Non sono mai stato un genio e tantomeno un secchione.
Questa è la prima cosa che vorrei chiarire, perché spesso chi difende lo studio viene accusato di un certo aristocraticismo intellettuale, di quella puzza sotto il naso tipica di chi ha avuto la strada spianata. Non è il mio caso. Ho iniziato a leggere per piacere, questo sì. Ricordo ancora la sensazione della carta tra le dita quando ero solo un bambino a Cagliari, quella capacità quasi magica delle storie di portarmi altrove, lontano dal rumore della città o dal caldo pomeridiano. Ma lo studio, quello vero, è arrivato dopo.
È arrivato come una scelta di sofferta resistenza.
Ho studiato il giusto, ho preso la mia laurea in ingegneria civile da studente lavoratore con una fatica che ancora sento nelle ossa, ma con un’enorme soddisfazione. Quella laurea non è stata un pezzo di carta da incorniciare per vanità, ma il certificato di una battaglia vinta contro la distrazione, contro la voglia di mollare, contro la complessità di una materia che non ti regala nulla. Ancora oggi, ogni giorno, mi sveglio con la curiosità di chi vuole imparare. Nel lavoro non ho mai dato nulla per scontato. Quando entro in un ufficio, quando parlo a un convegno di marketing, quando mi sporco le scarpe in un cantiere, parlo con i miei studenti o mi relaziono con gli strumenti digitali, porto con me quella fame di capire come funzionano le cose.
Forse dipende dal carattere, forse dall’esempio silenzioso dei miei genitori che mi hanno insegnato che il valore di un uomo si misura dalla sua parola e dalla sua preparazione, o forse dalle scuole frequentate che, nonostante tutto, ci hanno costretto a fare i conti con la logica. Onestamente non lo so. Ma in questi complicati anni da studente, da studente-lavoratore e infine da professionista che non smette mai di formarsi, ho sempre avuto una convinzione incrollabile: che l’impegno, prima o poi, venisse comunque premiato.
Pensavo che la società, con tutte le sue storture, le corruzioni e le ingiustizie di una nazione giovane e spesso miope, avesse comunque un faro: chi merita perché dimostra di essere migliore ha il diritto di essere preferito a chi merita di meno. Era un patto sociale non scritto, ma fortissimo. Tu studi, tu ti prepari, tu fatichi, e in cambio la società ti riconosce uno spazio.
Oggi, però, quel patto è stato stracciato o meglio, umiliato .
Un processo iniziato decenni fa ha pian piano sgretolato questo sistema, sminuendo il valore dello studio e della formazione a vantaggio della popolarità istantanea, del denaro come unico metro di giudizio sociale e dell’apparenza più sfrenata. In questo contesto, aver studiato è diventato paradossalmente un segno di debolezza. Sembra che chi ha dedicato anni alla formazione non abbia compreso come gira il mondo, che abbia perduto stupidamente gli anni migliori della propria giovinezza nell’acquisire nozioni e metodo che oggi la società valuta come irrilevanti.
Siamo arrivati al paradosso per cui i titoli sono quasi una vergogna da nascondere. L’università viene dipinta come un divertimento per ricchi perditempo, i concorsi sono visti come inutili formalità e la competenza è diventata una colpa, un ostacolo alla “freschezza” di chi arriva e decide senza sapere. La furbizia è diventata sistema, supportata da una massa che non ha accesso o non vuole impegnarsi nei lunghi e faticosi percorsi di formazione.
In questo scenario è nata l’illusione tossica del “uno vale uno”. Un concetto che ha radici nobili se applicato alla dignità umana e ai diritti civili, ma che è stato violentato fino a diventare la scusa perfetta per abbattere ogni gerarchia di competenza.
Se “uno vale uno”, allora l’opinione di chiunque sulla stabilità di un ponte vale quanto quella di un ingegnere con trent’anni di esperienza. Se “uno vale uno”, la visione di un professionista del marketing è equiparabile all’intuizione del primo che passa.
Ma oggi siamo andati oltre. Siamo entrati nell’era della simulazione digitale. Con l’accesso illimitato alla conoscenza e l’avvento dell’intelligenza artificiale generativa, stiamo assistendo a un fenomeno inquietante: anche chi non ha mai aperto un libro, chi non ha mai masticato la fatica della sintesi, oggi può confezionare un pensiero che sembra profondo. Può produrre un’analisi che suona autorevole, un articolo che sembra scritto da un esperto o una strategia che appare solida.
L’AI permette agli ignoranti di fingere un’intelligenza che non possiedono.
