In Sardegna abbiamo un nuovo assessore all’agricoltura, Francesco Agus. Leggo sull’Unione Sarda che la parola d’ordine del nuovo corso sarà “Filiera del cibo”.
Bene. Anzi, era ora. Ma siccome di “filiere”, “tavoli tecnici” e “rilanci” ne sentiamo parlare da decenni mentre le campagne si spopolano e i supermercati si riempiono di prodotti esteri, ho ripreso in mano un po’ di cose che ho scritto negli ultimi anni.
Perché se “filiera” deve essere, assessore, deve tenere conto di alcuni punti fermi su cui scrivo (abbastanza invano) da. decenni. E soprattutto deve fare i conti con l’ennesima prevedibile sbornia retorica che arriva da Roma: la candidatura della cucina italiana a patrimonio UNESCO.
1. Basta soldi a pioggia, servono risultati MISURABILI
Lo scrivevo anni fa in “Enogastronomia portami via”: siamo stati alluvionati da progetti di internazionalizzazione, fiere e sagre gourmet che servivano (e ancora oggi servono) più a chi le organizzava che a chi produceva. Se la nuova “filiera” serve a finanziare l’ennesima sagra paesana, manifestazione o progetto di marketing senza che nessuno conti quanti clienti veri (non visitatori che scroccano l’assaggio) e ricadute non solo economiche ha portato, allora stiamo sbagliando strada. La filiera non deve mantenere l’assistenzialismo, deve creare mercato e consapevolezza. Ogni euro pubblico speso deve tornare indietro moltiplicato in fatturato per le aziende non in visibilità per la politica. Non credo sia chiedere troppo.
2. Il valore non è nel prezzo basso, è nella storia
La filiera non deve servire ad abbassare i prezzi per competere con la grande distribuzione (partita persa), ma a giustificare il giusto prezzo. Come raccontavo a proposito dei panettoni artigianali e dello storytelling, il cibo di qualità costa perché costa la fatica, la competenza e la tutela del territorio. Se la politica agricola non aiuta a raccontare questo valore aggiunto, se non educhiamo il consumatore (e il turista) a capire perché quel formaggio o quel vino costano quella cifra, avremo solo prodotti eccellenti che restano invenduti o svenduti.
3. L’Agricoltura è Turismo (quello vero)
Non possiamo più trattare l’agricoltura come un comparto stagno. Con l’arrivo anche dei voli diretti da New York e con un turismo che cerca sempre più l’esperienza, la nostra agricoltura è il nostro biglietto da visita. Ma siamo a un bivio: “Continuare a rimanere la dignitosa trattoria/pizzeria del mondo turistico o provare a diventare il ristorante stellato”. Se il turista americano arriva e trova la colazione industriale con le fette biscottate di plastica, la “filiera” ha fallito e noi con loro.
4. La trappola della “Medaglietta” UNESCO
E qui arriviamo al punto dolente. Mentre cerchiamo di far funzionare la filiera sarda, l’Italia candida la sua cucina a patrimonio immateriale UNESCO. Una mossa che sembra bellissima, ma che nasconde rischi enormi. Il rischio è la museificazione e il gastroanonimato, congelare la nostra identità in un “dossier” burocratico per difenderci (male) dal mercato, trasformando una cosa viva in un reperto archeologico. C’è poi il paradosso del “gastronazionalismo”: si candida la “Cucina Italiana” (che storicamente nemmeno esiste, essendo somma di cucine regionali) rischiando di appiattire le specificità uniche come quella sarda in un calderone indistinto. Se la filiera sarda insegue questa retorica del “bollino” senza proteggere la biodiversità reale (che sta scomparendo) e le persone che la mantengono viva, avremo il riconoscimento UNESCO ma non avremo più i pastori, i vignaioli o i fornai.
In conclusione
Al nuovo assessore Agus auguro buon lavoro, davvero. Ma la sfida vera credo non sarà “unire la filiera” sulla carta o festeggiare riconoscimenti simbolici da appendere al muro. La sfida sarà ripartire dalle radici (come ad esempio fanno i ragazzi di VI.N.O.S. nel Nord Ovest) trasformando la nostra produzione da sussistenza assistita a motore economico identitario.
Passare dal “prodotto tipico” (che ormai trovi anche all’autogrill o alla METRO) all’esperienza di valore. E soprattutto, iniziare a misurare i risultati. Perché di narrazioni poetiche senza scontrini (e di medaglie UNESCO su scatole vuote), in Sardegna, ne abbiamo le scatole piene.
E questa volta, senza eleganza.
