Caro Gianluigi,
Ti scrivo proteggendomi dietro l’anonimato più ferreo, non per vigliaccheria – o forse sì, ammettiamolo, è pura e cristallina vigliaccheria intellettuale – ma per spirito di sopravvivenza. Se questa missiva dovesse mai uscire dalla crittografia della nostra corrispondenza privata, se dovesse finire su un gruppo Telegram o, Dio non voglia, su Dagospia, la mia carriera di “pensatore critico” sarebbe finita. Sarei espulso dall’albo dei moralisti, bannato dai salotti estivi di Capalbio, cancellato dalle chat di WhatsApp dove organizziamo le petizioni contro il neoliberismo mentre attendiamo il rider con il sushi sostenibile.
Ti scrivo perché ho visto Buen Camino. E non l’ho visto durante un’anteprima stampa riservata, protetto dal cordone sanitario dei colleghi che annuiscono compunti, con l’aria condizionata tarata sui diciotto gradi e il silenzio religioso che si deve alle opere d’arte “impegnate”. No. Ho commesso l’errore fatale, l’atto di hybris definitivo, la discesa agli inferi: l’ho visto in un multisala di provincia.
Uno di quei non-luoghi che Marc Augé definirebbe cattedrali del nulla, situato dentro un centro commerciale che il sabato pomeriggio assume le sembianze di un girone dantesco illuminato a neon. Ero lì, incassato in una poltroncina di velluto sintetico che puzzava di detergente industriale e sudore stantio, circondato da quella massa umana pulsante, rumorosa, sgranocchiante e viva, che noi nei nostri editoriali continuiamo ostinatamente a chiamare “Popolo”, fingendo di interpretarne i sogni e i bisogni, ma di cui, in realtà, ignoriamo persino l’odore.
L’incasso di 20 milioni di euro nei primi tre giorni non è un semplice dato economico da analizzare sulle pagine dello Spettacolo. È un dato politico. È un plebiscito. È la pietra tombale su quarant’anni di presunta egemonia culturale della sinistra italiana. Quei 20 milioni sono il rumore di una diga che crolla, travolgendo a valle le nostre biblioteche, i nostri circoli Arci, le nostre rassegne di documentari sul disagio nelle periferie andine, i nostri festival della Filosofia.
Checco Zalone non ha girato un film e una sceneggiatura insieme a Gennaro Nunziante. Insieme, hanno compiuto un atto di terrorismo sociologico. Hanno preso i nostri feticci, i nostri totem sacri, le nostre vacche sacre indù, e li hanno macellati in diretta nazionale, servendoli poi come carne in scatola a quel pubblico che noi disprezziamo segretamente mentre fingiamo di volerlo “emancipare”.
La trama, nella sua disarmante linearità, è una sentenza di condanna inappellabile contro il nostro stile di vita, contro la nostra estetica, contro la nostra etica.
CAPITOLO I: LA GABBIA DEL LINGUAGGIO E LA POLIZIA SEMANTICA
Ma prima di parlarti del Cammino, devo confessarti il dolore più acuto. Il dolore linguistico. Ho passato metà del film pietrificato sulla poltroncina, non per quello che Zalone diceva, ma per come noi avremmo reagito se l’avesse detto uno di noi. O meglio: per il terrore di come avrei reagito io se non fossi stato paralizzato dall’evidenza che tutti intorno a me ridevano.
Siamo diventati la polizia semantica del Paese. Abbiamo trasformato il linguaggio in un campo minato, in un percorso a ostacoli dove ogni passo falso ti fa saltare in aria. Passiamo le giornate nei nostri circoli ristretti, nelle redazioni dei giornali, nelle aule universitarie, a dibattere sull’uso delle parole, a posizionare asterischi strategici, a pesare le vocali finali per non incorrere in micro-aggressioni involontarie contro categorie che spesso nemmeno sappiamo se esistano davvero fuori dalle facoltà di sociologia americana.
Ci siamo auto-convinti, con una presunzione magica degna di un pensiero pre-razionale, che cambiare le desinenze delle parole avrebbe cambiato la realtà. Abbiamo pensato che dire “operatore ecologico” invece di “netturbino” avrebbe magicamente nobilitato il lavoro manuale e aumentato i salari, mentre il paese reale continuava a preoccuparsi solo se il bidone sotto casa fosse pieno o vuoto. Abbiamo speso energie intellettuali immense per creare neologismi inclusivi, finendo per escludere l’99% della popolazione che non possiede il codice di decrittazione per capirci.