Una intelligenza artificiosa che offre una maschera perfetta per saltare la fatica del pensiero critico. È il trionfo dell’algoritmo sulla coscienza.
Ma attenzione: l’AI non sta rendendo le persone più intelligenti, sta solo rendendo la loro incompetenza più difficile da scovare a prima vista.
È un gioco di specchi dove la profondità viene sostituita dalla velocità e la verità dalla verosimiglianza.
E qui che dobbiamo fermarci e guardare alla realtà, quella vera, quella che non si può simulare. Per farlo, io torno sempre al mio primo amore, a quella passione che mi ha insegnato più di molti manuali: il basket.
Sul parquet, l’“uno vale uno” non è mai esistito e non esisterà mai. Nel basket non puoi fingere. Non puoi chiedere a un’intelligenza artificiale di prendersi un rimbalzo d’attacco contro un avversario di due metri e dieci. Non puoi simulare la visione di gioco che ti permette di vedere un compagno libero prima ancora che lui sappia di esserlo. In campo, le gerarchie sono figlie del sudore e del talento coltivato con l’ossessione e la fatica.
Se mancano dieci secondi alla fine della partita e sei sotto di due punti, non dai la palla a chiunque “perché siamo tutti uguali”. Non la dai a chi sa raccontare meglio il basket o a chi ha più follower su Instagram. La dai a chi ha passato migliaia di ore in palestra a tirare fino a farsi sanguinare le mani. La dai a chi ha studiato gli schemi fino a memorizzarli nel sistema nervoso, a chi ha la competenza reale per gestire la pressione del respiro dell’avversario sul collo.
Il basket è la metafora perfetta del merito: la squadra vince solo se ognuno riconosce l’eccellenza dell’altro.
Una squadra dove “uno vale uno” è una squadra che perde, sempre. E la nostra società sta perdendo proprio per questo: perché abbiamo smesso di dare la palla a chi sa tirare, preferendo darla a chi urla più forte o a chi sa simulare meglio il talento.
E abbiamo smesso tristemente a giocare in squadra ma solo in sqadrismi.
Stiamo diventando la società del “secondo me”, dove ogni visione strategica può essere realizzata senza nessun percorso formativo e dove è sufficiente un ragionamento superficiale, farsi trasportare da una sensazione o da un sentito dire.
E gli sventurati che hanno studiato passano per livorosi che non sopportano un sistema che finalmente permette accesso a tutti senza “ingiustizie”.
Ma la vera ingiustizia è proprio questa: illudere le persone che la preparazione non serva, che la scorciatoia sia l’unica via e che la competenza sia un inutile orpello del passato.
Disgregare l’equilibrio tra ispirazione e azione, tra ricerca e pratica, ci sta portando a un declino inesorabile. Vediamo ogni giorno congiuntivi pericolanti che reggono ragionamenti ancora più fragili. Vediamo strade per il futuro disseminate di buche di logica perché chi dovrebbe progettarle non ha più il senso della responsabilità che deriva dalla conoscenza.
Tutto questo passerà, io ne sono convinto. Ci si renderà conto di quanto la formazione sia un valore salvifico e ci sveglieremo un giorno in un Paese di macerie sociali capendo che avevamo torto.
Capiremo finalmente che la competenza non era un modo per escludere gli altri, ma l’unico modo per proteggerli.
Quel giorno dovremo ricominciare dalle basi. Insegneremo di nuovo ai bambini a sognare con un libro in mano, spiegando loro che quel libro non è un peso, ma un’ala. Spiegheremo loro che l’impegno a scuola è l’unico strumento per non essere schiavi degli algoritmi e dei “sentito dire”.
Insegneremo loro che l’intelligenza artificiale è un alleato formidabile, quasi magico, ma solo per chi ha già una struttura mentale capace di governarlo perché altrimenti, rimane solo una protesi per un cervello che non ha mai imparato a camminare da solo.
Quel giorno dipende da noi.
Dipende da quanto, in questo momento di buio intellettuale, siamo capaci di non vergognarci di aver studiato. Dipende dalla nostra forza nel rivendicare il valore di quegli anni persi dietro esami difficili, di quelle ore passate a studiare di continuo anche quando il lavoro sembrava già acquisito.
Non fatevene una colpa. Siate orgogliosi della vostra fatica. Siate orgogliosi di saper distinguere un fatto da un’opinione, un canestro da un errore, una competenza da una maschera digitale.
Perché se smettiamo di crederci noi, se iniziamo a scusarci per quello che sappiamo, allora la colpa del disastro imminente sarà, inevitabilmente, anche nostra.
