Ho appena finito di divorare “Gli indegni” di Francesco Abate (scrittore ma anche fraterno amico) che troverete da oggi 21 ottobre in libreria (cercatela vicino a voi) o sugli store on line come Amazon, per Einaudi Editore.

Un romanzo che ho iniziato a leggere come fosse la vita di altri e invece ci ho trovato anche la mia, perché questo è uno di quei libri che non si leggono soltanto: si vivono di nuovo.
Gli indegni di Francesco Abate è così: non è una storia da osservare da fuori, ma una vertigine da cui lasciarsi attraversare, soprattutto se hai conosciuto (io da pischello e poi da adolescente) quell’Italia che stava cambiando pelle, tra la fine degli anni Settanta e gli Ottanta, quando tutto sembrava urgente, necessario, bruciante.

Dentro le sue pagine ho sentito la mia città — Cagliari — con i suoi venti e la sua cappa a volte opprimente che spingono via e trattengono insieme, con quella voglia di partire che ci ha tenuto vivi e quella paura di non sapere cosa fare una volta partiti.
Livio da Cagliari è uno di noi (o uno di quelli che avremmo voluto essere). Un ragazzo che non ce la fa più a stare dentro le regole di una famiglia che soffoca e insegue il sogno di un concerto, un simbolo di libertà, un altrove che non sa ancora riconoscere. Quando incontra Anaïs, tutto esplode: la musica, il desiderio, la scoperta, l’abisso. E in quella corsa, tra droghe, amori e illusioni, c’è l’eco di un’epoca e di quelle “indegne” persone che non avevano paura di sporcarsi per cercare la verità.

Francesco Abate racconta quegli anni con la sensibilità di chi li ha attraversati e la lucidità di chi li ha capiti solo dopo. Racconta una generazione inquieta, ribelle e affamata di vita, ma anche la fragilità che stava nascosta dietro ogni eccesso.
Gli indegni sono i figli di un tempo che non ammetteva mezze misure: o eri dentro o eri fuori, o ti conformavi o cercavi un’altra strada. E chi sceglieva la seconda finiva spesso per perdersi, ma almeno sapeva di averci provato.
Quanto ci ho visto della mia adolescenza, quanto di ciò che ho sofferto e gioito per le amicizie, le ragazze, la musica, il mare, lo sport, per sentirsi parte o esclusi da qualcosa. Quanto anche di quegli indegni che erano ispirazione o odio, dei tanti che oggi non ci sono più o che ci sono ma non sono più quelli.

È un romanzo d’amore, certo, ma non nel senso convenzionale. È l’amore come collisione, come necessità di salvarsi, come specchio di ciò che siamo stati quando non avevamo ancora paura di cadere, quando la gioventù ti fa scegliere senza pensarci sopra e senza le zavorre che ti inchiodano poi.
Anaïs è il sogno e la rovina, Livio è la speranza e la resa. Insieme costruiscono una parabola che parla della giovinezza come di una malattia meravigliosa: ti divora, ma ti lascia addosso la memoria di ciò che eri capace di sentire.

Leggendo Gli indegni mi è tornata addosso quella fame di vita che avevamo allora — l’idea che il mondo fosse tutto lì, da prendere, da vivere, da cambiare, e che forse è ancora così, solo nascosto un po’.

L’amore per la mia città, per la musica e la radio, per il mare sempre e comunque, per la lettura e per le persone, per quegli anni con la voglia di fuggire inseguendo i sogni: sono pochi i libri che ti mettono di fronte a uno specchio, a guardarti com’eri e come oggi sei (o credi di essere).
Eppure oggi so che il tempo non è un nemico, ma un alleato, che il vero coraggio non è scappare, ma restare, e che si può trovare equilibrio anche dopo aver vissuto in bilico per anni.

Francesco scrive con la grazia di chi non giudica e la forza di chi ha visto se non tutto, parecchio.
Questo suo romanzo è una dichiarazione d’amore verso una generazione che si è persa per imparare a salvarsi, verso chi ha sbagliato senza vergogna, verso chi ha amato fino a distruggersi e poi ha ricominciato da zero. Ed è anche per quelli che non ci sono più, bruciati sull’altare di una vita che chiedeva sacrifici, e per i sopravvissuti che oggi sono rimasti, custodi del loro ricordo.

Non è una celebrazione di un periodo durissimo, non ci sono giudizi, c’è la cronaca e la vita, cruda ma anche straordinariamente ricca di bellezza non edulcorata dalla nebbia dei ricordi.

Ma gli indegni non è solo un viaggio nei ricordi. È una domanda che ci riguarda ancora: quanto di quella libertà abbiamo conservato e quanta ne abbiamo barattata per la sicurezza di una vita più stabile, più ordinata, più accettabile?

Ognuno in un libro legge se stesso con il filtro della propria vita, ognuno diverso, ognuno un poco indegno, a modo suo: io so solo che chiudendo il libro ho sentito un nodo in gola e un sorriso negli occhi.
Perché in fondo siamo tutti un po’ Livio, tutti un po’ Anaïs, tutti un po’ un pezzo di questi personaggi magicamente tratteggiati da Francesco, tutti un po’ ancora alla ricerca di quel punto in cui la vita smette di farci correre e ci insegna, finalmente, a restare.

A Cagliari o in ogni luogo dove abbiamo trovato la pace senza dimenticare che, come dice una frase bellissima del libro:

“È questo il vero valore dei luoghi: le vite che hanno ospitato.”

E mentre metto su un disco e cerco quelle cassettine registrate da Radio Flash che tanto mi hanno fatto sognare, io ti ringrazio, amico caro, perché oggi, indegnamente, sono un po’ rinato.

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insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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