L’intervento dell’indispensabile Carlo Alberto Carnevale Maffè su Il Foglio è uno di quei testi che andrebbero letti con calma, magari due volte, perché mette in fila (senza ammiccamenti) molte delle cose che da anni restano ai margini del dibattito pubblico sui social network. E lo fa con una metafora potente, quella di Jorge da Burgos de “Il Nome della Rosa” di Umberto Eco, che funziona fin troppo bene per descrivere l’atteggiamento europeo verso la rete: paura travestita da tutela, controllo mascherato da responsabilità.
Il punto che trovo più centrato (e anche parecchio scomodo) è questo: continuiamo a trattare i social come se fossero un problema editoriale, quando in realtà sono un’infrastruttura sociale ed economica.
Non sono solo luoghi dove “si pubblicano contenuti”, ma sistemi operativi delle comunità contemporanee. Ci organizziamo lì, lavoriamo lì, costruiamo reputazione lì, facciamo impresa lì oserei dire che abbiamo anche la residenza lì. Pensare di governarli con le categorie mentali del Novecento (redazioni, direttori responsabili, confini nazionali) è un mediocre errore di prospettiva prima ancora che politico.
La reazione europea, come sottolinea Carlo Alberto assomiglia più a un accanimento terapeutico che a una strategia: norme ex ante, sanzioni, autorità, controlli, un’ossessione quasi patologica per il rischio avallat da un momento storico dove l’autoritarismo sembra avere vita facile. Il risultato? Un mercato digitale frammentato, incapace di generare campioni propri, che finisce per colpire proprio chi dice di voler limitare. È il paradosso perfetto: regolamentare così tanto da rendere impossibile il nascere, e poi accusare chi è cresciuto altrove di essere troppo grande.
C’è poi un passaggio che andrebbe inciso nella pietra: la dispersione della conoscenza come antidoto alle derive autoritarie: una tesi profondamente liberale, e oggi quasi eretica.
L’idea che il caos informativo, con tutte le sue storture, sia meno pericoloso di una verità certificata dall’alto, che l’errore diffuso sia preferibile al silenzio imposto e il rumore sia il prezzo da pagare per la libertà è una posizione scomoda perché costringe a rinunciare a una rassicurazione: quella che qualcuno, da qualche parte, stia “ripulendo” il mondo al posto nostro.
Occhio che questo non significa mica negare gli evidentissimi problemi: fake news, hate speech, polarizzazione esistono eccome. Ma qui il testo di Carlo Alberto colpisce nel segno quando rifiuta la scorciatoia censoría: l’idea di uno Stato che decide cosa è vero e cosa è falso non è una soluzione ma un salto di qualità nel controllo. La metafora del postino che legge le lettere prima di consegnarle è brutalmente efficace e lo è ancora di più se pensiamo a quanto facilmente questa logica possa scivolare dalla tutela alla repressione.
Interessante anche la rilettura della figura dell’influencer (che mi interessa per vari motivi), spesso liquidata con sufficienza. Qui invece viene descritta per quello che è: un modello organizzativo nuovo, una micro-impresa che concentra funzioni un tempo riservate a strutture complesse. Non è folklore ma economia reale, la democratizzazione dei mezzi di produzione reputazionale. E, piaccia o no, ha scardinato oligopoli che decidevano chi aveva diritto di parola e chi no. E questo lo posso testimoniare per diretta esperienza sia vissuta in prima persona che in comunità di relazioni.
Il vero nodo politico, alla fine, è forse quello più controintuitivo: non dobbiamo difendere la democrazia dai social, ma i social dal potere.
Perché quando i governi iniziano a invocare la “disinformazione” come emergenza permanente, il confine tra tutela e sorveglianza diventa sottilissimo. E la storia insegna che le infrastrutture di coordinamento sociale sono sempre le prime a essere spente nei regimi autoritari. Non per caso.
La conclusione è chiara e, per certi versi, spietata: i social non sono puliti, non sono educativi, non sono rassicuranti.
Sono imperfetti perché siamo imperfetti noi.
Ma restano lo spazio di libertà più grande che abbiamo costruito finora. Avvelenarne le pagine per paura del riso, dell’errore o dell’eccesso significa scegliere il silenzio al posto del conflitto, l’obbedienza al posto della complessità.
E forse il vero problema, più che i social, è proprio questo: la nostra crescente intolleranza verso il disordine che la vera libertà inevitabilmente produce.
Potete leggere il post di Carlo Alberto Carnevale Maffè su “il Foglio” a questo link.
