Nel mio giro mattutino di perlustrazione della mia campagna con grande stupore ho trovato un magnifico cardo mariano che ha deciso di nascere qui. È ancora piccolo ma già spinoso e architettonicamente perfetto. Non l’ho piantato io ma l’ho semplicemente lasciato accadere.

(Avvertenza: quando cammino o leggo vedo metafore ovunque ma fino a quando il medico non mi fa ricoverare, abbiate pazienza)

Da quando ho smesso l’ossessione del prato all’inglese (quella rasatura costante, nevrotica, che vuole tutto piatto, tutto verde uguale, tutto “in ordine”) la terra ha risposto e smettendo di imporre la mia ingegneristica geometria al suolo, la campagna è esplosa. Sono tornate le bietole selvatiche (enormi!), le cicorie, la rucola, il finocchietto e decine di altre erbe che piano piano sto conoscendo per utilizzarle ai fini alimentari. Insomma, cibo, profumo, vita: dove prima c’era solo un tappeto sterile e pettinato, ora c’è un vero e proprio ecosistema.

Mentre guardavo quel cardo (ecco che arriva la metafora), ho capito che stiamo facendo lo stesso errore con le persone e spesso anche con gli strumenti digitali che usiamo ogni giorno.

Relazionarsi con le persone in presenza o nelle community online, non dovrebbe significare “tagliare l’erba”. Non può essere solo un esercizio di contenimento o di livellamento per far rientrare tutto in uno standard gestibile. Spesso infatti, per paura del disordine, interveniamo troppo presto: correggiamo, indirizziamo, moderiamo, filtriamo rasando a zero le peculiarità altrui perché il “prato piatto” ci dà sicurezza.

Ma è nello spazio lasciato incolto che crei le condizioni affinché il valore cresca.

Se lasciamo alle persone il tempo di seguire la propria “stagionalità”, invece di forzarle nei nostri tempi di produzione, scopriamo che hanno risorse “commestibili” e nutrienti che non avevamo previsto. Magari spigolose e pungenti come il cardo, ma con una bellezza e un’utilità che la rasatura avrebbe ucciso sul nascere.

Vale anche per il digitale. Smettiamola di usarlo solo per “tenere in ordine” il lavoro o per ottimizzare i tempi fino all’osso. Usiamo questi spazi (e queste nuove intelligenze) per lasciar emergere l’inaspettato. Non domare l’algoritmo o l’interlocutore per forza ma dandogli un perimetro (e delle regole) per poi lasciare che la “selva” faccia il suo corso.

La vera cura non è il controllo totale. La vera cura è sapere quando ritrarre la mano (o il tosaerba) e restare a guardare cosa nasce.

Spesso, è molto meglio di quello che avevamo pianificato.

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

Similar Posts
Latest Posts from insopportabile

Rispondi