E poi arriva lui. Arriva Checco, con quella sua tuta acetata che è un insulto cromatico al nostro buon gusto sartoriale in lino grezzo e tonalità pastello. E cosa fa? Se ne frega. Zalone cammina su quel campo minato linguistico che noi abbiamo costruito con tanta cura maniacale, e lo fa in ciabatte, ballando la bachata, mangiando un panino con la mortadella. E non succede nulla. Non esplode. Non arriva la “shitstorm”. Anzi. La gente ride.
Quella battuta su Gaza – che non oso ripetere qui, nemmeno in questa lettera anonima, per paura di contaminare la mia preziosa tastiera del MacBook Pro e per un riflesso condizionato di terrore – è stata il punto di non ritorno. In quel momento ho sentito il gelo scendermi lungo la schiena. Ho capito che la nostra ossessione per la correttezza, la nostra political correctness, non è percepita fuori come un atto di giustizia sociale o di sensibilità storica. È percepita come una forma di snobismo aristocratico. Un nuovo galateo escludente, un codice di buone maniere vittoriano imposto da chi ha fatto il master giusto a chi fatica ad arrivare a fine mese.
La gente in quella sala non rideva perché è cattiva, non rideva perché è intrinsecamente razzista o insensibile, come ci piace raccontarci per sentirci moralmente superiori e giustificare il nostro isolamento. Rideva perché sentiva odore di libertà. La libertà di dire una cosa sgradevole senza venire trascinati davanti a un tribunale morale permanente. Noi siamo diventati i nuovi preti bigotti, quelli che ti guardano male se dici una parolaccia a tavola, quelli che ti correggono la grammatica mentre stai esprimendo un dolore. Zalone è il parente simpatico, un po’ alticcio, che rutta al pranzo della domenica e svela l’ipocrisia di tutta la famiglia riunita. E la famiglia, segretamente, lo ama per questo.
CAPITOLO II: CRISTAL E L’IPOCRISIA GENERAZIONALE
Ma il vero capolavoro di crudeltà analitica è lei: Cristal. La figlia. Cristal non è un personaggio di finzione scritto a tavolino. Cristal è mia nipote. Cristal è la figlia del mio caporedattore. Cristal è la studentessa che occupa il rettorato chiedendo la decolonizzazione dei saperi mentre indossa un piumino tecnico che costa quanto lo stipendio di un metalmeccanico.
Zalone ha disegnato questo personaggio con una precisione antropologica spaventosa. Cristal studia materie dai nomi evocativi e privi di sbocco lavorativo (qualcosa tipo “Antropologia dei flussi digitali non binari”), parla un esperanto fatto di anglicismi sociologici (“empowerment”, “awareness”, “safe space”, “trigger warning”), disprezza il denaro del padre considerandolo “sporco”, frutto di un capitalismo predatorio, patriarcale e volgare. Eppure. Eppure, l’attrezzatura tecnica con cui affronta il cammino è griffata Patagonia o North Face. Il suo smartphone è l’ultimo modello, indispensabile per documentare la sua ascesi. Il biglietto aereo, gli imprevisti, le “esperienze autentiche”: tutto è finanziato dalla carta di credito di quel padre che produce divani. È qui che il film diventa insostenibile per uno come me. Zalone ci sbatte in faccia la nostra parassitaria dipendenza dal sistema che fingiamo di voler abbattere. Noi siamo la sovrastruttura ideologica che si permette il lusso della critica radicale solo perché c’è una struttura economica solida (e spesso “volgare”, produttiva, inquinante) che paga i conti. Noi siamo Cristal che pontifica sulla sostenibilità ambientale mentre il padre paga la bolletta del gas che serve a riscaldare il nostro loft.
Quando nel film Zalone le dice – con quella brutalità disarmante che solo un padre esasperato può avere – che la vera ricerca di sé dovrebbe coincidere con la ricerca di un lavoro retribuito, ho sentito un applauso partire dalle ultime file. Un applauso rabbioso, autentico, non ironico. Era il Paese reale che mandava a quel paese noi, la nostra eterna adolescenza sovvenzionata, i nostri dottorati di ricerca eterni pagati dalle tasse di chi si sporca le mani.
