Oggi la cucina italiana entra nel Patrimonio immateriale dell’umanità e questo riconoscimento non riguarda un insieme statico di preparazioni ma un modo di vivere. La cucina italiana non esiste come blocco immobile ma si muove con le persone adattandosi ai luoghi e seguendo i cambiamenti della società. Ogni periodo ha introdotto gesti nuovi e ha conservato ciò che ha continuato a funzionare esprimendo una vitalità che le ha permesso di attraversare secoli senza perdere il legame con la terra e la cultura.

Le ricette che oggi consideriamo familiari e tradizionali sono quasi sempre nate da passaggi successivi, a volte perché un ingrediente ha raggiunto il nostro Paese in circostanze impreviste o perché una tecnica si è diffusa attraverso contatti quotidiani. In altre situazioni perché una famiglia (o un cuoco o il caso) ha modificato una preparazione per adattarla alle proprie esigenze. Questa trasformazione costante ha costruito una cucina capace di dialogare con il presente senza smarrire la memoria e l’identità.

L’agricoltura e l’allevamento partecipano attivamente a questo movimento perché una coltivazione o un allevamento richiedono cura continua e la terra non è passiva, risponde, corregge o purtroppo subisce i cambiamenti. Il paesaggio stesso si trasforma quando una varietà viene sostituita o quando un metodo agricolo modifica l’uso del suolo. Ogni scelta incide sul gusto del territorio e quando un disciplinare introduce una modifica rilevante, l’effetto non riguarda solo la filiera. Riguarda le comunità che vivono quei luoghi, perché ogni prodotto nasce da un equilibrio che coinvolge clima, lavoro e relazione con l’ambiente (e lo abbiamo visto recentemente con la questione Pecorino Romano).

Anche il turismo entra in questa dinamica: un territorio non si racconta attraverso la sola degustazione. Le persone che viaggiano comprendono un luogo quando incontrano chi lo abitam quando un giro nei campi svela aspetti che non compaiono nei cataloghi o una visita a un’azienda permette di capire come nasce un alimento. Un pranzo in una casa accoglie chi arriva e gli mostra l’anima quotidiana di quella comunità e questo tipo di esperienza trasforma il turismo in qualcosa che assomiglia a una relazione e non a una semplice fruizione. Il turismo moderno è più relazione che consumo.

Lo sguardo antropologico conferma questa lettura: il cibo non è soltanto materia o gusto.

È un modo attraverso cui una comunità organizza la propria vita, tecnica che rivela strategie sviluppate per affrontare il clima o la scarsità, ricetta tramandata che mostra legami familiari che resistono ai cambiamenti esterni. Una preparazione che varia da paese a paese testimonia come il cibo rifletta identità locali e allo stesso tempo permetta scambi che arricchiscono tutti. La cucina italiana cresce proprio per questa capacità di accogliere ciò che incontra lungo il cammino.

È la pratica più inclusiva che esista nel momento meno inclusivo che abbiamo mai vissuto.

Parliamo poi della retorica sulla cucina italiana, quella che vediamo nei discorsi pubblici e nelle campagne ufficiali che quasi sempre non parla davvero di cibo. Parla di immaginario collettivo dove il piatto diventa un pretesto, quasi un oggetto di scena. Si cita la “tradizione” in modo generico, si evoca la “nonna” come figura rassicurante, si usa il “Made in Italy” come formula magica che dovrebbe bastare a spiegare tutto. In realtà non spiega quasi nulla, ma funziona perché accarezza un orgoglio diffuso e poco interrogato, molt oin voga in questo periodo così mediocre.

Nella comunicazione istituzionale poi il cibo è spesso un pannello decorativo che viene usato per distogliere lo sguardo da scelte che vanno in direzione opposta rispetto ai valori dichiarati. Si celebra la qualità, mentre si rendono possibili filiere che spingono verso l’omologazione. Si parla di piccoli produttori, mentre le regole favoriscono soggetti enormi. Si difende la “tradizione” mentre si consentono scorciatoie che snaturano territori interi. Le parole girano dal lato giusto, gli atti quasi sempre no.

Anche la politica sfrutta volentieri questa retorica: è più semplice mostrarsi sorridenti accanto a un tagliere che affrontare il tema della terra abbandonata come è più comodo tagliare un nastro davanti a un evento gastronomico che discutere davvero di accesso alla terra, di margini ridotti per chi produce, di lavoro stagionale senza tutele. Il cibo (come il turismo) offre una scena fotogenica, quindi diventa uno sfondo ideale per chi cerca consenso veloce dove la narrazione resta in superficie.

Nel marketing commerciale succede qualcosa di simile. La parola “italiano” viene appiccicata a qualsiasi cosa. Vengono costruite storie standard, con la stessa trattoria idealizzata, la stessa famiglia armoniosa, la stessa campagna perfetta, le immagini tranquillizzanti perché vendono.

