L’ultima sparata di Elon Musk che interferisce pesantemente con la politica internazionale è solo l’ultimo e visibile atto di una strategia che questi personaggi stanno attuando ormai da decenni e che negli ultimi anni ha subito una decisa accelerazione, grazie anche all’avvento di un politico come Trump.

Oggi non siamo più davanti a visionari, ma a entità che hanno scambiato il successo commerciale per immunità democratica. E noi non siamo più clienti, siamo servitù della gleba digitale.

C’è un equivoco strutturale, ormai impossibile da ignorare, nella narrazione che le Big Tech fanno di sé stesse: la convinzione che il successo ingegneristico e finanziario garantisca un diritto di extraterritorialità.

Non più semplici multinazionali, ma entità che rivendicano una sovranità parallela, disancorata da costituzioni, confini e processi democratici.

Elon Musk non si limita a criticare le norme; immagina di disinstallare l’Unione Europea come fosse un’app obsoleta che rallenta il sistema operativo del suo immaginato impero.

Mark Zuckerberg ha edificato spazi sociali che operano come giurisdizioni private, dove le leggi dello Stato si fermano ai tornelli del login.

Sam Altman interviene sull’architettura del lavoro e della conoscenza umana senza alcun mandato rappresentativo, mentre

Jeff Bezos ha imposto standard logistici che ridefiniscono il concetto stesso di “tempo di lavoro” e concorrenza.

E poi ci sono i guardiani dei cancelli: Sundar Pichai e Tim Cook. Loro non vendono solo prodotti, amministrano i canali di accesso alla realtà, decidendo chi esiste e chi scompare dal mercato globale. Seppur con stili diversi, condividono tutti un dogma pericoloso: essere “too big to be regulated”.

Qui non è in discussione il genio imprenditoriale, né il valore dell’innovazione che tutti noi utilizziamo e che ringaziamo esista. Il punto è soprattutto la tenuta del patto sociale: il mondo non può essere governato dalla capitalizzazione di borsa o dal controllo dei server. La democrazia esiste proprio per spezzare l’automatismo tra potere economico e potere politico; serve a impedire che la forza del denaro diventi automaticamente legge o tirannia. Quando questo firewall cade, il consenso viene sostituito dall’asimmetria informativa e la cittadinanza degrada in utenza passiva. Questo siamo diventati, oggi.

In balia passiva tra una indolenza del “non è un mio problema” a chi invece aderisce per fede più che per ragione.

Se guardiamo oltre la cronaca quotidiana, ci accorgiamo che il sistema nel quale viviamo è già mutato. Non siamo solo in un regime di monopolio ma siamo entrati in quello che molti analisti iniziano a chiamare tecno-feudalesimo. Queste piattaforme non generano profitti solo vendendo merci, ma estraendo rendite dai loro possedimenti digitali (il Cloud, gli Store, i Social). In questo schema, noi non siamo consumatori. Siamo i nuovi servi della gleba che lavorano gratuitamente sulle terre del signore (producendo dati, contenuti e interazioni) per arricchire i feudi del cloud. Lo scontro futuro non sarà su tasse e multe, ma sulla proprietà stessa dell’infrastruttura su cui poggia la nostra vita civile.

Il pericolo maggiore è la sostituzione del Diritto con il Codice. “Code is Law”, si diceva una volta. Oggi è letterale: se un algoritmo decide che il tuo account è bloccato o che la tua azienda è “invisibile”, non hai un tribunale d’appello, non hai un giudice terzo. A tutti è capitato di essere bannati o cancellati per motivi incomprensibili e inappellabili. Le Big Tech hanno creato un sistema giuridico parallelo, automatizzato ed economico, ma totalmente privo di garanzie costituzionali. Stiamo andando verso una privatizzazione della giustizia dove l’unica legge vigente è quella dei Termini di Servizio, scritti da una parte sola, quella del padrone e tiranno.

Siamo al paradosso per cui queste aziende, con un PIL superiore a molte nazioni del G7, conducono una loro politica estera indipendente. Negoziano con la Cina, forniscono infrastrutture critiche in zone di guerra, sfidano i governi occidentali. Il rischio, molto concreto, è che si crei una frattura sociale insanabile: da una parte chi potrà permettersi la “cittadinanza digitale premium” (l’utente Prime, l’ecosistema Apple blindato) godendo di servizi efficienti e sicurezza; dall’altra chi resterà nel “degrado analogico” dei servizi pubblici statali ormai obsoleti.

Se questi protagonisti intendono riscrivere le regole della convivenza civile, hanno una sola via legittima: accettare la “democrazia delle regole” (fatta di limiti, audit e responsabilità) oppure entrare nell’agone politico formale, facendosi votare ed esponendosi al giudizio pubblico. Tutto il resto non è innovazione ma pressione indebita, come quella esercitata da Musk oggi. È un soft power che diventa hard senza mai dichiararsi guerra ma furbescamente facendola passare come difesa del diritto di libertà. “Vox populi vox Dei” è una stupidaggine, perché staremo ancora sulle caverne a ucciderci con le clave.

Chi pretende di decidere per miliardi di persone senza contraddittorio non è un visionario incompreso, ma un tiranno contemporaneo che ha sostituito le divise con le interfacce.

La storia insegna che il problema non è mai la forma estetica del potere, ma la sua assenza di limiti.

E su questo, non esistono scorciatoie tollerabili.

Mai.

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insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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