CAPITOLO III: IL CAMMINO PROFANATO E LA RIVINCITA DEL DIVANO
E poi c’è il luogo del delitto: il Cammino di Santiago. Per decenni, noi intellettuali urbani abbiamo costruito una narrazione mitologica attorno a quel percorso. Per noi, Santiago non era una strada cattolica (Dio ci scampi, siamo laici, razionalisti e agnostici!), ma era il tempio della “decrescita felice”. Era il luogo dove andavamo a purificarci dalle scorie del consumismo, camminando con sandali francescani (ma comprati in boutique etiche a 200 euro), dormendo in ostelli promiscui per riscoprire il valore della condivisione, scrivendo diari introspettivi su taccuini Moleskine.
Zalone ci ha scippato tutto questo. Il suo personaggio, un imprenditore pugliese arricchito con la produzione di divani – notare la perfidia: l’uomo che vende la comodità assoluta, la sedentarietà, contro noi che vendiamo il cammino e la fatica – invade il nostro spazio sacro. E lo fa senza alcun rispetto per la liturgia del pellegrino. Mentre noi cerchiamo il silenzio mistico per connetterci con la natura (e postare la foto su Instagram con la didascalia giusta sull’impermanenza), lui cerca una presa elettrica per caricare il telefono. Mentre noi esaltiamo la frugalità del rancio del pellegrino, lui cerca un ristorante dove non si mangi “quella sbobba vegana”. Zalone svela l’ipocrisia di fondo: anche noi, in fondo, vorremmo il divano. Anche noi, dopo tre giorni di cammino e vesciche, venderemmo l’anima per un bagno privato con bidet e un materasso in memory foam. Ma non possiamo ammetterlo, perché crollerebbe l’impalcatura della nostra superiorità morale basata sulla sofferenza estetica. Lui lo ammette. E la sala ride. Ride di lui, ma ride soprattutto di noi che ci ostiniamo a fingere che soffrire sia nobile.
CAPITOLO IV: I BORGHI, I READING E LA MENZOGNA DELLA “RESTANZA”
C’è poi un secondo livello di demolizione, forse ancora più doloroso perché tocca le nostre vacanze intelligenti. Hai presente la nostra ossessione per i “Borghi”? Quella retorica stucchevole sulla “restanza”, sul “ritorno alle origini”, sull’albergo diffuso, sui “luoghi dell’anima”? Noi passiamo l’estate a organizzare festival letterari in paesini dell’Appennino dove non c’è più nemmeno la farmacia o il bancomat, costringendo tre anziani sordi ad ascoltare letture di poesie ermetiche ucraine, convinti di fare “presidio culturale”. Zalone arriva in questi luoghi e dice quello che nessun saggista di sinistra ha il coraggio di scrivere: che ci si rompe le scatole. Che i borghi sono belli in cartolina, ma viverci è scomodo. Che i muri a secco sono affascinanti, ma se non c’è il 5G e il bar chiude alle otto di sera, è un incubo antropologico. Cercare disperatamente un segno di modernità in mezzo alla “autenticità rurale” è molto più reale della retorica di cui ci siamo nutriti,perché la gente, quella vera, dai borghi è scappata cinquant’anni fa per andare a vivere nelle città brutte ma comode, con il riscaldamento centralizzato e il supermercato sotto casa. Noi, che viviamo nelle città belle e comode, sogniamo i borghi. È un lusso. È turismo della povertà altrui.
CAPITOLO V: IL CORPO, IL CIBO E LA PROSTATA
E vogliamo parlare del cibo? Noi abbiamo trasformato l’alimentazione in una religione secolare, rigida come un dogma tridentino. Non mangiamo; noi “assumiamo nutrienti etici”. Parliamo per ore di lievito madre rinfrescato ogni tre ore, di grani antichi coltivati da monaci cistercensi ciechi, di vini naturali che sanno di aceto e stalla ma che beviamo con espressioni estatiche perché “rispettano il terroir”. Ci siamo convinti che il cibo debba essere un atto politico, mai un piacere semplice e unto. Nel film, la fame di Zalone è una fame chimica, atavica, scorretta. Mangia carboidrati raffinati, cerca zuccheri, disprezza il farro e la quinoa.