La complessità non appare mai facendo sparire i lati scomodi, come la fatica, le crisi dei settori agricoli, la tensione quotidiana tra prezzo e dignità. Rimane un racconto dolce e innocuo, che fa comodo a chi deve riempire scaffali e scaffali con prodotti indistinguibili.

Il problema non è usare il cibo per comunicare ma quando il racconto sostituisce la realtà. Quando la “cucina italiana” diventa slogan e smette di essere responsabilità e diventa solo una facciata. Il rischio è che il riconoscimento della qualità venga usato per coprire modelli produttivi che vanno nella direzione opposta. Così il marchio cresce, mentre il tessuto che lo sostiene si indebolisce.

Un modo diverso di comunicare la cucina italiana dovrebbe accettare di mostrare anche le crepe, di chi riesce a resistere, ma anche di chi chiude e del perché. Dovrebbe raccontare i piatti famosi, ma senza cancellare quelli che nessuno pubblica su Instagram e che pure tengono in piedi la vita di molti territori. Dovrebbe mettere al centro le persone, non solo l’immagine edulcorata.

In questo senso la cucina italiana è un campo delicato. Può essere ridotta a mantra patriottico (oggi lo vediamo con grande clamore) o diventare occasione per ripensare il rapporto con la terra e con chi la abita e questo dipende da come (tutti, non solo i professionisti della comunicazione) la raccontiamo.

Se continuiamo a usarla come coperta (anzi coperto) rassicurante, diventerà solo marketing, anche quando parla di identità. Se invece la colleghiamo alla vita reale, può ancora essere uno strumento potente per capire dove stiamo andando come Paese o dove possiamo apparecchiare il nostro futuro.

Dentro questo quadro entra anche il mio rapporto personale con il cibo. Non lo vivo come argomento di studio ma fa parte della mia quotidianità. Lo incontro nella campagna dove vivo, nell’orto che mi zappo, nelle scelte d’acquisto quotidiane e nelle conversazioni con chi produce, racconta, vive il cibo. A tutto questo si lega il ruolo di mia moglie, che ha trasformato la nostra casa in un luogo in cui la cucina è un gesto davvero autentico. Lei cucina con naturalezza sincera, senza ricerca di effetti o per esercizio di stile. È pura passione e io osservo e imparo tantissimo da quella sensibilità. Santamoglie nasce da questo intreccio e non è stato pensato come un progetto di comunicazione anche se di fatto è ormai un brand: è arrivato dopo, come espressione di una passione già viva e praticata con grande costanza (e appetito) ogni giorno.

Questa base e passione comune ci sta portando verso nuovi scenari e iniziative con lo scopo di dare attenzione alla cultura del cibo e delle persone che ne fanno parte, senza banalità o contenitori rigidi ma estensioni della nostra esperienza. Vorrei creare strumenti che aiutino a capire quanto la cucina italiana dipenda da ciò che accade nei campi, nelle case e nei mercati, raccontare realtà che spesso non trovano spazio nel dibattito pubblico, ma che sostengono la qualità dei nostri piatti più di quanto si immagini.

Per me il cibo è un linguaggio che nasce dall’incontro fra vita quotidiana, lavoro agricolo e relazioni familiari. Mia moglie lo esprime attraverso ciò che prepara, io lo racconto attraverso ciò che vedo e ascolto. La cucina italiana vive proprio in questa continuità tra gesti e parole e il riconoscimento dell’Unesco non premia un’immagine idealizzata ma riconosce un sistema di valori che unisce terra e comunità.

Conferma che la nostra forza non sta nella ripetizione fedele del passato, ma nella capacità di mantenerci fedeli allo spirito che ci ha portati fin qui.

Celebrare la cucina italiana significa impegnarsi a custodire ciò che la rende viva, proteggere la terra da modelli che la impoveriscono, sostenere chi lavora senza cedere alla logica della produzione indifferenziata, incoraggiare un turismo capace di ascoltare, continuare a cucinare con cura, consapevoli che ogni piatto racconta una storia che appartiene al Paese intero.

L’Italia entra oggi nel Patrimonio immateriale dell’umanità con la sua cucina. Ci entra perché quel patrimonio non è un monumento ma un organismo che vive nelle case, nelle campagne, nei mercati e nelle tavole condivise.

È un’eredità che non si conserva mettendola in una teca parte, ma continuando a farla vivere e respirare, lasciandola anche crescere senza essere genitori troppo apprensivi.

Noi la sentiamo così, perché la nostra vita quotidiana ce lo ricorda ogni volta che scegliamo un ingrediente, prepariamo un pasto o ascoltiamo chi quella cultura la tiene viva senza bisogno di celebrazioni o per pura e bieca monetizzazione

Siamo quello che mangiamo ma soprattutto tutto ciò che nasce prima, durante e dopo quel pasto.

Siamo più la parte sociale del cibo che il cibo stesso, ed è ciò che ci rende così orgogliosamente italiani.

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insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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