(Official White House Photo by Lawrence Jackson)

La sindrome del politico non comunicante.

Assisto affascinato ai fuochi di inizio anno della campagna elettorale politica in Sardegna. Non entro nel merito delle questioni squisitamente politiche: destra, sinistra, centro, movimenti, indipendentisti, nazione sarda, autonomisti fanno la loro campagna elettorale sulla loro idea di modello Sardegna.

Tutto legittimo, tutto molto democratico, tutto molto prevedibile, onestamente.

Ma rimango ancora più affascinato dalle relative dinamiche di comunicazione: quelle del momento pre-campagna elettorale, della gestione quotidiana dell’informazione e comunicazione politica ed di quelle della sintesi dell’azione utile alla successiva campagna. Dinamiche che ho osservato negli ultimi decenni e complici anche i cambiamenti dovuti alle nuove tecnologie mi hanno portato ad alcune riflessioni generali.

Quando si parte per una nuova e roboante campagna elettorale l’investimento in risorse (umane e di danaro) è sempre abbastanza rilevante: si mettono in piedi strutture di comunicazione imponenti (reclutando anche professionisti più o meno validi dell’ambiente di riferimento politico), grafiche, siti web e piattaforme digitali, contenuti, ufficio stampa, campagne virali e ingaggi di influencer e testimonial con il solo scopo di convincere le persone.

Il tutto condito da un’attività “analogica” che spesso diventa pretesto per la creazione di contenuti più che per raccontare ai presenti il futuro che si vuole immaginare insieme (in sinergia, facendo rete e/o sistema, in maniera responsabile, sostenibile, attenta alle fasce più deboli e via banalizzando).

La creazione di una strategia digitale è spesso organizzata e ragionata in termini di strumenti, canali, contenuti  e conversione sulla base delle indicazioni (spesso vere e proprie regole imposte) del committente e non in termini di strategia digitale adeguata all’analisi dell’identità del committente, della linea politica, dei competitor e del contesto e poi calata su strumenti, linguaggi e contenuti tramite ragionamenti e pratiche quasi scientifici.

La prassi comune non è quindi cercare una chiave di linguaggio che renda il messaggio riconoscibile per i contenuti e la forma avallando l’identità del candidato o della coalizione ma invece, quasi sempre, adottare strategie digitali fotocopia nelle quali ci si autoincensa depositari della strategia migliore spesso denigrando gli avversari. 

Alla fine un candidato e una coalizione inevitabilmente vincono e scatta il meraviglioso meccanismo attraverso il quale ci si convince che l’aver vinto significa aver adottato la strategia migliore con le persone migliori a cui bisogna essere riconoscenti.

In quel momento la struttura di comunicazione diventa di diritto il naturale soggetto per proseguire anche nella ordinaria comunicazione politica, come se fosse la stessa cosa convincere gli elettori a votare una persona e un programma o invece raccontare la ordinaria e quotidiana attività politica. 

E solitamente è in quel momento che il politico o la coalizione al potere smettono di comunicare e adottano strategie buone per la URSS degli anni ’80. Uffici stampa ingessati in logiche piramidali, evidenza data su canali totalmente controllabili e con nessun contraddittorio e visibilità dispensata secondo il peso politico degli attori della coalizione. Una comunicazione zoppa che arriva spesso molto dopo i media moderni e senza di fatto essere incisiva e almeno informativa.

Linguaggi anacronistici, veline di migliaia di caratteri in un mondo di informazione usa e getta, interazione ridotta e tutelata da delle policy che definire limitanti è un eufemismo.

Ma spesso ciò che lascia alquanto perplessi è la totale assenza di informazione politica sulle azioni DURANTE il mandato politico per invece arrivare alla sovra informazione in prossimità delle scadenze di mandato.

Un politico che progetta o realizza delle azioni e non le comunica durante il suo mandato si sta di fatto privando di una parte importante del proprio lavoro: la condivisione, il confronto, anche il giudizio dei cittadini ed elettori che fa parte integrante del processo democratico e aiuta l’azione politica stessa.

Fare politica nel 2019 significa mettere in conto l’esigenza del cittadino elettore di essere informato, di poter essere attore dei processi decisionali e di poter interagire con i politici.

Immaginare una comunicazione politica senza queste esigenze non è fare buona politica, perché l’informazione e la condivisione sono elementi che mettono in condizione di effettuare scelte più consapevoli e partecipate.

Anche l’attuale deriva della comunicazione politica polarizzata e aggressiva non cambia la inevitabile inerzia: pensare di fare senza comunicare è anacronistico e malvisto.

E pensare che i cittadini siano i soli responsabili di questo imbarbarimento dei toni nei confronti del politico è tragicamente sbagliato: la colpa se c’è è quantomeno condivisa.

Spero quindi di assistere a una campagna elettorale di contenuti e persone, di toni civili e rispettosi, di esempio virtuoso nei modi e nell’onestà intellettuale.

Spero che chiunque vincerà potrà essere protagonista di una maggiore apertura comunicativa nei confronti dei cittadini distinguendo la comunicazione istituzionale da quella amministrativa.

Perché un cittadino più informato e partecipe è un cittadino migliore.

Perché una cattiva comunicazione politica danneggia la politica stessa.

E perché per un cittadino desiderare una politica migliore è un sogno, per un politico realizzarla un dovere morale e civile.

insopportabile

Ne ho le scatole piene, ma con eleganza.

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