Il primo anno del secondo mandato di Donald Trump non è stato un esercizio di governo, ma una continua esibizione muscolare di pura cafonaggine geopolitica. Non c’è più spazio per i vertici felpati o i comunicati congiunti: oggi l’America parla la lingua di chi marca il territorio come un cane, sollevando la zampa su ogni angolo del globo per ricordare a tutti chi è il padrone del cortile.
Ma c’è qualcosa di più inquietante della semplice prepotenza: è la sensazione di trovarsi davanti a un cane sciolto, un leader che non ragiona più secondo logiche di potere lucide, ma segue impulsi erratici, quasi fosse in preda a una confusione cognitiva che lo rende non completamente in sé. L’istinto è quello animale, primordiale e non si tratta di strategie sottili, ma di una pulsione a dominare che trasforma ogni relazione internazionale in un atto di sottomissione.
Lo abbiamo visto a Davos, dove Trump non è arrivato come un leader tra i leader, ma come un predatore in una riserva di caccia. La sua ossessione per la Groenlandia ne è il manifesto più grottesco: non una necessità strategica ragionata, ma la bramosia del palazzinaro che vede un lotto vuoto e decide che deve essere suo perché può permettersi di prenderselo. “Abbiamo bisogno della Groenlandia, assolutamente” ha sbraitato, deridendo la Danimarca con una battuta che trasuda ignoranza orgogliosa: “Dicono che fossero lì 300 anni fa con una barca? Beh, anche noi avevamo le barche”. È il livello intellettuale di una rissa da bar elevato a dottrina di sicurezza nazionale. Minacciare l’uso della forza contro alleati storici, ventilando “altri mezzi” se Copenaghen non firma l’atto di vendita, non è politica: è bullismo criminale. In una lettera inviata al premier norvegese, Trump è arrivato a scrivere che “la Danimarca è un piccolo Paese che governa una grande isola e non può proteggerla”, arrogandosi il diritto di decidere il destino di un popolo altrui. Ma è nel tono, nelle pause, nelle divagazioni durante i discorsi di Davos che emerge il sospetto di una mente non più lucida, un uomo che confonde i piani e i tempi, che insegue fantasmi di grandezza con una foga che spaventa più per la sua natura erratica che per la sua forza reale.
“Questa è probabilmente l’affermazione più importante: la gente pensava che avrei usato la forza. Non devo usare la forza. Tutto ciò che gli Stati Uniti chiedono è un posto chiamato Groenlandia. Se gli europei diranno di no, ce lo ricorderemo.” – Donald Trump, Davos, 21 gennaio 2026.
Mentre l’Artico trema, il Medio Oriente viene ridotto a un plastico da architetto. La gestione della questione palestinese è l’apoteosi del delirio immobiliare. Trump ha lanciato il suo “Board of Peace” per Gaza: un organismo che, nelle intenzioni dichiarate qui a Davos, dovrebbe gestire la ricostruzione della Striscia come se fosse un consorzio di investimento privato. Non è un tavolo negoziale tra popoli, ma un consiglio d’amministrazione dove il diritto di parola sembra sarà riservato solo a chi è pronto a staccare assegni miliardari. L’idea di trasformare la costa di Gaza in una sorta di “Riviera” turistica, dopo averla spianata, non è solo cinismo: è la manifestazione di una mente che non vede esseri umani o diritti, ma solo metri quadri da bonificare e mettere a rendita.
Il 3 gennaio 2026 poi rimarrà la data in cui il diritto internazionale è stato quantomeno accantonato: il sequestro di Nicolás Maduro, prelevato da Caracas durante l’operazione Southern Spear e portato in catene a New York, è un cortocircuito etico e legale. Intendiamoci: Maduro era un dittatore brutale, un uomo che ha affamato il suo popolo e che meritava di essere deposto da tempo. Ma c’è un modo civile per farlo e un modo barbaro e Trump ha scelto il secondo. Calpestare la sovranità di uno Stato per rimuovere un tiranno senza passare per gli organismi internazionali non ti rende un liberatore, ti rende uguale a un Putin qualsiasi. Se accetti il principio che la forza bruta può ignorare i confini perché “il fine giustifica i mezzi”, allora non hai più alcun argomento morale contro l’invasione dell’Ucraina. È qui che la pericolosità di Trump si fa sistemica: imitando i metodi del Cremlino, legittima il caos globale. Il sequestro di Maduro non è stato un atto di giustizia, ma un saccheggio energetico. Trump ha celebrato l’evento postando su Truth una foto di Maduro immobilizzato e bendato, un’umiliazione pornografica che serve solo a marcare il possesso delle riserve petrolifere venezuelane. “Prenderemo milioni di barili di petrolio per il bene dell’America” ha dichiarato, confermando che sotto questa amministrazione non esistono stati sovrani, solo risorse da espropriare.
L’inadeguatezza di Trump esplode con fragore sulla questione russa. In un solo anno, è riuscito a smantellare la resistenza ucraina non con la strategia, ma con il ricatto. Ha forzato Kiev a un cessate-il-fuoco che somiglia a una resa incondizionata, regalando di fatto a Putin Crimea e Donbass in cambio di una “pace” che è solo un intervallo tra due aggressioni. Questo è il capolavoro della cafonaggine geopolitica: trattare il sangue degli ucraini come una fiche in una partita a poker truccata. Trump ammira la forza bruta di Putin perché la riconosce come propria, ma lo fa con una confusione di fondo che lo porta a lodare l’avversario mentre affossa l’alleato, senza comprendere che sta distruggendo le basi stesse della sicurezza americana. Questa sintonia tra il bullo di Washington e lo zar di Mosca ha creato un asse del cinismo che sta soffocando l’Europa. Se Putin invade perché vuole ricostruire l’impero, Trump occupa perché vuole fare affari, o forse solo perché in quel momento il suo cervello gli suggerisce che è la cosa più “grande” da fare.