Ma soprattutto, c’è il tema della malattia. Noi intellettualizziamo il corpo. Per noi il dolore è psicosomatico, è un trauma non risolto dell’infanzia, è energia bloccata nei chakra inferiori. Zalone canta la Prostata Inflamada. Riporta tutto alla fisiologia brutale, meccanica, democratica. La prostata che si infiamma non è una metafora del disagio esistenziale o della crisi del maschio contemporaneo: è una ghiandola che si gonfia e ti fa male e ti costringe a fermarti a fare pipì ogni venti minuti. Punto. Mentre la sala rideva di questa canzone in ritmo latino, ho capito che quella risata seppelliva tonnellate di nostri libri sulla bioenergetica e sulla consapevolezza corporea. La gente si ammala, invecchia, ha dolori imbarazzanti, ha emorroidi e gastriti. E vuole riderne, non analizzarli durante un seminario residenziale in Toscana da 800 euro a weekend.
CAPITOLO VI: IL TRADIMENTO DELLA CRITICA (L’ULTIMA PUGNALATA)
E come se tutto questo non bastasse, sono tornato a casa e ho commesso l’errore di aprire il laptop. Ho cercato le recensioni, sperando in una stroncatura di massa, sperando che almeno la critica “alta”, quella che legge i Cahiers du Cinéma, fosse dalla mia parte. E invece no. Ho aperto e letto gli articoli sulle testate di riferimento. Il tradimento è totale. Parlano di “commedia intelligentemente scorretta”. Lo definiscono un “romanzo di formazione”. Lo paragonano addirittura a Avatar, dicendo che Zalone batte Cameron. Capisci l’orrore, Gianluigi? Se la critica legittima Zalone, se gli dà 4 stelle, se dice che il suo film è “cinema vero”, allora noi non abbiamo più nemmeno il rifugio della nicchia. Non possiamo più dire “piace al popolo bue ma è spazzatura”. Dicono che è bello. Dicono che è intelligente. Ci hanno tolto anche l’ultimo alibi: quello di essere incompresi perché troppo avanti. Non siamo troppo avanti. Siamo semplicemente su un binario morto, mentre il treno della storia è passato sull’altro binario, guidato da un pugliese che suona la tastiera Casio.
CONCLUSIONE: L’INVIDIA DEL PENSIERO DEBOLE
Siamo invidiosi. È questa la verità che non confesserò mai nei miei articoli di fondo sulle testate della intellighenzia di sinistra. Siamo invidiosi perché Checco Zalone riesce a fare quello che noi sognavamo di fare cinquant’anni fa, quando ancora credevamo nella rivoluzione: parlare a tutti. Essere popolari. Capire l’Italia. Noi ci siamo chiusi nelle nostre ZTL del pensiero, nei nostri circoli frequentati solo da persone che la pensano esattamente come noi (l’effetto echo chamber che critichiamo su Facebook ma replichiamo nella vita reale), nei nostri Gruppi di Acquisto Solidale dove litighiamo per ore se le carote debbano essere a km zero o a km meno uno. Ci siamo costruiti una riserva indiana dorata, convinti che fuori ci fossero i barbari da educare con le nostre prediche.
E invece i barbari sono entrati nel cinema, hanno pagato il biglietto (20 milioni di euro!), e stanno ridendo di noi. Non stanno ridendo con noi. Stanno ridendo di noi.
Zalone ci ha messo a nudo. Ci ha tolto la giacca di velluto a coste, ci ha sfilato gli occhiali di tartaruga e le Clarks, ci ha tolto il libro di Pasolini da sotto il braccio, ci ha strappato la tessera di Slow Food. E cosa è rimasto? È rimasto un uomo di mezza età, confuso, spaventato dalla modernità, solo, che in fondo, ma proprio in fondo al cuore, vorrebbe solo sedersi su quel dannato divano prodotto dal padre di Cristal, accendere la tv generalista e ridere di una scoreggia, senza sentirsi in colpa per le sorti del pianeta o per il patriarcato.
Ma non possiamo farlo. Dobbiamo mantenere la posizione. Dobbiamo continuare a recitare la parte dei custodi della cultura fino alla fine, come l’orchestra sul Titanic, solo che noi suoniamo musica dodecafonica che nessuno vuole ascoltare mentre la nave affonda. Quindi domani scriverò che il film è “banale”, che è “un prodotto consolatorio per masse non scolarizzate”, che “manca di profondità dialettica”, che è “pericolosamente populista”. Ma tu sai la verità. La verità è che stasera, nel buio di quella sala che puzzava di popcorn e vita vera, io avrei voluto essere lui.
Con immutata (e disperata) stima,
Un tuo affezionato lettore (anonimo, per carità)
