Per troppo tempo ci siamo raccontati una bugia comoda descrivendo il turismo extra-alberghiero come una soluzione a somma completamente positiva, quasi un risarcimento spontaneo per i territori: case chiuse che tornano a reddito, flussi che arrivano con economie che macinano profitti. Una narrazione rassicurante che ci ha permesso di evitare la parte difficile del lavoro: governare le conseguenze pianificandole con intelligenza.
Perché il turismo non è mai neutro e soprattutto non è una variabile che si aggiunge allo spazio senza modificarlo. Quando una casa smette di essere residenza per diventare asset turistico, non cambia solo la destinazione d’uso di un immobile. Incide nell’urbanistica, cambia il quartiere, cambiano le relazioni di vicinato, si riscrivono le priorità invisibili di un’intera città.
La fine della neutralità La sentenza n. 186 del 2025 della Corte Costituzionale è uno spartiacque proprio per questo: toglie il velo dell’ideologia e rimette al centro (finalmente) la tecnica urbanistica. La Corte non demonizza l’affitto breve, ma stabilisce un principio che avevamo colpevolmente dimenticato: l’abitare è un interesse pubblico. Regioni e Comuni non solo hanno il diritto, ma il dovere di intervenire quando l’equilibrio urbano salta.
L’effetto domino: il caso Emilia-Romagna non è teoria ma già cronaca. Appena la Corte ha legittimato questo spazio di manovra, l’Emilia-Romagna ha reagito con una velocità che dimostra quanto l’urgenza fosse reale. La nuova legge regionale, non perde tempo ma agisce sulla leva più potente: l’urbanistica. La norma dice una cosa semplicissima e rivoluzionaria: i Comuni possono decidere. Possono stabilire che in certe aree sature la funzione “turistica” è distinta da quella “residenziale” e, come tale, va pianificata, contingentata, gestita. Non è un divieto cieco ma la rivendicazione che la città non è un contenitore infinito dove tutto può accadere ovunque.
Sembra un concetto banale, ma scardina anni di laissez-faire in cui abbiamo separato il turismo dall’urbanistica, trattandoli come fossero compartimenti stagni. Abbiamo parlato di turisti dimenticandoci di chi resta, dei residenti.
Se l’abitare diventa un lusso Il problema non è morale ma di sistema. Fino a quando la trasformazione innescata dal turismo è limitata, il tessuto urbano regge ma quando il fenomeno diventa strutturale e soprattutto non governato, accade quella che non è altro che una “sostituzione silenziosa”. I prezzi prendono il volo, i servizi per i residenti chiudono per far posto a quelli per i passanti, e la città continua a esistere, certo, ma non per chi la vive. Diventano un set turistico dove i residenti sono una coreografia necessaria ma spesso mal sopportata. È lo stesso schema che vedo in tanti territori italiani e anche in Sardegna e che puntano tutto sulla monocoltura turistica. L’idea che il turismo basti e che possa sostituire la complessità di un’economia fatta di lavoro stabile e tempo lungo puntando sul turismo come unico asse di immediata monetizzazione crea una vera e propria dipendenza tossica. E contemporanemante consuma proprio ciò che dovrebbe valorizzare: perché senza una comunità viva, l’attrattività diventa una scatola vuota che dura poco.
Il mercato non ha visione e in questo TEDx l’ho sostenuto: non esiste sviluppo senza disciplina dello spazio. L’urbanistica non serve a bloccare il futuro, serve a dargli una forma umana.
Rinunciare a pianificare significa lasciare che sia il mercato a disegnare le nostre città. Ma il mercato non costruisce visioni, il mercato ottimizza rendite. Sono due campionati diversi.
L’extra-alberghiero può essere una risorsa straordinaria per sostenere le economie locali e salvare patrimoni edilizi. Ma deve stare dentro una visione urbana, non essere una scorciatoia per aggirare le domande scomode. La sentenza della Corte ci dice che governare significa scegliere: che città vogliamo, che paesi immaginiamo e quale compromesso siamo disposti ad accettare tra rendita e vita quotidiana.
I territori non muoiono quando cambiano ma quando cambiano senza una direzione, senza qualcuno che abbia il coraggio di tenere insieme spazio, economia e personedisegnandolo come un futuro comune.
E negli ultimi anni ha fatto comodo questa inerzia che era ed è chiaramente insostenibile.
Per chi vuole guardare/ascoltare una sintesi qui c’è una elaborazione.