Ma la cafonaggine, quella vera Trump la riserva ai “vicini di casa”. Il trattamento inflitto al Canada è lo specchio di un uomo che non conosce la parola rispetto e che forse ha perso il contatto con la realtà. Pubblicare mappe con il Canada ridotto al 51° Stato americano o definire il confine settentrionale un “colabrodo infetto” è il tentativo di cancellare la dignità di un intero popolo. Eppure, proprio qui il bullo ha trovato il primo vero muro di gomma. La resistenza è arrivata dalla calma determinazione di Mark Carney, il nuovo premier che ha saputo rispondere colpo su colpo. “Il Canada non è in vendita e non sarà mai subordinato” ha tuonato Carney, lanciando da Davos un appello alle “potenze medie” affinché si uniscano, perché “se non siedi al tavolo, sei nel menù”. Carney ha chiamato la realtà con il suo nome, denunciando un vicino che è diventato “ostile” e che agisce con una furia irrazionale.
“Le potenze medie devono agire insieme perché se non siedi al tavolo, sei nel menù. La nostalgia non è una strategia.” – Mark Carney, Davos, 21 gennaio 2026.
In questo scacchiere di prepotenza, dove Macron prova a fare l’argine e Carney la trincea, il dato più inquietante è il silenzio assordante di una parte dell’Europa, con la nostra Italia in prima fila. È un silenzio che sa di inadeguatezza, di chi spera che abbassando la testa il predatore scelga un’altra vittima. La destra al governo, che ha costruito la sua carriera sulla “difesa dei confini”, assiste muta mentre Trump calpesta la sovranità dei nostri alleati. È il paradosso del sovranismo: essere talmente piccoli da doversi accodare al bullo più grande, sperando di raccogliere le briciole della sua distruzione. Questo mutismo non appare come una apparente codardia, è un errore di calcolo fatale. Il bullo non ha amici, ha solo complici temporanei o bersagli futuri. Chi oggi non condanna il ricatto sulla Groenlandia o le altre imbarazzanti e arroganti azioni sta autorizzando Trump a fare lo stesso con noi domani.
Non va meglio con il resto dell’Europa, trattata da Trump come un “vecchio museo gestito da falliti”. Lo scontro con Emmanuel Macron a Davos ha toccato vette di puerilità imbarazzante. Macron ha accusato Trump di voler tornare alla “legge della giungla”; Trump ha risposto marcando il territorio sui dazi: “Applicherò il 200% sui vini e lo champagne francese”. Perché? Perché Macron ha osato rifiutare l’adesione al “Board of Peace” per Gaza. È la vendetta del cafone che decide di spaccarti le bottiglie in cantina. L’insulto personale a Macron (“Nessuno lo vuole”) è la dimostrazione di un’inadeguatezza caratteriale che trasforma la diplomazia in una rissa di periferia gestita da un uomo che sembra non essere più completamente in sé.
Questa ignoranza – vanto è il tratto distintivo di un leader pericoloso. Trump non vuole alleati, vuole servitori. La sua pretesa che gli europei spendano il 5% del PIL in armi è il pizzo preteso dal bullo. Ma il mondo si sta stancando. Se marchi il territorio come un cane sciolto, non stupirti se poi la gente smette di invitarti nel salotto buono. Il Canada si riorganizza, l’Europa accelera sull’autonomia strategica, e l’America si ritrova a essere una fortezza guidata da un uomo che confonde la grandezza con la capacità di urlare. Siamo davanti al crepuscolo di un impero che ha barattato la sua autorità morale con la cafonaggine. Il 2026 ci consegna un’America sola, potente ma disprezzata, un predatore che morde tutto ciò che lo circonda.
L’inadeguatezza di Trump non è solo politica, è cognitiva. È l’uomo che usa il petrolio del Venezuela per riparare le sue “infrastrutture malmesse” mentre il diritto internazionale urla nel vuoto. È il bullo che oggi, a Davos, ha ricordato agli europei che “se diranno di no sulla Groenlandia, ce lo ricorderemo”. Ma la memoria degli altri sta diventando la sua prigione: ogni insulto a Macron, ogni minaccia a Carney, ogni catena ai piedi del Maduro di turno sta costruendo un mondo che ha imparato la lezione più importante: per sopravvivere a un bullo che non ragiona più lucidamente, non devi negoziare ma smettere di averne paura.
E per i leader come quelli che scelgono la prudenza del silenzio la storia riserverà il giudizio più severo: quello di chi ha preferito guardare altrove mentre il mondo veniva fatto a pezzi da un cafone che ha smarrito la ragione. Siamo entrati nell’era del disprezzo, dove la forza bruta è l’unico argomento e la confusione mentale di un leader instabile la nostra condanna collettiva.
Resta solo da capire quanto fango questo cane sciolto riuscirà a spargere prima di essere finalmente fermato dalla realtà che non riesce più a comprendere.
