Sarà capitato anche a voi quella sensazione sgradevole che puntuale ritorna ogni volta che se ne va qualcuno che ha fatto parte della nostra storia in Rete. Non un dolore acuto come quello che ti toglie il fiato quando perdi un amico di una vita o un familiare ma qualcosa di diverso, più la sensazione di essere arrivati irrimediabilmente tardi e non avere più tempo.
Un vero e proprio senso di colpa, chiamandolo con il suo nome.
Accade quando scorro il feed distrattamente, tra una sgrammaticata zuffa politica e la foto di una vacanza, e leggi un nome, poi di nuovo, poi la conferma ed è in quel momento che ti accorgi che quella persona, pur essendo stata “lì” davanti ai tuoi occhi per anni, pur avendo abitato il tuo stesso spazio digitale quotidiano, ti è sfuggita.
È successo con tanti che hanno rese migliori le mie giornate e che sarebbe ingiusto non nominare tutti, simboli di quella Rete pionieristica in cui le persone venivano prima dei profili, in cui i blog erano case con la porta aperta e i commenti erano conversazioni e non performance. Con questi se n’è andata un’idea di community che erano un gruppo di persone che si riconoscevano e stavano insieme per il piacere di farlo prima che diventasse tragico target di marketing.
Il problema è che spesso cadiamo in un errore di prospettiva fatale dovuto alla connessione continua: questo flusso ininterrotto di storie (e stories), tweet e post, ci dà l’impressione che il tempo sia sospeso, dilatato all’infinito. Il digitale appiattisce il passato e il presente in un unico, eterno “ora”, illudendoci che ci sia sempre un momento buono per recuperare. Vediamo la spunta verde di “online”, la storia pubblicata due ore fa, e ci sentiamo tranquilli. Rimandiamo. “Gli scrivo dopo”, “commento con calma stasera”, “dobbiamo assolutamente prenderci quel caffè”.
La presenza digitale è un potentissimo anestetico: ci fa sentire vicini anche quando siamo sideralmente distanti, ma ci fa dimenticare che la disponibilità non è eterna.
Trasformiamo le persone in segnalibri, convinti di poter riprendere il discorso esattamente da dove l’abbiamo lasciato, come se la vita degli altri fosse un libro o una serie TV on demand che aspetta solo il nostro play.
La Rete è formidabile nel conservare le tracce, nel costruire archivi monumentali di pensieri e immagini, ma è pessima nel restituirci il calore delle occasioni perse. Anzi, diventa crudele: i profili restano lì, congelati nell’ultimo post, mausolei interattivi dove il nostro “mi dispiace” suona vuoto, perché arriva fuori tempo massimo, amplificando il nostro senso di colpa.
Avevo scritto tempo fa che quelli bravi meritano di essere ricordati da vivi. E lo penso oggi più che mai, perché la perdita di queste voci non è solo un fatto privato, ma collettivo. La Rete, quella vera e di senso, è stata un luogo dove incontrare persone capaci di scardinare le nostre sicurezze, di demolire le nostre supponenze e di portarci su livelli più alti. Per me soprattutto Michela Murgia è stato questo e ancora oggi mi sento in colpa per non aver fatto e detto abbastanza.
Quando mancano loro, il vuoto si sente il doppio perché intorno c’è il deserto. Oggi assistiamo inermi a tempi crudeli: le menti straordinarie sopravvissute finiscono ai margini, oscurate dal “socialmediacirco” dei balletti e avvilite dalla mediocrità di una continua corrida delle opinioni.
Siamo sempre più seppelliti dalla cenere di parole morte che ci trasformano in fossili di pensiero o, peggio, in fantasmi di lurkaggio a cambiare canali/persone con il telecomando social. E mentre la celebrazione postuma diventa un rito facile, un modo per lavarsi la coscienza quando ormai è troppo tardi, il rischio vero è che un’intera eredità di conoscenza e opere d’arte sociali e digitali vada perduta. Mi chiedo spesso se tutta la mole di testi, relazioni e pensieri intessuti in questi anni non finirà semplicemente come lacrime nella pioggia, inaccessibile e soprattutto sconosciute a chi verrà dopo.
E oggi c’è un’aggravante se possibile più cinica e spietata. L’intelligenza artificiale che sta inondando la rete di un rumore di fondo coerente, fluido, ma terribilmente gelido. Un diluvio di parole sintetiche e immagini generate dal nulla dove la memoria del vissuto si disintegra diventando indistinguibile dalla finzione plausibile. Un deserto di senso che sta cambiando il modo di relazionarci e che dobbiamo curare con attenzione, soprattutto con chi oggi è carne, sangue e account, imperfezioni comprese.
E non basta un “RIP” occasionale per rendere giustizia a chi ha costruito la storia della rete moderna. Servirebbe un progetto di memoria che non sia una somma di ego, ma un “moltiplicatore di singolarità”. Un modo per permettere a chi c’è ancora di darci una chiave di lettura di questo presente complicato, invece di aspettare che diventi solo un bel ricordo del passato.
La vera sfida è esserci prima.
Forse dovremmo provare a dircelo più spesso, quanto ci stimiamo, quanto quella battuta ci ha fatto ridere, o quanto siamo contenti semplicemente di leggerci, di esserci.
Smettiamo di darlo per scontato e iniziamo a usare meglio il nostro tempo vissuto adesso e insieme.
Prima che diventi l’ennesimo senso di colpa.
