Da qualche tempo quando entro su Substack ho una sensazione che ritrovo ricorsivamente quando mi approccio all’ennesimo nuovo social, nella transumanza digitale che ci accompagna ciclicamente.
Ma più lo frequento, più mi convinco che non sia un “nuovo social media per chi ama leggere”, ma una gigantesca, sterminata seduta di terapia di gruppo. Una specie di Alcolisti Anonimi per reduci dalla guerra dell’attenzione, per chi ha fatto overdose di scroll infinito e ora cerca un centro di riabilitazione.
Quando entri qui l’atmosfera è decisamente diversa: sembra di sedersi in cerchio su scarne sedie di metallo fredde, in uno scantinato silenzioso, lontano dal frastuono della festa perenne di Instagram o TikTok. Qui si parla sottovoce, con l’aria grave di chi sta affrontando un percorso.
“Ciao, sono Gianluigi, e sono vent’anni che faccio il mio show di parole sul social del momento e sono qui per disintossicarmi dal rumore di fondo e per ritrovare il senso delle relazioni digitali, quelle lente e che contano davvero.”
Ci raccontiamo questa storia bellissima: che lo facciamo per cercare una profondità, un po’ per il dialogo e le relazioni e per salvare la cultura dalla superficialità dell’algoritmo. Ed è vero (almeno in parte), dannatamente vero.
Ma se siamo brutalmente onesti con noi stessi, se grattiamo via quella patina di nobiltà intellettuale con cui rivestiamo le nostre newsletter, cosa troviamo sotto?
Troviamo la stessa, identica, antichissima pulsione che muoveva la ruota dei criceti digitali anche sugli altri social, solo vestita con un abito più sobrio. Sotto la voglia di “uscire dalla dipendenza”, pulsa ancora, fortissima e mai sopita, la dipendenza originaria. Quella dell’Io, quella voglia disperata di alzare la mano nel mezzo del cerchio, prendere la parola e sapere che tutti gli occhi sono puntati su di te.
Il sospetto, atroce, è che in questo cerchio siamo tutti scrittori e nessun lettore. Che mentre tu parli, io annuisca gravemente non per empatia, ma perché sto ripassando mentalmente il mio copione, aspettando solo il momento di performare la mia convalescenza.
E se la seduta si fa troppo lenta, c’è sempre l’uscita di sicurezza: un salto su Notes, il chioschetto di shot che hanno aperto proprio nell’atrio del centro di recupero. Un sorso veloce di dopamina e like rapidi, giusto per non perdere l’abitudine mentre giuriamo di voler smettere.
Ma c’è un dettaglio finale, il più prosaico, quello che teniamo nascosto sotto il tappeto logoro della sala riunioni.
Non vogliamo solo guarire, vogliamo fatturare la guarigione.
Alla fine della fiera, speriamo tutti che la nostra disintossicazione diventi un prodotto, che il racconto della nostra fuga dal rumore valga un abbonamento mensile. Siamo pazienti che cercano di farsi pagare il biglietto dagli altri malati per assistere al proprio spettacolo di sobrietà.
Vogliamo l’applauso, ma non ci basta il rumore delle mani. Vogliamo l’iniezione di dopamina che arriva dall’essere letti, capiti, e soprattutto riconosciuti (e retribuiti) come quelli intelligenti che hanno capito il gioco.
Siamo lì per cercare una connessione autentica, sì, ma siamo lì anche per gridare al mondo, nel modo più articolato e profittevole possibile: “Guardatemi, io esisto”.
E forse, queste due cose non sono poi così diverse.
