inserire la mail. Esistono abbonamenti a pagamento, ma sono opzionali e chiaramente indicati.
- Non serve l’App (ma aiuta): Puoi leggere tutto comodamente dalla tua casella di posta elettronica (Gmail, Outlook, ecc.). Se però vuoi un’esperienza di lettura pulita, senza le distrazioni della posta in arrivo, l’App di Substack è fantastica e gratuita.
- Non è un matrimonio: C’è un tasto “unsubscribe” in fondo a ogni mail. Se ti stanchi, ti cancelli con un click. Nessun vincolo, niente procedure nascoste.
Se vuoi vedere come sto applicando tutto questo e cerchi un posto dove si parla di comunicazione, persone, marketing, territorio, cibo e anche cose interessanti senza urlare, mi trovi qui: https://substack.com/@insopportabile

