Mentre ascolto alluvioni di parole a reti unificate dove imbolsiti adulti tentano di spiegare le dinamiche di ragionamento di giovani vite tragicamente spezzate penso a come ero io a quella età, quando la soglia del pericolo era una cosa sconosciuta, quando scoprire i propri limiti era normale, da soli, con gli amici, con le ragazze, con il mondo così ostile, incomprensibile, distante.

Quando si passavano le serate in locali così fumosi da non vedere a pochi metri, storditi da musica assordante e così pieni di carni sudate di alcool evaporato ed era un contesto ordinario, senza timori e anzi, imperdibile e divertente.

Quando si andava in discoteca a 50 km dalla città in due in ciclomotori senza il casco non obbligatorio, e si rientrava al mattino nel buio delle tiepide nottate estive con le macchine che ti sfrecciavano a pochi centimetri e ti sentivi un cavaliere della notte.

Quando poi con la fresca patente e la tua macchinetta senza cinture di sicurezza sfoderavi velocità e manovre da arresto o da incidente e ti sembrava normale e divertente.

Quando all’alba entravi in campi di angurie o a fare baccano fuori dal panificio o dalla pasticceria e finivi sparato a sale dal picchiato di turno.

Perché quando sei giovane non pensi al tempo, al senso del pericolo, al futuro se non a quello estremamente prossimo o immediato. Vivi l’attimo e l’unico futuro che vedi è il calendario della scuola, quello del campionato juniores e le serate nei locali, il telefono che squilla per quella ragazza, il cinema o lo stadio in attesa dell’estate.

Ero un ragazzo normale, come tanti altri, come i giovani sanno essere nella loro inconsapevole e inespressa straordinarietà. Un ragazzo normale, che giocava a basket, pensava alle ragazze, agli amici, al mare, a leggere e sognare di viaggiare. A vivere la propria storia, stupido e incosciente quanto basta per essere normale, per capire i suoi limiti.

Per questo oggi a quei giovani non dico “ai miei tempi invece” perché non c’è nessun invece e, soprattutto, nessun in vece.


Addendum del giorno dopo.

Ascoltare continuamente “I giovani d’oggi sono confusi, zombie digitali, ossessionati dalla performance e incapaci di vivere l’esperienza reale perché schiavi di uno schermo” è una critica troppo facile e soprattutto parecchio ipocrita.

Prima di puntare il dito contro un adolescente che misura la sua autostima in like, dovremmo avere il coraggio di guardarci allo specchio. Chi come società e individui ha costruito il palco su cui stanno recitando?

Li accusiamo di vivere per la performance, ma siamo noi ad aver trasformato l’ozio in una colpa e il silenzio in un vuoto angosciante da riempire, noi che abbiamo smesso di chiedere “come stai?” per chiedere “cosa fai?”, misurando il valore delle persone in fatturato, cariche, impegni in agenda e riconoscibilità sociale.

Ci indigniamo sprezzanti perché filtrano la vita attraverso un display, ma siamo noi i primi a non riuscire più a guardare un tramonto senza fotografarlo per dimostrare di esserci stati, noi che “consumiamo” esperienze invece di viverle, recensendo la cena prima ancora di averla digerita (ehm), rispondendo alle mail mentre gli altri ci parlano, trasformando ogni passione in un contenuto, in un business o almeno in una “esperienza” memorabile.

La loro confusione non è una colpa ma un adattamento perché crescono in un sistema che grida “sii te stesso” ma invece gli suggerisce costantemente “purché tu sia vincente”. Noi avevamo il lusso enorme di fallire in privato, di sbucciarci le ginocchia lontano dagli sguardi; loro sanno che ogni caduta può diventare pubblica ed eterna. Non è solo vanità ma sopravvivenza in un habitat ostile che noi adulti abbiamo arredato con cura.

I giovani non sono la causa della società della performance ma il sintomo più evidente e spietato. Sono semplicemente più bravi e veloci di noi a usare gli strumenti di una giostra che noi stessi abbiamo messo in moto.

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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