Negli ultimi anni la Sardegna ha imparato, spesso nel modo più duro, quanto la protezione civile non sia un tema lontano ma una forma concreta di cura collettiva. Chi ricorda giornate come quelle del 18 novembre 2013 sa quanto contino la tempestività, la chiarezza delle informazioni, la capacità di coordinare chi interviene e chi deve essere tutelato, la frustrazione per un sistema che non funzionava come doveva e anzi a tratti appariva quasi anacronistico. Da allora il clima è cambiato, gli eventi estremi sono diventati purtroppo più frequenti e la richiesta di un sistema più vicino ai territori (grazie anche al lavoro dei sindaci e dell’ANCI) è cresciuta in modo naturale.

Per questo considero importante la novità firmata oggi dalla Regione: la nascita della nuova governance degli ambiti di protezione civile che va nella direzione che molti cittadini, amministratori e volontari auspicano da tempo. Una protezione civile che si struttura per territori, che mette in rete competenze locali, sindaci, associazioni e servizi tecnici, non rappresenta solo un cambio organizzativo ma un modo più realistico di affrontare l’emergenza.

In un’isola complessa come la nostra, dove i comuni hanno caratteristiche diverse e vulnerabilità differenti, è quasi inevitabile che il sistema funzioni meglio quando ogni area può contare su una regia dedicata e su un coordinamento stabile. È un processo utile perché avvicina le decisioni alle persone che poi quelle decisioni devono vivere (e spesso purtroppo anche subire). Ed è anche un passo necessario per dare continuità a tutto ciò che negli anni abbiamo imparato, spesso grazie al lavoro silenzioso dei volontari e di chi, durante le allerte, prova a fare la propria parte senza clamori.

Una protezione civile che si organizza meglio è un investimento nel bene comune: nella sicurezza delle comunità, nella capacità di reagire prima che i danni diventino irreparabili, nella consapevolezza che prevenzione ed emergenza non possono essere separate. È una strada lunga, certo, ma è la direzione giusta.

Ma come funziona questa nuova governance? Con nuovo modello che supera l’impostazione centralizzata tradizionale e riconosce la necessità di strutture operative più vicine ai Comuni e alle realtà locali. Per la prima volta in Italia una regione sceglie di organizzare la protezione civile attraverso quarantotto ambiti, distribuiti su tutto il territorio secondo criteri che legano geografia, caratteristiche demografiche e tipologie di rischio. Cagliari e Nuoro ne avranno quattordici, Sassari undici e Oristano nove, mentre i Comuni sede di prefettura continueranno a essere direttamente coperti dai servizi territoriali regionali.

L’obiettivo dichiarato è costruire un sistema capace di coordinare i soggetti che già operano sul campo. Amministrazioni, volontari, enti ambientali e tecnici potranno così lavorare in modo continuativo all’interno di strutture che non nascono per aggiungere complessità (il grande difetto del passato), ma per rendere più stabili i processi decisionali, l’organizzazione delle risorse e la circolazione delle informazioni. Ogni ambito diventerà un riferimento per la pianificazione locale, la formazione e la gestione delle emergenze, così che le comunità possano contare su un presidio reale e non episodico, soprattutto nelle zone dove lo spopolamento ha ridotto la capacità amministrativa.

La Sardegna adotta per prima un modello che combina conoscenza dei territori e coordinamento istituzionale in un’unica cornice operativa.

Certo, siamo all’inizio di un percorso che richiederà continuità, cura e aggiornamento costante ma è anhce una scelta che indica una direzione chiara: costruire un sistema che non si limita solo a reagire ma lavori per prevenire e per ridurre gli impatti di fenomeni purtroppo sempre più frequenti.

In un’epoca in cui il clima impone risposte rapide e affidabili, questa riorganizzazione rappresenta un investimento nel bene comune e una dimostrazione che un’altra gestione dell’emergenza è possibile, limitando anche il centralismo endemico della Regione a favore di chi quei territori li vive anche se purtroppo oggi sempre più spesso li vede morire.

La prima regione a farlo è la nostra, e questo merita attenzione e riconoscenza, perché mostra la volontà di crescere e di dotarsi di un modello più aderente alla complicatissima realtà della Sardegna.

Buon lavoro.

Nota Stampa Regione Autonoma della Sardegna

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insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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